Alla scoperta di Na Hong-jin, un nuovo regista sudcoreano da tenere d’occhio

La mia scoperta del cinema coreano, come per molt* altr*, è passata attraverso Old boy, il film del 2003 di Park Chan-wook che Quentin Tarantino, presidente di giuria al Festival di Cannes dell’anno successivo, definì “il film che avrei voluto fare”, dando a chi si doveva occupare della promozione e della copertina del dvd una grossa mano riguardo alle citazioni entusiastiche da utilizzare. Non che Tarantino non avesse ragione da vendere, anzi: Old boy mi piacque così tanto che recuperai il fumetto (giapponese) che lo aveva ispirato, e con ritardo e afflizione pure il poco sensato remake di Spike Lee del 2013 (curiosità: man mano che le trasposizioni aumentano crescono anche gli anni di detenzione del protagonista: dieci nel fumetto, quindici nel film sudcoreano, venti in quello statunitense), oltre ovviamente a seguire (e recuperare parzialmente) la filmografia di Park con una certa attenzione, tipo il recente e bellissimo Decision to leave. Poi è arrivato Snowpiercer nel 2007 a farmi conoscere Bong Joon-ho, e da lì la curiosità per il cinema sudcoreano si è ampliata e mi ha dimostrato che non c’era una sola perla rara in quello stato, ma potenzialmente una nidiata di cineasti che facevano film che potevano incontrare i miei gusti (e non solo, visto che proprio Bong ha fatto l’asso pigliatutto agli Oscar con Parasite). Però al mondo ci sono tante cose da fare, tanta musica da sentire, tanti libri da leggere e tanti film e serie televisive da vedere, ed è andata a finire che il mio interesse per il cinema della regione è rimasto circoscritto lì per una buona decina d’anni, a meno di incontri fortuiti di cui non è rimasta traccia. Poi, complice una retrospettiva alla Corte dei miracoli di Milano tenuta da Alessandro Lonardo nell’autunno del 2020, dove ai due registi già citati venivano affiancati il successivamente scomparso Kim Ki-duk (il cui film più noto è probabilmente Ferro 3 – La casa vuota, che già conoscevo tramite una mia amica senza sapere fosse suo e che ancora devo recuperare mannaggiamme) e Lee Chang-dong (di cui invece posso consigliare il lento ma avvolgente Burning), la mia curiosità è tornata alta e soprattutto nell’ultimo periodo, visto il  viaggio organizzato con la mia compagna in Corea del Sud per agosto, il recuperone si sta concretizzando, coi limiti di disponibilità delle piattaforme. So però che ciò che sto recuperando è solo la punta dell’iceberg, perché nella lista dei cento film nazionali più visti (fonte Wikipedia, se vi va di ravanare come me nelle statistiche) Bong appare per la prima volta al settimo posto (ma ci appare quattro volte), Park una sola (con uno dei suoi primi film, Joint security area), mentre Kim e Lee mai: in pratica sto esplorando probabilmente la fetta più vicina al gusto occidentale della filmografia sudcoreana (forse dovrei avvicinarmi ai k-drama?), e può essere che questo valga anche per la mia recente scoperta Na Hong-jin, che pure in quel listone ci appare con entrambi i film di cui vi parleremo oggi.

Serial killer, protettori e burocrazia: la polizia non può sparare. The chaser (2008)

Se siete appassionat* del cinema sudcoreano probabilmente avrete recuperato Memories of murder, la pellicola che Bong Joon-ho ha girato anni fa sulla storia del primo serial killer della penisola: mi stupii, guardandolo, di come la polizia fosse stupida e facilona, roba da barzellette come da noi sui carabinieri, ma era ambientato nel 1986 in un periodo di difficile transizione dalla dittatura alla democrazia e insomma, che le cose fossero più complicate e corrotte di oggi ci poteva stare. Qualche giorno fa invece ho visto il primo film di Na, The chaser, liberamente ispirato alla storia di un altro serial killer (Yoo Young-chul, arrestato e tuttora in carcere in attesa di condanna a morte visto che in Corea del Sud, nonostante non venga applicata da anni, la pena capitale non è mai stata abrogata), dove la polizia sembra incapace, violenta e (parzialmente) corrotta alla stessa maniera. Però sono passati vent’anni abbondanti. Sperate che non mi fermino alla guida mentre giro fra Seoul e Busan.

“Spostatevi che ci penso io”

I protagonisti della storia non sono però l* poliziott* coinvolt* (o per meglio dire “che si trovano coinvolt*”) nella caccia al serial killer, bensì un protettore di prostitute. Ex detective, licenziato per motivi che vengono solo accennati in seguito, Eom Joong-ho (interpretato da Kim Yoon-seok) non fa un bel lavoro per vivere e non è neanche la figura stereotipica del pappone dal cuore d’oro: alcune ragazze del suo giro sono scomparse, e quando scopre che alcune si sono recate nella stessa casa in una zona di Seoul lui è convinto che si siano vendute a un concorrente, mettendosi in azione per ragioni di business piuttosto che di empatia. Solo che Young Min-jee (Ha Jung-woo) non è un avversario nel ramo della prostituzione, bensì un sociopatico assassino che, quando Joong-ho lo incontra dopo un fortuito tamponamento seguito da un surreale inseguimento con tanto di macchine lasciate in mezzo alla strada, ha appena ucciso tre persone fra cui Kim Mi-jin (Seo Young-hee), una delle “protette” di Joong-ho, cosa che confessa candidamente in commissariato dopo che entrambi sono stati arrestati in seguito all’incidente. Ignar*, noi e lui, della reale sorte di Mi-jin, l’improbabile protagonista inizia una corsa contro il tempo per trovare la casa dove il killer ha compiuto i suoi delitti, con solo una chiave, uno sgherro poco sveglio e la piccola figlia di Mi-jin ad aiutarlo, il tutto mentre la polizia cerca di convalidare l’arresto di Min-jee prima che venga rimesso in libertà PER MANCANZA DI PROVE. Non smettete di lamentarvi della giustizia italiana quando ce n’è (troppo spesso) bisogno, ma rileggetevi queste righe quando vi viene la tentazione di dire che dalle altre parti va sicuramente meglio.

“Sembrava un così bravo ragazzo, salutava sempre…”

Del già citato Memories of murder il film di Na riprende parzialmente il tono: The chaser spezza spesso e volentieri la tensione attraverso momenti di idiozia umana che lo rendono tragicomico, col caso emblematico del momento in cui due diversi uffici delle forze dell’ordine finiscono a mani alzate una diatriba sulle rispettive competenze nella custodia del potenziale assassino. Allo stesso modo del film di Bong però più si va avanti e più il tempo inizia a stringere per davvero, si fa pace col concetto che qui la polizia è più un ostacolo che un aiuto e si inizia a parteggiare sempre più forte per Joon-ho, un eroe per caso che in maniera sguaiata e fallace prende sempre più a cuore la sua missione e ci coinvolge emotivamente nella stessa, facendoci sprofondare insieme a lui nel disgregarsi degli eventi.

Rispondi a quel cazzo di cellulare Joon-ho!

The chaser è un film che cresce d’intensità man mano che si prosegue nella visione, permettendosi dello humor nero quando già il sangue è iniziato a scorrere e diventando sempre più cupo più ci si avvicina alla risoluzione finale, dove ci si dovrebbe aspettare che gli eroi vincano e i cattivi perdano. Ma qui siamo in Corea del Sud, baby, e le cose possono andare bene o male come nella realtà: Na (che del film è anche autore del soggetto e della sceneggiatura, quest’ultima insieme a Hong Won-chan e Lee Sin-ho) ha in serbo molte sorprese, e non tutte saranno piacevoli.

Demoni giapponesi, spiriti coreani, sciamani e tanto sangue: Goksung (2016)

Ammetto di non aver ancora trovato traccia in giro di The yellow sea (2010), il secondo film di Na Hong-jin, che mantiene nel cast i due attori principali di The chaser salvo ribaltare i loro ruoli (Kim diventa il cattivo e Ha il buono), ma Goksung – La presenza del diavolo è stato il motore trainante di questa lacunosa retrospettiva. Pellicola horror che volevo già recuperare da parecchio, si svolge tutta nella contea che dà il nome al titolo, fra piccoli paesi fatiscenti e una natura incontaminata in cui la fantasia, e non solo quella, può vedere aggirarsi presenze malefiche: quando queste iniziano a contagiare gli abitanti con un morbo che lascia purulenti segni fisici e ancora più deleterie derive omicide, tocca al poliziotto Jong-goo (Kwak Do-won) e ai suoi colleghi mettersi a indagare, e siccome siamo in un film sudcoreano la professionalità sta tutta da un’altra parte.

“Circolare, circolare! Non c’è niente da vedere!”

Goksung procede per una piccola parte della sua durata con la stessa irriverenza che mischia il basso (sangue a profusione e morti tutt’altro che delicate) con l’altrettanto basso (la miseria umana di Jong-goo e colleghi, le ultime persone che vorresti avere attorno se sei in pericolo, a maggior ragione se il pericolo è pure soprannaturale), lasciando che in sottofondo comincino a incistarsi i dubbi sul colpevole del contagio, reale o presunto che sia. In fondo non potrà mica essere davvero colpa dello straniero giapponese che abita sui monti (Jun Kunimura), bersagliato per la sua provenienza (i giapponesi hanno compiuto svariati crimini di guerra ai danni dei coreani, durante la Seconda guerra mondiale e se non ricordo male non solo) e incapace di difendersi adeguatamente perché non capisce il coreano? E chi è Moo-myung (Chun Woo-hee), la ragazza in bianco che sembra sapere qualcosa in più degli altri? Lentamente la componente farsesca lascia spazio alla più classica delle discese agli inferi, e mentre anche la figlia di Jong-goo inizia a sviluppare i primi segni della maledizione non resta che affidarsi alla fede, quella del giovane prete I-sam (Kim Do-yoon), coinvolto suo malgrado solo perché conosce il giapponese, e quella dello sciamano Il-gwang (Hwang Jung-min), a metà strada tra lo stregone e l’uomo d’affari, in una commistione di sacro e profano che in Corea del Sud sembra molto più normale di quanto non appaia a noi (o almeno così sembra cinematograficamente, si veda anche il recente e discreto Exhuma).

Voi fareste esorcizzare vostra figlia da uno vestito così?

Cercando informazioni su Internet prima della visione mi sono scontrato con due mondi distinti: quelli del “dovete guardarlo due volte per capirlo” e quelli del “ma cosa c’è da capire?”. Propendo per quest’ultima fazione, ma mi sentirei più comodo nel mezzo: Goksung non è un film con un intreccio eccessivamente complicato se non in alcuni passaggi, ciò che lo rende difficile da comprendere appieno è che non dà punti di riferimento. Non ci sono momenti in cui qualcuno spiega cosa sta succedendo, e se capita spesso sbaglia. Noi come spettator* veniamo gettati in pasto alla vicenda con la stessa ansia di chi la sta vivendo/recitando, guardandoci continuamente attorno nella speranza di trovare qualcuno che ci dica a cosa credere, e quando ho visto Jong-goo sbagliare è vero che sono esploso nel classico “ma no daiiiiiiiii” che ti viene da pronunciare quando vedi un personaggio prendere chiaramente una cantonata, ma allo stesso tempo me ne sono vergognato perché forse nei suoi panni avrei fatto la stessa cosa. La bellezza di Goksung sta proprio nell’immergerti con parsimonia in un’atmosfera densa e malata, affascinante per l’intreccio e condita di tutte quelle cose che rendono un horror disturbante al punto giusto: morti violente, bambine terribili, sensazione di pericolo costante, mancanza di punti di riferimento e, giusto per essere originale, fulmini e piogge di rane che arrivano al momento giusto. Se arrivat* alla fine vi viene da dire “non ho capito” fermatevi, fate un respiro e cercate spiegazioni nella rete se volete, ma non prendetevela con Na: lui ha solo fatto in modo che vi godeste il viaggio nel miglior modo possibile, ma non ha mai assicurato che vi sarebbe piaciuta la meta.

Io questa strada però adesso la voglio fare

Wikipedia afferma che Ridley Scott abbia acquisito già da qualche anno i diritti per girare (o produrre) un remake di Goksung, che vista la media dei remake statunitensi spero non veda mai la luce, ma non è il solo ad essersi accorto di Na a Hollywood. Il suo prossimo film Hope (il primo in otto anni, anche se nel frattempo ha tenuto la penna allenata scrivendo e producendo il mockumentary horror thailandese The medium), che pare spingerlo in territori fantascientifici, sarà sempre una produzione sudcoreana ma con un cast misto che, per il fronte occidentale, vede nomi come Alicia Vikander e Michael Fassbender a bordo: se ne varrà la pena più di Mickey 17 (scusami Bong, dovevo dirlo a qualcuno che non mi è piaciuto) torneremo a parlarne da queste parti, voi nel frattempo ripassate.

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Rumore con intenzione: Soak up the sun delle Dendrophilia

Mi capita spesso di chiedermi “se questo disco lo avessi ascoltato x anni fa, come lo avrei recepito?”. Ciò che ascoltavo a vent’anni (perlopiù punk, ska ed emanazioni varie di ciò che una volta veniva definito alternative rock) non è minimamente ciò che ascolto ora, e se da una parte mi sento più selettivo dall’altra so che il me di allora farebbe selezioni decisamente differenti. Ad esempio, che è il motivo per cui siamo qui oggi, non so come il me di anche solo quindici anni fa (quindi il me trentenne che aveva cominciato ad esplorare altri generi musicali tramite i dischi che gli altri non recensivano perché erano “strani”) avrebbe recepito Soak up the sun, il primo disco delle Dendrophilia, un miscuglio sludge noise che alla pesantezza e grossezza del sound unisce una registrazione che più lo-fi non si può. E il me di oggi?

Il me di oggi è piuttosto fresco della lettura di Bassa fedeltà di Enrico Monacelli (ne avevamo parlato qui), con tutto il suo carico concettuale dietro a una scelta che venticinque anni fa avrei ritenuto dovuta a carenze di budget, quindici anni fa a pessime scelte sonore e oggi riesco a giudicare come legittima, ammesso che poi ci sia un valore anche nella struttura dei brani. E quel valore nei dodici pezzi di Soak up the sun c’è, ma ci devi voler entrare nel mondo oscuro concepito da Valentina (batteria), Sara (chitarra) e Beatrice (basso) perché è tutto tranne che accomodante. Ascoltate The VV, la prima traccia del disco, e se qualcosa vi attrae nello schianto al rallentatore fra chitarra, basso e batteria allora siete a bordo con noi.

Strana storia quella della band, ricostruita grazie a questa bella intervista che mi ha anche chiarito come mai sulla loro pagina Bandcamp siano presenti solo un omonimo Ep (acquistabile ma non ascoltabile) realizzato dieci anni fa e poi questo nuovo disco, apparso a fine dicembre 2024 e scoperto solo perché amo curiosare anche fra la musica dei concerti a cui non partecipo (nel caso specifico una delle date del format Materia Oscura al Circolo Gagarin di Busto Arsizio, sempre sia lodato). Le Dendrophilia vengono dall’Oltrepo pavese, da Portalbera per la precisione (o almeno lì possiamo fissare la “sede sociale”, cioè la cantina di Valentina che funge da sala prove e dove è stato registrato Soak up the sun), zona quindi ancora più inculata rispetto alla Lomellina dove ho costruito la mia fallimentare esperienza da musicista: arrivare da zone periferiche, con gusti musicali che difficilmente ti aiutano a intavolare discorsi al bar del paese (ma ti aiutano a trovare spunti, come affermano nell’intervista linkata), nei casi migliori possono portare a creare un proprio sound che non assomiglia ad altro, ed è quello che le Dendrophilia sono riuscite a fare. Con le idee chiare e la giusta regia tecnica (Alessandro Galli, musicalmente attivo col moniker arottenbit, manipolatore e sperimentatore sonoro dalla definizione complicata: immaginate un miscuglio di attitudine punk, metal cattivo alla bisogna ed elettronica a 8 bit) hanno creato un’amalgama pastosa in cui niente suona definito (Valentina pare usi lo stesso set di batteria da vent’anni, piatti usurati compresi) ma tutto contribuisce ad un’atmosfera che, all’interno di un contesto in cui praticamente ogni brano parte con feedback perforanti, riesce a essere varia e interessante.

Basta passare dall’andamento doomeggiante di The VV alla successiva Cyclette per ritrovarsi sparati a velocità più sostenuta verso una struttura che sembra hard rock barbarizzato e che invece cambia animo, ritmo e velocità continuamente nei suoi neanche tre minuti di durata, dimostrando che oltre a un’impronta sonora personale ci sono anche idee interessanti. Ljubav gioca con le sue regole nel territorio dello shoegaze, BMetal (che, a differenza di quanto è lecito credere, sta per Beona Metal) ci porta in un’antro dove la voce salmodiante (di Valentina? Ammetto di non avere informazioni precise in merito, e la mia unica fonte è una clip dal vivo in cui è lei a cantare) imbastisce un sabba che poi rivolta a colpi di urla, Cucciolini reitera un riff granitico condito da grida ancestrali per buona parte della sua durata per poi accelerare e cambiare pelle in pochi secondi, Il grafico delle suore è l’apice del “tirare indietro” fra colpi marziali di batteria e riff che alternano note a feedback detonanti. In un clima simile sembra bizzarro trovare altra luce oltre a quella evocata dal titolo (omaggio a Sheril Crow, non ve l’aspettavate eh?), ma fra la grana grossa dei suoni e tutto lo sludge noise del mondo l’energia che emerge dai brani più tirati, come Wraith e la già citata Cyclette, infondono all’atmosfera una sorta di lucentezza… o forse è l’ironia che le porta a coniare titoli come Menopausa precoce che opera subliminalmente e me le fa considerare meno oscure di come appaiono.

Non nego che Soak up the sun sia sulla lunga distanza un’esperienza provante, ma è di quelle che meritano di essere esperite (nel mio caso principalmente alle sette di mattina mentre andavo a lavoro, buongiornissimo caffè!): suono e idee formano un corpus mai banale e sempre a fuoco, il che può sembrare un paradosso per un album che fa della registrazione grezza e sporca uno dei suoi principali cavalli di battaglia. Se il primo impatto non vi respinge addentratevi nel mondo delle Dendrophilia, ci troverete una perla nera e lucente che merita di essere scoperta.

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Racconto in musica 200: Death and the maiden (The Verlaines – Death and the maiden)

Oltre a proporre musica che viaggia attraverso canali diversi da quelli mainstream (con qualche eccezione, tipo quello che ha chiamato un suo disco Mainstream), Tremila Battute da cinque anni si impegna (abbastanza) per portarvi in giro per il mondo. Perché è giusto esplorare la scena di casa nostra, è normale essere influenzat* dal mondo anglosassone, ma la curiosità di capire cosa fanno in altre parti del mondo è tanta. Così abbiamo esplorato la scena stoner danese, quella sperimentale norvegese, ci siamo fatti un’idea del rapporto fra musica e politica a Taiwan, siamo stati due volte in Islanda senza averci mai messo piede nella vita reale e due volte in Giappone andandoci invece davvero (e tornandone con una band post rock thailandese). E poi Olanda, Spagna, Canada, Lussemburgo, Australia, Corea del Sud, Finlandia… e di sicuro mi sono dimenticato qualche posto, anche se sono molti di più quelli che ci mancano (non siamo mai stati dai nostri vicini di casa, francesi, svizzeri, austriaci o sloveni che siano): oggi però spuntiamo un’altra casella, e vi portiamo in Nuova Zelanda con i The Verlaines.

Tour operator per l’occasione è Alessio Barettini, recordman di presenze in loco (assieme a Alex Roggero) e tornato a trovarci dopo un paio d’anni di assenza. E dire che sembrava ieri… forse perché poche settimane fa è passato a trovarci fisicamente a Milano, al Salotto Masada, presentando il suo Inventario letterario del mondo di David Bowie (Le Mezzelane, 2024), cui ha fatto seguito da pochissimo l’uscita di Consorzio Suonatori Indipendenti, una storia, resoconto del lascito dei beneamati C.S.I. pubblicato da Arcana. Classe 1976, torinese di nascita, nel capoluogo piemontese è rimasto a vivere e lavorare come insegnate di italiano e storia in un liceo artistico, approfondendo nel frattempo la passione per la scrittura: oltre che per noi (tipo qui, qui, qui e qui) Alessio infatti ha pubblicato racconti, articoli, recensioni e poesie per Historia Magistra, Carmilla On Line, Racconticon, Border Liber, Poesia del nostro tempo, Nazione Indiana, Lettera Zero, Malgrado Le Mosche, Super Tramps Club, Poesia Ultracontemporanea, multiperso e per l* amic* di Read And Play. Vi abbiamo dato abbastanza da leggere di suo? Già che ci siete ascoltate anche, perché fra i podcast di CaffèItaliaRadio che potete ascoltare su Spotify c’è anche una serie curata proprio da Alessio.

Ora seguitemi per un attimo in questo tortuoso cammino. 1992, California, esce Slanted and enchanted dei Pavement per la Matador Records, o almeno così credevo perché nei meandri dell’internet il disco viene segnalato come pubblicato anche per la Flying Nun Records e se c’è una cosa che ho capito occupandomi da anni di musica indipendente, anche di quella più mainstream, è che quando ti trovi di fronte a un problema di paternità discografica fai prima ad arrenderti che a risolverlo. In questo caso poi non è davvero così importante da risolvere, perché ci dà semplicemente modo di collegare una delle band indie rock di maggiore influenza nel panorama anni 90 con una (almeno per me) misconosciuta etichetta indipendente neozelandese, fiera spacciatrice del “Dunedin sound“, una scena formatasi nella città che le dà il nome e che influenzò gente come gli stessi Pavement e, secondo Wikipedia, persino Yo La Tengo e R.E.M.: e chi sono stati gli alfieri di quella scena se non i The Verlaines, formatisi nel lontano 1981 e a tutt’oggi ancora attivi?

Non saprei farvi un riassunto della carriera di probabilmente nessuna band con quarant’anni di carriera alle spalle, per cui non cercherò nemmeno di fingermi esperto del gruppo fondato da Graeme Downes, Craig Easton, Anita Pillai, Philip Higham e Greg Kerr, stabilizzatosi col tempo intorno al solo Downes e al suo modo di mischiare suggestioni psichedeliche, proto indie-rock e un gusto pop che rende le canzoni dei The Verlaines gioiosamente strambe e contagiose. Nove album, svariati cambi di formazione e alterni successi (per uno di quei casi strani della vita la loro musica travalicò le frontiere neozelandesi grazie alla partnership fra la Flying Nun e la storica Homestead prima e al passaggio alla losangelina Slash Records negli anni 90, ma il loro unico disco uscito per una major, Over the moon nel 1996 per la Columbia, venne distribuito solo in Nuova Zelanda) hanno contraddistinto la carriera di una band che nel suo sound mischia gli Smiths con le distorsioni lo-fi dell’alternative rock anni 90,  la melodia semplice veicolata da chitarra e voce con gli inserti di fiati, organetto e svariati altri strumenti che, soprattutto negli ultimi dischi (Untimetely meditations del 2012 e Dunedin spleen del 2020), rende la loro musica sempre coinvolgente e vitale, anche quando Downes in Slow sad love song (Bird dog, 1987) parla del suicidio di un amico, perché in fondo quale modo migliore di esorcizzare la morte c’è se non attraverso la vitalità della musica?

La figura di Downes è ancora più affascinante se si guarda non solo all’artista che negli anni 90 fa tour negli Stati Uniti e in Europa e poco dopo smette di pubblicare per una decina d’anni (dopo il già citato Over the moon il ritorno avviene nel 2007 con Pot boiler, che segna anche la nuova partnership con la Flying Nun), ma anche alla persona che influenza le nuove generazioni tramite il suo lavoro di professore nel dipartimento di musica, teatro e arti performative nell’Università di Otago e attraverso programmi radiofonici in cui la sua sterminata conoscenza viene utilizzata per parlare tanto di Debussy quanto dei Nirvana e di Billie Eilish: anche senza averlo mai conosciuto spiace sapere che un cancro lo ha convinto a ritirarsi a vita privata nel tardo 2020, perciò gli facciamo tanti auguri affinché la sua carriera multiforme, iniziata con l’Ep condiviso con altre tre band Dunedin double nel 1981 e comprensiva anche di un album solista (Hammers and anvils, pubblicato nel 2001 proprio dalla Matador da cui siamo partiti), possa continuare ancora.

Death and the maiden è un singolo pubblicato nel 1983 ed è considerata la canzone più famosa dei The Verlaines, coverizzata (altro esempio di corsi e ricorsi storici) da Stephen Malkmus dei Pavement nel 2002 per una compilation celebrativa della Flying Nun. Brano importantissimo nella loro carriera (le prime parole del testo danno il nome a una delle due antologie in cui è compresa, You’re just too obscure for me del 2003), è anche esemplificativo della passione per le arti in genere di Downes, visto che oltre a citare il Paul Verlaine che alla band dà il nome fa lo stesso con il dipinto di Edward Munch che invece dà il nome alla canzone: dalla relazione complicata che fa dire a Downes “you’ll only end up like Rimbaud/ get shot by Verlaine” Alessio ha tratto la storia di una relazione altrettanto complicata che coinvolge il protagonista, studente universitario tutt’altro che all’apice della popolarità costretto a sorbirsi monologhi interminabili su Baudelaire, giusto per chiudere il trittico di poeti maledetti, da parte di una ragazza che risulterà essere molto più strana di quanto sembri. Potete leggere questo racconto subito dopo la canzone che lo ha ispirato, a me non resta che augurarvi buon ascolto, buona lettura e, visto che con questo arriviamo a un’altra cifra tonda, buon duecentesimo raccontiversario a noi!

P.s. mentre scriviamo queste parole è venerdì 25 aprile: non vi possiamo esortare a festeggiare con sobrietà questa importantissima ricorrenza, solo augurarci che abbiate sfilato in manifestazione con la libertà assoluta che questo governo di estrema destra cerca in tutti i modi di limitare.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero l* artist* accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

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Death and the maiden, di Alessio Barettini

Ai tempi dell’università uscivo con una ragazza talmente strana che, per la prima volta nella mia vita, faceva sentire meno strano me. Ero uno di quei tipi che non amano farsi notare, o almeno non sempre, uno come tanti altri che amano l’arte, la letteratura, il cinema: insomma, quel genere di cose che non piacciono a tutti e che molti deridono. Io amavo quello che studiavo, e già solo questo mi rendeva bizzarro agli occhi della maggior parte dei miei compagni di facoltà, che studiavano tanto per fare qualcosa. A me importava, e su questa altalena di scoperte differenti e di autori che non avevo mai sentito nominare prima tessevo la trama della mia vita, evitando che questa diventasse una noia senza speranza. Oltretutto cercavo di non chiudermi su un unico autore.
La ragazza con cui uscivo invece era fissata solo con Baudelaire. Parlava sempre di lui, dopo dieci minuti di conversazione ce lo infilava, e dopo altri dieci minuti di conversazione capivi che ne sapeva così tanto da godere nel non farsi capire quando ne parlava. Dopo un po’ di tempo che ci frequentavamo le dissi che non era il caso di comportarsi così, che in fondo non esisteva solo Baudelaire. Mi chiese allora chi altri esistesse, io le risposi cose banali come la pioggia, le fotografie, ma anche altri artisti, tipo Rossini, Munch e… Paul Verlaine.
Non volevo intendere nulla di particolare scegliendo di risponderle in quella maniera, o inserendo un altro poeta maledetto nel novero di quelli che avrebbe potuto amare. Davvero, non volevo creare competizioni, non volevo offendere. Ma lei si offese comunque. DIsse che non capivo niente, che Verlaine non valeva nulla, e ricominciò a parlarmi a raffica di Baudelaire. La ascoltai finché ebbi forza, ma quando la misura fu colma le risposi che sarebbe stato meglio smetterla, che parlarmi così non serviva a nulla.
A quel punto la vidi compiere un gesto che restò per sempre impresso nella mia memoria. Eravamo a casa sua, da soli. Si alzò e aprì un cassetto, da cui estrasse una pistola. Non ricordo se la puntò contro di me o contro sé stessa, ero troppo spaventato: ricordo solo che riuscii a dirle, con la voce interrotta e le sillabe pesanti: “Non… Non fare come Verlaine!”
A quel punto proruppe in una risata diabolica, con la testa alzata, mentre io uscii da quella casa correndo più veloce che potevo. Aspettai una settimana prima di chiedere notizie di lei, ma nessuno ne sapeva nulla. A un certo punto smisi di cercarla. Non la rividi mai più.

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Racconto in musica 199: Accidentale (Beirut – The shrew)

Se guardo indietro alla musica che ascoltavo dieci anni fa scopro che, per gran parte, non è quella che ascolto oggi. Molt* dell* artist* di cui ho parlato in questo blog mi hanno accompagnato per lunghi periodi della mia vita, altr* hanno dismesso baracca e burattini da quando l* ho conosciut*, ma molt* di più sono quell* che ho ascoltato, recensito, amato e poi lasciato andare, perso in una costante ricerca del nuovo (che volendo è una faccia opposta e complementare della famosa retromania, una fuga in avanti che perlomeno mi risparmia dalla FOMO visto che, nella stragrande maggioranza dei casi, ciò che scopro non è esattamente sulla cresta dell’onda) e a conti fatti impossibilitato a star dietro alle nuove uscite di tutt*. Poi capita di chiacchierare una sera qualsiasi di musica, veder spuntare fuori un nome e dire ma sì, lo conosco, ho adorato quel suo album di… quand’era?

Quattordici anni fa. Erano, se non quattordici, perlomeno dieci anni che non ascoltavo Beirut, e oggi siamo qui a capire perché.

A permetterci di parlare di loro è Silvia Cocozza, anche lei come Achille Monteforte fuoriuscita dal corso di scrittura del Circolo Masada (che, va detto, aveva partecipanti di ottimo livello).  Classe 1984, appassionata del mondo editoriale, macina libri come i chilometri che sogna di percorrere andando in giro per il mondo ma per campare le tocca scrivere contratti per una grande azienda del settore chimico. Di sé dice di essere diventata avvocata per un incidente di percorso e che scrivere è una delle cose che le dà più piacere. Nel tempo libero, quando non scrive o non legge, danza. E porta a spasso il cane. A domanda senza senso specifica con cui ogni tanto ammorbiamo l* nostr* amat* collaborator* risponde che il suo mobile preferito è il divano in alcantara blu che ha comprato a metà prezzo in un negozio di arredamento dopo che Il proprietario le aveva detto che era in super offerta perché la coppia di neosposi che lo aveva comperato era scoppiata poco dopo l’acquisto. Pensò di dare al divano la felicità che i due sposini, insieme, non avrebbero avuto, ma tre anni dopo dovette rottamarlo perché il cane ne aveva morsicchiato metà del truciolato. Se potesse scrivere la biografia perfetta, la ruberebbe dai “Diari” di Silvia Plath e farebbe piu’ o meno così: “Ha avuto un bel po’ di occasioni. Forse non come Elizabeth Taylor. O come un Hemingway alle prime armi, ma per Dio, è cresciuta. In altre parole, ne ha fatta di strada da quell’essere sgradevole e introverso che era da bambina. Festeggiamo con pacche di approvazione sulle spalle? D’accordo: (mai) abbronzata, bionda, alta, non male. E cervello, intuito, almeno in una certa direzione. Va d’accordo con quasi tutti (tranne che con il suo nuovo datore di lavoro). Non si è montata la testa e non soffre di una forma acuta di snobismo o di orgoglio. È disposta a lavorare, anche duro. Ha forza di volontà e sta diventando pratica della vita – e inoltre stanno per pubblicarla. Dunque, ha conquistato il diritto di scrivere tutto quello che vuole”. 

Ricordo almeno un’altra band che mollai non molto tempo dopo essermene innamorato, i Cursive. Happy hollow, il loro disco del 2006, lo avevo consumato di ascolti (il file piratato almeno, polizia postale perdoname por mi vida loca) e ricordo di esserne stato ancora abbastanza appassionato da comprarmelo fisicamente a San Francisco (da Amoeba, assieme al primo disco dei Butthole Surfers che fece fare un pollice su di apprezzamento al commesso, quanta bellezza) nel 2009, anno di uscita del successivo Mama I’m swollen, che mi piacque meno e li fece pian piano sfumare fra i miei ascolti. Chissà se nel 2011 mi capitavano ancora nelle orecchie quando incrociai il cammino con i Beirut di The rip tide (Pompeii Records), il terzo disco del progetto nato dalla mente di Zach Condon e ben presto raggiunto sulla nave da Nick Petree e Paul Collins, di cui iniziai l’ascolto da recensore e finii i molti ascolti da fan. Sostituii gli uni con gli altri? Non esattamente, perché dei Beirut ricordo di aver recuperato il precedente The flying club cup (2007, Ba Da Bing) ma non il successivo No no no, uscito quattro anni più tardi con il salto alla 4AD. E poi? Persi di vista mentre, da giovane ragazzo prodigio che a diciassette anni si fa un viaggio in Europa per abbeverarsi di cinema e musica (la musica balcanica e francese erano infulenze forti in quel The flying club cup citato sopra) e a venti sforna il primo disco (Gulag orkestar, 2006), Condon affrontava tour cancellati per esaurimento e un divorzio, perché come si dice in questi casi “e poi c’è la vita” e i Beirut hanno affrontato le loro difficoltà lungo gli anni senza troppi clamori, così come con largo interesse ma successo relativo è andata avanti la loro carriera.

Dell’amore per l’Europa che ha portato i Beirut a pubblicare dischi con titoli emblematici come Gallipoli (2018, 4AD) e Hadsel (2023, nome della cittadina norvegese in cui Condon passò parte del 2020 e disco che formalizza un ritorno all’autoproduzione con la Pompeii Records di proprietà dello stesso songwriter) c’è poca traccia nell’unico disco che ho veramente approfondito, quel The rip tide che non sapevo essere una specie di punto di passaggio, quello fra l’esternazione musicale della propria passione per la world music mischiata con una punta di pop e la creazione di una propria amalgama sonora che tenesse dentro entrambe le anime, qualcosa di personale e che a distanza di anni, riascoltandolo, mi fa ancora provare gioia. È una gioia particolare, velata di una malinconia che i fiati veicolano benissimo (leggo da Wikipedia della passione di Condon per le marce funebri siciliane, ma la sezione fiati di The rip tide ha sicuramente più a che fare con le influenze messicane con cui vieni sicuramente a contatto crescendo a Santa Fe, città che dà il nome ad una delle tracce), e nonostante il tempo passato mi risuona ancora tutto e anzi, con l’età riconosco il mestiere e la capacità di far risaltare nell’anima pop quel calore che associ ai ricordi migliori (il non essere retromaniaco non mi dà antidoti particolari alla nostalgia) e dell’anima folkloristica prendere il necessario a far splendere di esotismo brani immediati ma non banali. Senza alcuna pianificazione (ma non è la prima volta che succede) scrivo queste parole il 18 di aprile durante la mia pausa pranzo a lavoro, scoprendo nel frattempo che proprio oggi esce A study of losses, nuovo disco dei Beirut: lo ascolterò, e invito voi a fare altrettanto con la loro discografia che, seppur sbocconcellata e non approfondita a dovere, continua a lasciarmi sensazioni simili a quelle che provai nel lontano 2011.

Di cosa parla esattamente The shrew, sesta e ultima traccia dell’Ep March of the Zapotec, pubblicato in coppia all’Ep Holland per la propria etichetta nel 2009? Interpretazioni online parlano della fine di un’amore o della fine della vita dell’amata, e riferimenti precisi per avvalorare una tesi o l’altra nel testo non se ne trovano. Di certo la fine incombe, anche nell’andamento musicale (a cui ha contribuito la band messicana di diciannove elementi Teotitlán del Valle), e permea tutta l’esperienza che la voce narrante del racconto di Silvia ci espone: ci si può fare anche una risata con la morte, o trovare almeno una qualche consolazione prima del finale, e l’ironia di Silvia così come l’insopprimibile energia che permea la musica dei Beirut riescono ad accompagnarci in maniera meno scontata del solito verso l’incontro con l* triste mietitor*: trovate il racconto più in basso, subito dopo la canzone che lo ha ispirato, a me non resta che augurarvi buon ascolto, buona lettura e, in tema di morte e non solo, buona resurrezione di Gesù.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero l* artist* accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

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Accidentale, di Silvia Cocozza

Chi l’avrebbe mai detto che sarei morta così.

In cima alla lista avevo messo: “Finire travolta da un’automobile in corsa”. Secondo: “Un brutto male”. Probabile, per quanto avevo preso a fumare e a tracannare. Numero tre: “Morire in un incidente aereo”. Talmente bello che era diventato un tarlo.
Dispersione di carburante, depressurizzazioni anomale, avarie e altri disastri attribuibili a difetti nei materiali, negli equipaggiamenti, nei sistemi, nelle prestazioni, negli strumenti di bordo, nei propulsori, nei lubrificanti. Bird strike, vento forte, eruzioni vulcaniche, turbolenze in aria chiara, collisioni con droni, lanterne cinesi, attacchi cyber, falle nella sicurezza, uso di tecniche non previste nei manuali, fenomeni meteorologici avversi, blocco della pompa freno. La smetto. No, è un tarlo. Mezzi spalaneve sulla pista, buio pesto, piloti pazzi che al camposanto preferiscono andarci in compagnia.
Quattro: “Squalo”. Cinque: “Fare come quell’avvocato che è morto per aver bevuto troppo succo di carota”. No, il succo di carota mi fa venire l’acidità di stomaco. Cancello. Ancora il numero cinque: “Morire di crepacuore”. Per tutte le volte che mi sono rotta il cazzo.

Sono morta perché mi è caduta una tegola in testa. Una sfiga pari a quella di John Bowen, ucciso a vent’anni da un modellino volante di tagliaerba mentre dalla tribuna assisteva comodo a una partita di football. Il procuratore distrettuale a cui fu chiesto di avviare l’indagine declassò il fatto a bagattella: “Had no reason to believe the incident was anything other than an accident”.
Un incidente, Signori! Quanto al mio, non doloroso. Rapido. A uccidermi deve essere stato il colpo improvviso unito alla caduta rovinosa sull’asfalto. Nello sputo di secondi che mi separava dallo stramazzare esanime al suolo, ho pensato: “Ma che davvero?”. Poco dopo la chiazza densa e nauseabonda del mio sangue era già tutta ricoperta di mosche assetate.

Ho su l’abito di Armani, quello blu scuro che sognavo di indossare a qualche cena di gala a cui non sono mai stata invitata. E un trucco modesto. Sulla testa, con garbo, un cappello in feltro nero nasconde la crepa che il laterizio ha aperto nel cranio. Incrociate sul cuore due mani bianche, come le mani dei vivi quando dormono o dei morti quando ci vogliono far credere di aver vissuto in pace. Poi li ho visti. Tutti quanti.
Luca, e la solita camicia nera sgualcita. Stefano, l’apparecchio per sordi e il libro sotto il braccio. Marco, e la tristezza posticcia alla quale ha sempre creduto solo lui. Alessandro, fatto a pezzi, e le sue lacrime, sincere e calde, scese un attimo prima delle mie, amare e fredde, come il ghiaccio che non avrei più potuto sciogliere. E quel tipo conosciuto dieci mesi fa, che mi piaceva assai, ma che dall’ultima volta di mesi ne erano passati due e lui non si era fatto più vivo, e allora avevo iniziato a credere che mi avesse preso un po’ per il culo.
A pensarci ridevo. Mi dicevo: “facile che muoia prima di rivederlo”.

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Qualche domanda sulla scrittura, parte tre: Giulia Sara Miori e Alessandro Busi

Tremila Battute compie cinque anni! Come festeggiare? Un grande regalo di compleanno ce lo ha fatto il Circolo Masada, che fino a giugno ci ospiterà una volta al mese per parlare con autor* della rivista delle loro pubblicazioni, dei loro racconti e, ovviamente, di musica e letteratura (tenete d’occhio la pagina Facebook per essere aggiornat* sul calendario): un altro abbiamo deciso di farcelo/farvelo contattando autori e autrici che qui apprezziamo un sacco, facendo loro alcune domande che ci ronzavano in testa da un po’ riguardo al loro rapporto con la letteratura, con la scrittura e con tutto ciò che gira intorno all’ispirazione, al metodo e al modo in cui scrivono coloro di cui abbiamo adorato i libri.

Per questo terzo appuntamento abbiamo contattato Giulia Sara Miori e Alessandro Busi, che hanno gentilmente risposto ai nostri quesiti.

Da quanto scrivi?

GSM – A tempo perso, dal 2018. Seriamente, dal 2020: durante il covid non sapevo che fare, e così ho deciso di scrivere un paio di racconti e di inviarli alle riviste che mi parevano più interessanti. Se non rispondono entro una settimana lascio perdere, mi sono detta. E invece mi hanno risposto subito.

AB – Stavo per rispondere che scrivo dal 2003, quando partecipai a un concorso di racconti indetto da un paese della provincia in cui sono cresciuto.
Stavo rispondendo così per vergogna. Perché, se ammettere di scrivere è di per sé qualcosa che si accompagna all’esclamazione Chi ti credi di essere!, ammettere di aver speso gli anni dell’adolescenza scrivendo poesie, porta l’imbarazzo a livelli ancora più alti.
Ma sarebbe ingiusto ometterlo. Peraltro, più scrivo, più mi rendo conto di quanto quel periodo così ingenuo sia stato significativo. In quegli anni ho capito che mi interessava raccontare storie e non scrivere poesie. E poi ho imparato il ritmo, ne ho accolto la sovranità per la costruzione della frase.
La mia strategia era mettere una canzone in cuffia (Footsteps dei Pearl Jam era la più inflazionata), ignorare il testo e scriverne uno io, mantenendo la metrica.
Da lì sono arrivati i testi per i gruppi nei quali cantavo e solo dopo, appunto in quel 2003, l’approdo alla narrativa, amore esclusivo da cui non mi sono più staccato.

Quando hai pensato la prima volta “sono brav* a fare questa cosa”?

GSM – L’ho sempre saputo, ma di scrivere non me ne importava niente. Era qualcosa che mi riusciva senza fatica, e a me era stata inculcata la retorica del duro lavoro.

AB – Da adolescente ed è stata colpa di mio padre.
Io scrivevo di pomeriggio. Alla sera, quando lui preparava la cena, lo raggiungevo in cucina per aiutarlo, gli portavo il quaderno e lui leggeva. Difficilmente mi diceva che ero bravo, ma mi chiedeva il perché di quella storia – le mie poesie erano racconti brevi, alla fin fine -, mi diceva cosa lo faceva pensare. Ero colpito da quanto seriamente prendesse quello che gli proponevo.
Ancora oggi mi preme poco (talvolta mi irrita proprio) sentirmi dire o dirmi che sono bravo. Mi piace, invece, vedere qualcuno che si emoziona, che si offende, che si infastidisce, che gioisce, che vuole parlarmi di quello che ho scritto. Mi piace quando scrivo e mi commuovo, oppure mi arrabbio, oppure quando – dopo una sessione di scrittura lunga – faccio fatica a uscire dagli occhi dei personaggi.
Allora direi così: la prima volta in cui ho pensato “Quello che scrivo influisce nelle emozioni di chi legge e nelle mie” è stato da adolescente, mentre io e mio padre apparecchiavamo il tavolo.

Hai un metodo di scrittura?

GSM – No, e se ce l’ho non è qualcosa di cui sono consapevole. Non mi piace scrivere la sera, preferisco la prima parte della giornata, quando la mente è fresca. Non ho taccuini, non vado in giro a prendere appunti. Però riesco a scrivere più o meno ovunque, e a volte l’ho fatto anche in situazioni improbabili. Ho una grande capacità di isolarmi, se necessario. Quando lavoro a un romanzo tendo a chiudermi in casa, mangio quando capita, sono in uno stato di eccitazione perenne, fumo troppo, non vedo nessuno. Convivevo con un uomo, ci siamo lasciati perché diceva che ero completamente assente, che lo trattavo come una pianta o un soprammobile. Non m’interessava più nulla della casa, non riordinavo, c’erano libri sparsi ovunque, vestiti ammonticchiati sul divano, mi alzavo a mezzogiorno e andavo a letto alle quattro. Insomma, la scrittura ha cannibalizzato tutto il resto.

AB – Non ho mai pianificato un metodo, ma negli anni ho riconosciuto delle ricorrenze.
Tutto inizia con una fase di elaborazione sottotraccia in cui, grazie alle suggestioni più varie – dalle letture alle mostre, dai dialoghi origliati alle pubblicità a lato strada – ronzo attorno a un tema che mi sta a cuore. Questa elaborazione sfocia nella possibilità di scrivere quando ho in mente un* protagonista che possa portare sulle proprie spalle la storia che voglio raccontare.
La costruzione psicologica dei personaggi è il mio velo svelato. Mi serve che i protagonist* siano sistemi di senso sufficientemente complessi in modo da poter stare nelle loro teste per tutto il tempo di cui ho bisogno.
Il resto – voce, stile, ritmo, dialoghi, architettura, trama… – è conseguenza.
Fra i personaggi che esploro ci sono anche io-autore, per comprendere come mai voglio dedicarmi proprio a quella storia in quel momento della mia vita, per sentire se mi emoziona.
Questo aspetto è rilevante perché, dopo una prima stesura generalmente precoce e non troppo dilatata nel tempo, mi dedico a un lungo lavoro di revisione e riscrittura, che può durare anni. Capisci che ho bisogno di sentire forte l’investimento verso quella determinata storia.
Ti direi quindi che la struttura è: elaborazione più o meno consapevole, costruzione dei personaggi, scrittura operativa e revisione.
Dentro a questa struttura, le cose cambiano. Un esempio: per il romanzo che sto scrivendo ho sperimentato la scrittura a mano, che fino a un anno fa avrei semplicemente definito non-mia.
Lo stesso vale per il luogo in cui scrivo. Le stanze di casa, nelle diverse case in cui ho abitato, le ho usate tutte. In questo periodo prediligo una biblioteca in centro.
Due costanti sono: la lettura ad alta voce (non in biblioteca, certo) e l’aiuto che chiedo ad alcune persone fidate.
Ti direi quindi che ho sviluppato una struttura ricorrente, nella quale posso fare diversi esperimenti di metodo.

Ti è capitato di avere il blocco dello scrittore e/o pensare “non ho più un cazzo da dire”?

GSM – Può capitare di trovarsi a corto di idee. Di solito a me succede dopo aver terminato di lavorare alla stesura di un romanzo. È normale, ci vuole un po’ di tempo per riprendersi. In quel caso, secondo me bisogna uscire, distrarsi, frequentare gente strana, andare a qualche festa, ubriacarsi. Oppure avere una storia d’amore travagliata… le storie d’amore travagliate aiutano. Poi però vanno interrotte, altrimenti può essere pericoloso per la scrittura. L’amore e la scrittura per me sono inconciliabili. Ovviamente non è una regola, dipende dal carattere. Io tendo a vivere tutto in maniera estrema, per cui… o scrivo o raccolgo materiale, diciamo. Anche leggere aiuta, ma dipende da quanto è grave il blocco. Però ecco, non avere più un cazzo da dire mi sembrerebbe strano. C’è sempre qualcosa da dire: basta vivere, osservare.

AB – Per me blocco e non ho più un cazzo da dire sono due momenti diversi.
Il non ho più un cazzo da dire mi succede soprattutto alla fine dei romanzi, è immediato. La sensazione liberatoria e spaventosa di essere un silos svuotato.
Il blocco è successivo e più logorante.
Nel blocco certe volte non riesco proprio a scrivere, certe altre mi sembra di fare allenamento e di continuare a riscrivere la stessa storia, di girare attorno allo stesso punto, con personaggi e ambientazioni diversi.
Mi sono fatto l’idea che sia una fase di latenza in cui solo apparentemente non succede nulla, ma corrisponde al tempo in cui quel silos, fuori dalla mia consapevolezza, si sta riempiendo della nuova storia.
Nei periodi di blocco mi ripeto questa ipotesi esplicativa e mi dico che non c’è niente di cui preoccuparsi, ma la frustrazione è così forte che è difficile credere di tornare a vivere una nuova fase di creatività operativa. Eppure, fino a ora, è sempre successo.

Hai una bacheca dei rifiuti modello Stephen King? Se sì (o se no e hai una buona memoria) quanti ne hai ricevuti?

GSM – Non mi interessano i rifiuti: preferisco concentrarmi sui progetti che vanno in porto. Ricevere qualche rifiuto fa parte del mestiere, non bisogna fissarsi. Può essere che un certo testo abbia dei problemi o che non vada bene per quell’editore in quel momento. Le ragioni possono essere tante, ma se il libro è buono prima o poi troverà una collocazione, e se non lo è basta accantonarlo e scriverne un altro. Devo dire che finora di rifiuti ne ho ricevuti pochissimi, sono stata fortunata, ho sempre trovato persone che hanno creduto nel mio lavoro.

AB – La mia compagna dice: «Dei romanzi che scrivi, ne esce uno su due.» È ottimista, perché in verità ne è uscito uno su tre.
I non-usciti non corrispondono a un rifiuto, ma a svariati tentativi con editori, agenti e via dicendo. Un mucchio di no.
Ho vissuto spesso questa esperienza: racconti o romanzi che piacciono moltissimo a qualcuno e che qualcun altro trova non pubblicabili. Grandi speranze e grandi delusioni. Questa condizione mi ha permesso di incontrare no e sì argomentati in modo puntuale, per cui riconoscevo la differenza fra la stima verso la mia scrittura e la valutazione del testo specifico. Questo per me è di grande aiuto per mantenere i giudizi circostanziati.
Quindi, non so quanti no e sì ho ricevuto, ma, se tengo insieme tutte le pubblicazioni, credo di dover dare ragione alla mia compagna, più o meno ho visto pubblicato un 50% di quello che ho proposto a editori e riviste.

Quale autor* quando lo leggi ti fa pensare “ecco, io non sarò mai così brav*”?

GSM – L’ho pensato leggendo Nemirovsky. Un talento incredibile, non oso immaginare a cos’altro avrebbe potuto scrivere se non fosse stata deportata ad Auschwitz.

AB – Torno al discorso di prima. Per me la bravura è un discrimine marginale. Piuttosto penso “io non sarò mai così”. Alle volte, è uno stimolo per provare a sperimentare nuovi modi di scrivere; altre volte, l’ho pensato in termini di accettazione delle differenze e delle scelte individuali; altre ancora di ammirazione.
Un processo lungo è stato ed è quello di legittimare la mia scrittura, che sia sì il frutto di tutte le imitazioni che ho fatto e faccio e anche specifica. Per questo, mi ci sono voluti anni per accettare (come vedi dalla lunghezza delle mie risposte) che io sono molto più verboso di Raymond Carver, più emotivo di Don DeLillo, più pudico di Anais Nïn e via dicendo.
Da lettore-scrittore mi capita di meravigliarmi di fronte alla capacità di alcun* di ragionare in modo letterario – ovvero con un ottimo compromesso fra chiarezza e sospensione, coerenza e allentamento dei legami causali. Solo per fare alcuni nomi, Roth, Cusk, Carrère, Smith (Zadie)…
Con quest*, quindi, ti direi che sperimento l’ammirazione verso modi di pensare e scrivere che sento essermi inaccessibili o accessibili solo in parte. Forse questo lo possiamo mettere sotto il cappello io non sarò mai così bravo.

Qual è il testo che hai pubblicato su rivista, o che magari non hai mai neanche pubblicato, di cui sei più orgoglios*?

GSM – Amsterdamsestraatweg, un racconto uscito su minima&moralia nel 2023. Il finale lo trovo particolarmente riuscito.

AB – Il testo di cui sono più orgoglioso è uscito a ottobre del 2024 nell’antologia L’ora senza ombre, curata dalla rivista In allarmata radura ed edita da Pidgin. Si intitola Rubacuori.
Come da vincoli che ci erano stati dati, è un testo di autofiction che coniuga narrativa e saggistica.
Devi pensare che, per anni, io ho ritenuto incompatibili il mio essere psicologo e scrittore; poi ho cercato, provato, rinnegato, cercato di nuovo modi possibili per far coabitare queste due parti di me.
Rubacuori lo ritengo, per ora, l’esempio meglio riuscito. Per quanto mi riguarda, è un testo che ha fissato la nuova asticella stilistica ed emotiva che cerco in quello che scrivo.
In più, è dove racconto (e quindi rigenero) un po’ della mia vita dopo il suicidio di un mio caro amico. Quel suicidio è avvenuto nei giorni in cui editavo un altro racconto (Pit: appunti sulla solitudine e sui modi per sopravviverle), proprio con In allarmata radura. Da quel momento ho capito che questa rivista è un posto sicuro e severo, come sono le case scelte, quelle in cui si cresce. Per questo mi sono sentito di sperimentare con loro quel mentire per dire la verità che spesso viene citato per definire la letteratura.

Giulia Sara Miori vive a Milano. Suoi racconti sono apparsi su diverse riviste italiane (minima&moralia, nazione indiana, l’indiscreto, altri animali). Nel 2021 ha pubblicato la raccolta Neroconfetto (Racconti edizioni). Nel 2024 è uscito il suo romanzo d’esordio, La ragazza unicorno (Marsilio). 

Alessandro Busi è psicologo e scrittore. Per la casa editrice Pièdimosca ha pubblicato nel 2021 il romanzo Fino all’inizio e, nel 2022, il racconto Niente di niente di me nell’antologia Multiperso. Nel 2024 il suo saggio narrativo Rubacuori è stato inserito nell’antologia L’ora senza ombre edita da Pidgin. Suoi racconti sono usciti per varie riviste letterarie.

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Racconto in musica 198: Forte (Fine Before You Came – Distanze)

Di cosa parliamo quando parliamo d’amore, si chiedeva il buon vecchio Raymond Carver (se lo chiede anche Gabriele Palumbo, autore già passato da queste parti, nel podcast nato come estensione della sua interessantissima newsletter Capibara), e me lo chiedo anche io ogni volta che ascolto una canzone d’amore. O meglio, quello che mi chiedo è: se la fa questa domanda chi le scrive? Perché sarò magari più cinico di quel che credo, ma io a un Nek, forse per quella faccia da belloccio che sembra volersele scopare tutte, proprio non riesco a credere; o dovrei credere a Olly, fresco vincitore a Sanremo, quando canta che gli bastava “ridere, piangere, fare l’amore e poi stare in silenzio per ore fino ad addormentarsi sul divano con il telecomando in mano” (Olly, mi sa che ti accontenti di troppo poco, anche se c’è da dire che pure io alla tua età mi sarei probabilmente accontentato di stare in silenzio con qualcuna: va a tuo onore che almeno lasci andare senza ansie di possesso patriarcale)? L’unico a cui riesco a credere, in questa selva di amatori seriali (non faccio altri esempi solo perché questa è l’introduzione e le regole della buona scrittura, che troppo spesso ignoro, indicano che dovrebbe essere breve) che scrivono con in mente una donna che o non esiste o è un patchwork di esperienze utili alla bisogna, è Jovanotti, perché le sue canzoni d’amore sono talmente ingenue e strambe che mi paiono oneste, e perché non si fa problemi ad ammettere quando una canzone la scrive solo per far cantare la gente allo stadio (Gli immortali): caro Lorenzo Cherubini, un po’ ti voglio bene, anche se le tue canzoni mi fanno comunque perlopiù l’effetto di una grattugia sul timpano.

Ma perché iniziare così se poi in alto (spoiler) avete già visto che oggi si parla dei Fine Before You Came? Perché al fondo di tutto questo discorso c’è la parola onestà, e io potrei sentire mille canzoni della band milanese in cui Jacopo Lietti urla del dolore suo o altrui senza mai mettere in discussione quel sentimento.

A farmi parlare di nuovo dei FBYC è Francesca Bertagna, che nel momento in cui pubblichiamo questo racconto ci legge dal Madagascar, alla scoperta di lemuri e tartarughe marine. Classe ’90, educatrice in una comunità genitoriale in provincia di Lodi, Francesca ama molto la pizza e, da brava ligure, crede nell’unica e vera focaccia unta genovese (diffidate dalle pallide imitazioni). Una volta tornata in Italia ha già in animo di affrontare i sentieri dei boschi bergamaschi, mentre fra le note stonate della sua vita inserisce, ahilei, l’aver avuto un fidanzato livornese.

Dei FBYC che dire invece, dopo che abbiamo scandagliato cronologicamente la loro carriera (e, per quanto riguarda Lietti, anche quella dei Verme)? Forse possiamo addentrarci un po’ di più nei testi, spiegare come quel dolore veicolato da chitarre, basso e batteria sempre in maniera partecipe ma non arresa riesca a sembrare autentico ad ogni iterazione, mai la semplice copia di un qualcosa già sondato in precedenza. In Fede (s f o r t u n a, 2009) risalta ciò che viene detto, la cancellazione di ogni dettaglio di una storia finita male (“ho regalato il tuo vecchio spazzolino a un povero senza una mano/ mi ha chiesto ‘capo è sicuro?’/ gli ho detto ‘io non la amo’”), quanto ciò che non viene detto, ovvero quanto quell’amore ripudiato faccia ancora soffrire; l’incomunicabilità in Alcune certezze (Come fare a non tornare, 2013) si fa forza della ripetizione, perché bastano poche righe per creare un quadro e la reiterazione di quel “ci sono un paio di cose che non tornano/ nonostante questo/ non cambieremo mai” certifica una sconfitta meglio di ogni lungo approfondimento; il dittico Come pecore Come alberi (Il numero sette, 2017), si allarga a un sentimento collettivo, un’analisi filosofica sui casini che stiamo combinando su questo pianeta e la ricerca di una realtà unica che ci doni la pace dei sassi, degli alberi, che ci doni dopo aver “studiato infiniti modi” quello giusto “per addormentarci e svegliarci ancora accanto”; c’è poi la fatica nel trovare una direzione di Piano impreciso (Forme complesse, 2021), nel battersi per una giusta causa chiedendosi “dove eravamo quando il superfluo era all’ordine del giorno”, per poi arrendersi (ma non ancora, solo per un momento) riflettendo “che era tanto ormai che mi chiedevo ma tutto questo agitarsi alla fine a che pro”. Perché mi sembra onesto tutto questo, al contrario che so, di Ridere dei Pinguini Tattici Nucleari, coi suoi esempi che sembrano ipergenerici e quel messaggio di fondo (che magari colgo solo io) che sembra uno “spero che mi rimpiangerai quando le cose andranno male”? Perché a differenza di questa canzone Lietti non cerca di fare bella figura, tira fuori tutto sé stesso con una musica ad accompagnarlo che non cerca di essere consolatoria e proprio per questo ci riesce: è la musica che ascoltiamo non per trovare qualcuno che ci dia una via d’uscita, ma quella che ascoltiamo per capire che non siamo gli unici a soffrire al mondo e, tramite quell’energia che ogni disco dei FBYC ha al suo interno, trovare il modo per andare avanti ancora un po’.

Distanze è la seconda e ultima traccia dell’Ep Quassù c’è quasi tutto, uscito nel 2014: un testo breve, caratterizzato nella sua prima parte dalla ripetizione continua del mantra “questa cosa qui o la buttiamo via o la teniamo rotta” e nella conclusione, musicalmente più energica e meno atmosferica, dalla frase “quassù c’è quasi tutto”, che nella sua cripticità sembra esortarci all’abbandono, una fuga non dalla realtà ma verso un’altra realtà, quella stessa evocata più in alto che possa tenere tutto insieme. La protagonista del racconto di Francesca riflette, nella sua sofferenza, sugli stessi concetti che animano la canzone, cercando nella natura che la circonda una risposta ai suoi dubbi su cosa voglia dire forza e se sia davvero necessario essere forti: se troverà una risposta sta a voi scoprirlo, andando più in basso a leggere il racconto mentre ascoltate la canzone che lo ha ispirato, a me non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.

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Forte, di Francesca Bertagna

Devi essere forte mi hanno detto, mentre gridavo a pieni polmoni tutto il mio dolore.
Forte come? Come questa quercia davanti a me, così alta e maestosa? Eppure anche lei si piega al vento gelido d’inizio inverno. Quante volte i suoi rami hanno tremato per la paura di staccarsi dalla madre terra?
Oppure forte come i cipressi, dritti come soldatini? Eppure basta una nevicata per mandarli giù e rovinarli per sempre.
O forte come i fari in mezzo al mare, che con la loro luce salvano vite nelle notti di burrasca? O come le montagne, ferme e indomite, che sopportano per anni l’aggressività della natura?

Io non voglio essere forte. Non sono un albero, né una montagna, né un faro. Sono stanca di esserlo, di essere il faro degli altri. Sono il ramo che si spezza al primo colpo di vento, il cipresso che si china sotto la neve. Sono quell’albero che ha retto per tanto, ma che alla fine si arrende nel bel mezzo di un temporale.
Non posso più essere forte. Tu non sei più qui, sei lontano anni luce, e io mi sento persa.
Ho combattuto, ho corso, ho gridato. Niente è servito. E qui, nella nebbia mattutina, capisco di volermi perdere come mai prima d’ora.
Tu parli di guarigione, di tempo, di pazienza, mentre io mi sento come una soldata distesa su un lettino di guerra, con gli occhi rivolti al soffitto e una domanda che non trova risposta: domani vedrò il sole?

A casa ho un olivo. È vecchio. Ha subito violenza da noi bambini, dal caldo, dal freddo, dal tempo. Ma è ancora vivo. Si è spezzato quasi a metà, ma resiste.
Allora mi chiedo: è questa la risposta al dolore? Resistere? O forse spezzarsi?
Come essere umano, continuo a interrogarmi, e forse non troverò mai una vera risposta. Ma continuerò a voltare lo sguardo verso la natura, che da sola può darmi una lezione e insegnarmi a stare al mondo. Forse, un giorno, uscirò da questo buio che ogni notte mi abbraccia.
La natura è la risposta. Ora lo so.
Sii forte come la natura, mutevole in ogni tempo e in ogni luogo.

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Due ritorni in nome dello shoegaze: i dischi di Glazyhaze e Cowards

Il secondo album è sempre il più difficile diceva Caparezza, talmente difficile che io con le mie band non ci sono mai arrivato. Con una, dopo un primo disco registrato in maniera terribile, registrammo un Ep molto migliore sotto ogni punto di vista ma che tecnicamente non si può considerare il secondo disco, pure in tempi in cui gli album hanno perso di importanza; con l’altra uscimmo giusto con un Ep di tre brani, “distribuito” su chiavetta, poi la band cambiò forma e una breve malattia si portò via il nostro cantante e chitarrista (ciao Giulio) prima che potesse registrare altro. A differenza mia i Glazyhaze e i Cowards invece al fatidico momento ci sono arrivati, i primi con l’autoprodotto Sonic, i secondi grazie all’etichetta Bloody Sound per il quale esce God hates cowards, e questo è il momento dell’articolo in cui un ex musicista fallito vi dice dal basso della sua esperienza cosa ne pensa.

La tenue differenza fra padronanza del genere e personalità

I Glazyhaze sono in quattro (Francesco Giacomin alla batteria, Seva Prokhorov al basso, Lorenzo Dall’Armellina alla chitarra e Irene Moretuzzo, autrice anche dei testi, a voce e chitarra), vengono da Venezia e con il disco d’esordio Just fade away, uscito nel 2023, si sono già tolti qualche soddisfazione, suonando in giro per l’Europa laddove io non mi sembra abbia mai messo la chitarra fuori da Lombardia e Piemonte. Ci arrivano bell* carich* al fatidico secondo disco, e c’è da dire che i dieci brani di Sonic hanno le loro frecce nella faretra: riverberi, atmosfere leggiadre e una certa fantasia compositiva, che contamina lo shoegaze d’elezione con ritmi più serrati e qualche spruzzo di post punk, rendono l’ascolto piacevole e scorrevole. Tutto ok quindi? Non proprio.

La fantasia compositiva della band emerge dalle differenti atmosfere che riescono a creare fra un brano e l’altro, con la dolcezza di canzoni come Forgive me che si alterna ai toni più cupi di Slap e Not tonight (quest’ultima in zona simil Cure, con basso e batteria a trascinare il carrozzone) e alla rincorsa a base di chitarre distorte dell’iniziale What a feeling, ma se la cornice è interessante è all’interno dei singoli brani che si avvertono delle mancanze. La pur bella voce di Moretuzzo fatica a cambiare registro, stabilizzandosi su un tono etereo che non riesce però a instillare potenza quando i ritmi si fanno più serrati, e da questo punto di vista l’aggiunta della voce di Prokhorov nel dream pop di Nirvana è un esperimento che meritava di essere replicato altrove: sono però gli arrangiamenti a mancare di sviluppi particolarmente degni di nota, stabilizzandosi su canovacci che sembrano seguire la corrente senza sorprese.

Prendiamo Stardust, che in un paio di punti sembra voglia deviare dalla semplice spinta impressa dai riverberi vorticosi delle chitarre, ma che invece lì ritorna per poi spegnersi nel finale come se fosse finita l’energia; prendiamo la già citata Slap, che dà sempre l’impressione di voler esplodere e quando finalmente lo fa la batteria di Giacomin, fin lì impeccabile, invece di seguire il flusso e lanciarsi a rotta di collo giù per la collina preferisce tirare indietro, negandoci lo sfogo punk (detto coi crismi del caso) che il brano avrebbe meritato. Sono difetti che non pregiudicano l’ascolto, perché Sonic fila dritto per la sua mezz’ora di durata senza infastidire mai: dopo svariati ascolti però i brani continuavano a faticare a entrarmi in testa, segno che i Glazyhaze hanno padronanza del genere ma gli manca ancora quel pizzico di personalità e, forse, anche di attitudine al rischio necessarie a fare la differenza fra un buon disco e uno che ti rimane impresso.

Codardi di nome, non di fatto

I Cowards al secondo disco ci arrivano per una strada molto più tortuosa e drammatica. Formatisi a Recanati nel 2019, il trio riceve una battuta d’arresto dopo soli due anni, ed è di quelle che lascia il segno: il batterista Peppe Carella muore prematuramente, lasciando Luca Piccinini (voce e chitarra) e Giulia Tanoni (voce e basso) con un grande dolore da elaborare e un altrettanto grande punto di domanda sul futuro. Dopo la pubblicazione nel 2022 di un disco omonimo per la Araghost Records, che raccoglie i primi brani registrati nella formazione di partenza, la voglia di suonare insieme e dare un seguito alla storia della band si concretizza con l’ingresso di Michele Prosperi, ex batterista dei Jesus Franco & The Drogas (band che al momento vince il mio personale premio per il nome più figo sentito quest’anno): seguono nuovi brani, il contatto con la Bloody Sound e l’uscita, a febbraio, di quello che può essere considerato un disco “1.5”, seguendo un canovaccio sonoro già esplorato ma con una formazione diversa e la consapevolezza di avere qualcosa in più da dire.

La scomparsa di Carella ha lasciato un segno nella realizzazione di God hates cowards, che si riflette in testi che parlano di rabbia, stordimento, mancanza, chiarissimi nella dolce About a friend come nella grintosa e cupa I hate you, brano apripista in cui la band se la prende direttamente col divino: la cassetta degli attrezzi dei Cowards comprende infatti vari strumenti, unendo post punk, shoegaze e abrasioni noise che, mischiate per bene, riescono a rendere i nove brani un’esperienza sonora degna di nota. È soprattutto nei dettagli che le capacità del trio emergono, perché sarebbe stato facile in Barefoot walking in head limitarsi al gioco strofa calma/ ritornello distorto mentre loro, con una durata esasperata degli ultimi e il basso che ci aggiunge dentro un giro armonico, riescono con poco a rendere il brano originale e accattivante, un’attenzione che emerge anche nei fragori metallici che in Dystopian city rendono l’atmosfera davvero simile a quella di una città futuristica degradata (e in territori vicini ai White Hills) o nello spoken word con cui Tanoni apre Stay away, aggiungendo spessore al già interessante mix di melodia e rumore.

Funzionano meglio quando accelerano e danno sfogo alle distorsioni i Cowards, come nella corsa forsennata di WTF? e della seguente 3020, perché pur nella semplicità degli arrangiamenti inseriscono suoni allucinati e una dose di energia tale che fa venire voglia di pogare contro le pareti della propria casa. Meno bene gli riescono invece i brani più lenti, come Storm e la conclusiva Scream! (il cui lieve oscuramento sul finale arriva troppo tardi), non pregiudicando comunque l’ottimo lavoro svolto e dando varietà a un suono che, con i dovuti accorgimenti, può renderli ancora più interessanti di così: li aspetto al varco, per ora non posso che fargli i miei complimenti per come sono riusciti a sublimare le terribili sfighe della vita nell’arte.

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Racconto in musica 197: Ticchete tacchete (O’funk’illo – Nos vamos pa’l keli)

Mi ritengo un viaggiatore mediamente avventuroso. Mi piace andare a cercare cose che siano il più possibile fuori dalle rotte turistiche abituali, fare piani serrati in cui vedere il più possibile e in autonomia, ma allo stesso tempo so di non avere lo spirito adatto ad immergermi completamente nella cultura locale e di non avere il coraggio di girare con la stessa baldanza in nazioni in cui, a torto o a ragione, non mi sento abbastanza sicuro. Sto in quella via di mezzo fra il turista da villaggio vacanze e quello da zaino in spalla e via, forse un po’ più spostato verso il secondo anche se in fondo io la mia vacanza a piedi di duecento e passa chilometri l’ho fatta in Belgio, mica in India.

Nel mezzo di questo modo di intendere la vacanza fra svago puro e semplice ed esperienza che ti cambia la vita capita che, musicalmente, mi ritrovi in una sala prove giapponese a vedere una band strumentale thailandese come che faccia l’esperienza più a livello turistico medio e basilare del flamenco in un locale con posto prenotato su GetYorGuide, bello e intenso ma probabilmente meno autentico di quello che si balla e si suona nelle cuevas sul sacro monte di Granada: non me ne pento, mi è piaciuto molto, ma se mi fossi trovato sotto un palco ad ascoltare il crossover andaluso degli O’funk’illo penso che mi sarei sentito più parte del posto invece che un semplice turista, curioso ma non troppo.

A farmi scoprire la band di Siviglia è stata Guendalina Bruni, autrice che abbiamo coinvolto dopo aver letto alcuni suoi racconti su Narrandom, rivista che non smettiamo di consigliarvi di cui è anche redattrice. Nata in Umbria e marchigiana d’adozione, nel 2004 Guendalina inizia ad ampliare i suoi confini girovagando fra Europa e America per studio e lavoro, fermandosi infine in Francia nel 2014, dove tuttora risiede occupandosi di gestione delle risorse idriche. La passione per la scrittura la coltiva fra un modello idrogeologico e l’altro e di notte, sfiorando l’insonnia: tante ore di sonno perse sono però ben ripagate quando ti escono racconti come quelli pubblicati su Rivista Blam!, Piegàmi, inutile, Crack, Grande kalma e Risme, che ovviamente vi esortiamo a leggere tutti.

Ascoltare gli O’funk’illo è stato come tornare parzialmente indietro nel tempo ai miei 18/20 anni, fra la fine delle scuole superiori e il servizio civile, quando il crossover andava per la maggiore e non si era ancora trasformato quasi esclusivamente in nu metal: il periodo dei migliori dischi degli Incubus, quello in cui i Red Hot Chili Peppers non si erano ancora persi definitivamente in nenie terribili e quello in cui la band di Siviglia, appunto, muove i primi passi, trasformandosi nel 1997 da cover band (col nome Motherfunkers) a formazione dedita alla contaminazione fra funk e metal, con una punta di flamenco, rap e reggae a condire il tutto. Il primo disco, omonimo, lo pubblicano nel 2000, in una formazione che contiene ancora tutti i fondatori: Andreas Lutz alla voce, Pepe Bao al basso, Javi Lynch Marssiano alla chitarra e Joaquín Migallón alla batteria, più una miriade di collaboratori e coriste che rendono le esibizioni sul palco una festa scatenata, trascinata dal basso iperveloce di Bao e dal carisma di Lutz, animale da palco come pochi. Il nucleo fondatore della band resisterà fino al 2006, periodo nel quale fanno in tempo a pubblicare altri due dischi (… en el Planeta Aseituna, 2003, e No te cabe na’, 2005, entrambi prodotti dalla band stessa e pubblicati sotto major, la EMI tanto odiata dai Sex Pistols), apparire nei principali festival della penisola iberica e guadagnarsi il premio come miglior band e miglior album di rock alternativo ai Premios de la música del 2006: poi un litigio fra Bao e Lutz mette a lungo in standby il progetto, portando alcuni membri a proseguire con un nome diverso (Pa’l keli: tributo a O’funk’illo, che sembra il modo in cui i Kyuss avevano cercato di riformarsi come Kyuss Lives prima che Josh Homme rompesse ulteriormente il cazzo sui diritti e costringesse tutti gli altri a cambiare completamente nome), altri a formare nuove band e nessuno a mediare fino almeno a cinque anni dopo, quando Lutz, Bao e Marssiano (gli ultimi due nel frattempo avevano fondato i Cusha!) rimettono in piedi il progetto ed escono con un nuovo disco, Sesión golfa, pubblicato dalla Maldito Records nel 2011.

Marssiano esce di nuovo dalla band subito dopo, dando il via a un periodo frammentato in cui escono 5Mentatario (2014, Rock Estatal Records), con i soli Bao e Lutz della formazione originaria, un doppio disco-reunion con un sacco di ospiti per celebrare i vent’anni di carriera (20 años ajierro e 30 amigos embruterrio, 2018 per la Spyro Music) e di nuovo un disco a formazione “ristretta” nel 2020, O’funk’illoterapia, in cui Lutz certifica anche l’uscita da un lungo periodo di abuso di alcool e droga. Il presente, dopo un altro breve periodo di stop, vedrà la band festeggiare i venticinque anni di carriera con un tour che li porterà negli Stati Uniti e in America latina, e i due singoli usciti a pochi mesi di distanza El tato Bootsy (dedicata al mago del basso Bootsy Collins) e Huele a funk presagiscono l’uscita di un nuovo disco: con quale formazione e quanti dei membri originari difficile capirlo, ma in fondo l’importante è che il carrozzone sia ancora in piedi e continui a macinare musica perdendo poco della carica originaria, cosa rara in un mondo musicale dove inizi con un sacco di energia e finisci a fare le ballad che magari ti eri ripromesso di non fare mai in vita tua.

Nos vamos pa’l keli è la quarta traccia del disco d’esordio degli O’funk’illo, nonché uno dei loro cavalli di battaglia, riproposto addirittura in versione jungle nell’ultimo disco. Festaiola e scatenata, la canzone non ha altro scopo che invogliare a lasciarsi andare, godere e festeggiare, anche se Lutz ci tiene a specificare che “si nos invitas a tu casa os comportamos educadamente”: meno educatamente si comportano i vicini della protagonista del racconto, colpevoli di un ticchete tacchete continuo di bottiglie ogni sera che la esaspera e le fa sentire al contempo la nostalgia di un periodo più libero e semplice, “quando ancora lo scandire della vita era dettato dal meteo del fine settimana”. Guendalina riesce a traslare in parole tutto quel ritmo e quelle sensazioni in una prosa densa e serrata, vagamente allucinatoria, in cui potete entrare andando un po’ più in basso, subito dopo la canzone che l’ha ispirata: buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero l* artist* accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

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Ticchete tacchete, di Guendalina Bruni


Rincaso, loro sono lì. E ticchete ticchete e ticchete tacchete. Pausa. E ticchete ticchete e ticchete tacchete. Puntuali ogni sera, si agitano, sbattono, spargono tonfi tra le stanze, corridoio, cucina, salone, e tacchete, daccapo. Che modi. Non li ho sentiti quando Oliver mi ha mostrato l’appartamento: “eccolo qui signora, mi ha chiesto tre stanze, e io tre stanze le ho trovato”. Bravo Oliver. Solo che, Oliviero mio, qui non ci sono tre stanze, ce ne sono almeno il doppio. O il triplo, contando pure i vicini di pianerottolo. Era meglio il tram, un ronzio continuo che sparisce dopo le dieci, per fare posto al vociare di strada che sfuma man mano che le bottiglie di rum si svuotano. Mentre cerco frenetica la cassa per amplificare Ley de gravedad e tutta la playlist che il buon vecchio Spotify mi ripropone sistematico, rifletto sul sacrosanto potere terapeutico della musica: non tanto per sciogliere le tensioni muscolari ammassatesi durante la giornata, ma anche solo per coprire i ticchete tacchete che mi infiammano i nervi cranici fino al collasso. La cassa è scarica, alzo il volume del cellulare mentre imbastisco un’altra crociata alla ricerca del cavo di alimentazione. Nel frattempo mi chiama Giovanna, cazzo Giovanna, l’articolo, l’aggiornamento calendario e compagnia bella che le avevo promesso. Col telefono tra guancia e spalla, tra i “sì, non ti preoccupare” e i “certo che mi ricordo”, riesco ad estrarre lo stendi biancheria incastrato tra il frigo e l’asciugatrice: Oliviero, mi hai dato tre stanze ma ti sei preso indietro quei quindici centimetri di corridoio che servivano a non sbattere quell’arnese metallico tra suolo e pareti. Dimenandomi tra lo stipite della porta della cucina e l’angolo angusto tra corridoio e salone, riesco ad aprirlo, sfregiando il bianco candido della parete. Saluto Giovanna e il suo incalzare a mitraglietta e mi dirigo verso la lavatrice; mi imbambolo davanti al cestello, al crescendo dei suoi volteggi, preludio andante della centrifuga: il concerto è animato dal tintinnare delle bottiglie di alcolici depositate ai suoi piedi, che vibrano contro la parete laterale, abbastanza vigorosamente da creare un effetto cajon degno di una buleria del Camaron. Mi infiammo nel ricordo delle scappate andaluse che ci concedevamo quando ancora lo scandire della vita era dettato dal meteo del fine settimana. Ma sì, vaffanculo, un bicchierino, che sarà mai. Mi chino e sfilo una bottiglia a caso, tiè, il mirto di Arbatax, la estraggo pensandola piena e invece la ritrovo leggera, qualcuno dev’essere già passato di lì, deduco, un instante prima di sbatterla contro la parete alle mie spalle e di fracassarmi il timpano con il rumore dei suoi frammenti. Schizzano dappertutto: sulla credenza in acciaio, su per il foro di areazione, giù dal lucernario aperto, per terra sul cotto da lì fino a quasi la porta d’ingresso. E ticchete ticchete e ticchete tacchete, loro continuano imperterriti, che modi.

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Il punto di congiunzione fra musica lo-fi e pessimo cinema: Bassa fedeltà di Enrico Monacelli e Film brutti di Andrea Carobbio

Ricordo abbastanza bene quando è avvenuto il mio primo incontro con la musica lo-fi. Era il 2009, collaboravo con Indie-zone e ricevere i dischi significava, se il disco era estero, ricevere nella stragrande maggioranza dei casi un file piratato: mi capitò in questa maniera di ascoltare e recensire il secondo album degli Wavves, ovvero Wavvves, che ascoltai chiedendomi continuamente “ma perché l’hanno registrato così di merda?” Lo stroncai, ignaro che quel modo di fare musica aveva già basi solide e storiche: dopo anni densi di altre esperienze sonore (e la sorpresa di trovare una canzone degli Wavves stessi, registrata decisamente meglio, all’interno del videogioco GTA V) oggi forse (forse) lo rivaluterei.

Non ricordo invece quale è stata la mia porta di ingresso nel mondo dei film brutti. Negli anni ne ho “collezionati” parecchi, dagli storici capolavori di Ed Wood a perle meno note (perlopiù carpite dal fornitissimo, ma ahinoi non aggiornato, archivio del sito FilmBrutti.com) come Il bosco 1 o Van Helsing – Dracula’s revenge, quest’ultimo “nobilitato” dalla partecipazione di un Coolio (sì, quello di Gangsta’s paradise) fattone in versione normale e sessuomane in versione vampiro, e potrei andare avanti ore a citarne perché il fascino dell’orrido, una volta che ti prende, diventa una droga.

Pur uniti da mezzi di produzione limitati, e da budget quasi sempre risicati, non avevo mai pensato che i due mondi potessero avere molto in comune, almeno prima di leggere Bassa fedeltà- Musica lo-fi e fuga dal capitalismo, scritto da Enrico Monacelli e pubblicato da Nero, e il didascalico Film brutti, scritto da Andrea Carobbio e pubblicato da Mimesis. Pur partendo da basi e ambizioni completamente diverse, i due libri si parlano attraverso quella che è una caratteristica imprescindibile sia per la buona riuscita di un album lo-fi che per la pessima riuscita di un film brutto: la sincerità dell* autor*.

Filosofia e sociologia del registrare “male”

A differenza mia, quando Monacelli ha ascoltato per la prima volta un disco lo-fi non se n’è allontanato con ribrezzo. Il periodo era lo stesso, giusto un anno più tardi (le età, invece, decisamente differenti: lui diciassette anni, io avevo appena scavallato la trentina), ma il disco invece era un po’ più vecchiotto: Knock knock, settimo album di Smog (moniker dietro cui si cela dietro qui si cela Bill Callahan), uscito nel 1999. Per Monacelli è in particolare la canzone Teenage spaceship a rappresentare un’illuminazione, sia per il testo che riusciva a racchiudere il disorientamento adolescenziale con cui lui stesso faceva i conti, sia per i suoni che accompagnavano quelle parole.

E c’era un’altra cosa che mi aveva colto alla sprovvista: la canzone suonava cruda e povera. Naturalmente avevo già ascoltato delle demo registrate male o di qualche gruppo punk scadente, ma c’era dell’altro. Il brano suonava grezzo in un modo incantevole e premeditato. La chitarra girava intorno a quei pochi accordi, tesi e disadorni, che sembravano rimbalzare sulle pareti di una piccola camera da letto. Era affilata e metallica, di fronte a tutto il resto della canzone, e ne usciva meravigliosamente maciullata. I sintetizzatori, subito sotto la chitarra, suonavano come un ossimoro davvero bizzarro: svettanti ma scadenti e impolverati. La voce di Callahan si adagiava su questo mucchio di detriti dorati mentre entrava in scena la batteria, con il suono di piccoli barattoli di latta recuperati in qualche angolo di una landa deserta. La cosa più sorprendente di tutto ciò era sicuramente che non si trattava di una fortunata coincidenza emersa da circostanze casuali o di una bellezza nata dalla morsa della pura necessità: si trattava di uno stile consapevole, una sorta di registrazione magicamente messa a punto da Callahan e dal suo produttore, Jim O’Rourke. La canzone non finisce semplicemente così. Era un’opera di rovina virtuosistica, fatta apposta per esplorare le potenzialità dei suoni in bassa fedeltà. Era bellissima.

L’ascolto di quella canzone è per l’autore il punto di ingresso per un genere/non genere sfaccettato e multiforme come il lo-fi, interpretato in mille maniere diverse ma accomunate dal rifiuto verso le produzioni ad alto budget per altrettante ragioni diverse, da quelle estetiche a quelle di libertà creativa. A queste ultime Monacelli aggiunge motivazioni sociali, consapevoli o meno, analizzando la carriera e i dischi di determinati artisti (e di una sola band di artiste, perché purtroppo anche questa storia musicale è perlopiù una questione maschile) attraverso le riflessioni di gente come Félix Guattari, Herbert Marcuse, Franco “Bifo” Berardi e l’immancabile Mark Fisher, sviluppando nell’arco di poco meno di duecento pagine non tanto una storia cronologica della musica lo-fi (per quanto ci tenga a fissare un punto iniziale, opinabile per sua stessa ammissione, nel disco Smiley smile dei Beach Boys) quanto un manifesto politico che vede in questo tipo di produzione artistica una critica alla società capitalistica.

R. Stevie Moore ha pubblicato più di quattrocento dischi nella sua vita. Il numero varia a seconda della fonte che si prende in considerazione. Probabilmente nemmeno lo stesso Moore è sicuro di quanti siano. E probabilmente ce ne saranno molti di più il giorno in cui lascerà questa terra. Ha realizzato così tanti album e progetti bizzarri che nessuno avrà mai il tempo di ascoltarli tutti, ma lo scopo non è mai stato quello di consumarli o venderli: sono stati realizzati al di fuori di qualsiasi logica di mercato, per godere della loro esistenza come la documentazione di un momento molto specifico di una vita molto specifica. Non esistono per diventare merce da scaffale, ma per la gioia di esistere e per amore dell’esistenza, quasi come fossero figli di una compulsione

Uno dei pregi di Bassa fedeltà è quello di non limitarsi ai “grossi” nomi della scena, perché per un Daniel Johnston che è stato toccato per un breve periodo dalla luce dei riflettori (anche grazie, lo scopro qui, ai miei adorati Butthole Surfers) ci sono molti altri nomi che invece sono rimasti nell’ombra, seguiti da un piccolo gruppo di accolit* affascinat* dai loro mondi bizzarri e totalmente fuori mercato. Nomi come R. Stevie Moore, wannabe rockstar dalla carriera ultradecennale e alfiere del “do it yourself”, le algide Marine Girls, la cui carriera è durata solo fra il 1980 e il 1983, Phil “Mount Eerie” Elverum (uno che da queste parti apprezziamo molto) e Mike “Perfume Genius” Hadreas e le loro sofferte parabole esistenziali e Ariel Pink con il suo suono che si alimenta di nostalgia e paranoia. Per ognuna delle loro estetiche Monacelli trova una porta di accesso sociologica tutt’altro che scontata, persino avventata, ma innegabilmente affascinante: ecco allora che la musica delle Marine Girls viene associata alle ricerche sulla fobia degli spazi oceanici dei Freikorps che portarono Hitler al potere (secondo il controverso studio di Klaus Theweleit Fantasie virili, pubblicato nel 1977, l’acqua rappresentava il duplice terrore della penetrazione e di tutte quelle persone che desiderano essere penetrate), il bizzarro mondo mistico di Johnston si collega al comunismo acido che Mark Fisher stava teorizzando prima del suo suicidio e il ritiro in mezzo alla natura norvegese attraverso cui Elverum ha realizzato il disco Dawn, affine a prima vista alla genesi del Walden di Henry David Thoreau, viene associato più  a Walter Benjamin.

Il catastrofista marxista Walter Benjamin ha scritto che《Marx dice che le rivoluzioni sono le locomotive della storia. Ma forse le cose stanno diversamente, forse le rivoluzioni sono un tentativo da parte dei passeggeri di questo treno – cioè la razza umana – di azionare il freno》, e per Elverum la musica era, su scala minore, proprio questo: un freno di emergenza che attiviamo per bloccare l’esistenza di una realtà ingiusta. Autoprodurre un album significava, per Elverum, essere fedele a un’interzona selvaggia, sia psichica che fisica, in cui un’uscita dalle costrizioni e dai vincoli è ancora possibile e auspicabile. Uno spazio in cui, attraverso una critica pratica e spietata dell’esistente, si possono esprimere e praticare nuovi modi di vivere, amare e morire, anche se senza garanzie o forme fisse a cui aggrapparsi. La gioia e il terrore della critica.

È anche una storia di contraddizioni quella del lo-fi, fatta di paradossali aspettative di successo, inquietanti  amori oltre il limite dello stalkeraggio e, nel caso di Ariel Pink, un viaggio contro tutto e tutti nel mondo del complottismo. Forse le associazioni di Monacelli sono esagerate, forse l* artist* di cui sono narrate le gesta non si ritroverebbero in queste analisi, ma il lavoro compiuto in Bassa fedeltà fa riflettere sui modi in cui possiamo tentare una fuga dal capitalismo perlomeno ideologica, magari guardando anche verso le nuove leve della musica lo-fi che l’autore, attento alle nuove forme di espressione, elenca nell’ultimo capitolo del suo saggio che certifica una volta di più le capacità della casa editrice Nero di intercettare quella linea di congiunzione che ancora resiste fra musica e politica.

La bruttezza come forma di sincerità

Nel suo Film brutti (sottotitolo: Ma così brutti da diventare bellissimi) Carobbio ha ambizioni sicuramente minori. Folgorato sulla via di Damasco dalla visione di The room, il capolavoro trash di Tommy Wiseau sulla cui lavorazione James Franco ha basato The disaster artist (che, a differenza della pellicola ispiratrice, si è portato a casa anche qualche premio prestigioso: ne avevamo parlato qui), l’autore del libro è stato risucchiato dal fascino dell’orrido nella sua più pura essenza, quella stessa che portava me, mio fratello e un nostro amico a organizzare saltuarie visioni collettive dei “capolavori” recensiti peggio dal già citato FilmBrutti.com: quella dove la bruttura è totalmente involontaria, e pertanto soffusa di una sorta di ingenua e stramba genialità.

Ciò che rende davvero affascinanti queste pellicole è che rappresentano un viaggio di sola andata nella psiche dei loro creatori. Aprono uno squarcio sulle vite di persone senza talento e perlopiù senza alcuna preparazione che, nonostante i palesi limiti imposti dalle proprie capacità e da budget spesso risicatissimi, semplicemente se ne fregano. Ma che vengano mossi da un’ambizione sfrenata e infantile, o da un egocentrismo esasperato o ancora da un’ottusità che rasenta l’idiozia, non possiamo che ammirarli. I loro film sono monumenti alla resistenza. All’ambizione sconsiderata. Alla frustrazione. Al fallimento. All’amore incondizionato e illogico per l’arte cinematografica. Ci raccontano di quanto sia dannatamente difficile riuscire a fare, a essere ciò che si vuole nella vita. Ed è per questo che è impossibile non amarli.

Il libro è composto da un elenco di schede su alcune delle peggiori pellicole prodotte negli ultimi cinquant’anni di cinema, soprattutto megli Stati Uniti ma sconfinando anche in Italia e persino in Turchia, con il delirante 3 Dev Adam che mette in scena, in barba a una ancora notevolmente fallace politica di protezione del copyright, uno Spiderman apocrifo e psicopatico che lotta contro un Capitan America di poco più realistico e… Il luchador messicano El Santo. Nessuna analisi sociologica, ma una linea ben precisa: evitare i nomi più famosi del panorama trash, come i già citati Wood e Wiseau, e concentrarsi sulle pellicole involontariamente brutte, escludendo dal novero le produzioni volutamente trash della Asylium (quella di Sharknado, per intenderci) e della capostipite di questo “genere”, la benemerita e immarcescibile Troma.

Non gli eroi che meritavamo, ma quelli di cui avevamo bisogno per farci quattro risate

Il fascino di un libro del genere è quello di scoprire aneddoti gustosissimi sul dietro le quinte dei disastri annunciati mentre si andavano formando. Il misconosciuto (e italianissimo) Alien 2 – Sulla terra (non denunciatelo alla 20th Century Fox: nel 1980 Alien non era ancora un marchio registrato, e il regista e produttore Ciro Ippolito ha vinto la causa intentatagli), con i soldi del budget spesi in auto costose e col suo mostro fatto con la trippa, lo scippo di una catenina a Napoli da cui la vittima prende spunto per creare il delirante La croce dalle sette pietre (sottotitolo non ufficiale: L’uomo lupo contro la camorra), il volontario schianto di Carnosaur nell’uscire un mese prima di Jurassic Park (unica concessione alla bruttura consapevole: a produrre c’era Roger Corman, re mida delle pellicole a basso budget che nella sua carriera ha tenuto a battesimo gente come Joe Dante, Martin Scorsese, Francis Ford Coppola e Jack Nicholson) e l’incredibile motivazione per cui il protagonista di Samurai cop ha i capelli lunghi in alcune scene e un’imbarazzante parrucca da donna in altre (spoiler: il regista Amir Shervan aveva dimenticato di girare un buon cinquanta per cento del film, e nel frattempo l’attore Matt Hannon si era tagliato i capelli). Ciò che invece non può riuscire a fare Carobbio, con consapevolezza dell’autore stesso, è restituire su carta la bruttezza di certe scene, come quando gli orribili gallinacci in computer grafica di Birdemic: Shock and terror entrano in scena dopo quarantacinque minuti di noiosissima povertà creativa e di mezzi (il regista James Nguyen, totalmente immerso nel suo culto per Alfred Hitchcock, faticherà molto nel capire perché la gente ridesse invece di essere terrorizzata dal suo film), o come quando cerca di restituire l’improbabilità di alcuni scambi di battute di Megaforce, un film dalle ambizioni non meglio specificate che uscì al cinema nello stesso giorno di La cosa e Blade runner e floppò come loro a causa dello strabordante successo di E.T. pur divenendo, come gli altri due ma per motivi diametralmente opposti, un cult.

Uccellacci in pessima computer grafica affrontati con delle grucce: ok

Ci sarebbe da parlare anche di Neil Breen, una sorta di involontario David Lynch dei poveri (su cui anche I 400 Calci hanno realizzato una retrospettiva), del flop imbarazzante di Dreamland – La terra dei sogni (guardatevi il trailer e ditemi se non sembra fatto da Maccio Capatonda), dell’eccezione (meritevole?) rappresentata dalla serie The lady di Lory Del Santo, ma non voglio togliervi la sorpresa di scoprire tutte le chicche (dis)gustose contenute nel libro. Carobbio ha la penna ironica al punto giusto per affascinare col suo racconto, anche se la conclusione delle sue retrospettive sembra spesso troppo veloce: trova però il perfetto anello di congiunzione con il saggio di Monacelli a pagina 90, attraverso il pensiero del già citato Roger Corman, che è la citazione con chiudo questo articolo sperando di avervi invogliato ad entrare almeno un poco nel mondo della musica registrata male e dei film girati peggio.

Corman credeva fermamente che la creatività non dipendesse dai soldi. Lavorare con pochi mezzi, secondo lui, stimolava l’ingegno e la capacità di trovare soluzioni innovative. Per Corman, in sostanza, il basso budget era molto più di una strategia finanziaria: rappresentava una scelta quasi ideologica. I suoi film sono dichiarazioni di indipendenza creativa, con i quali intendeva promuovere la democratizzazione del cinema, l’innovazione attraverso la limitazione dei mezzi e una ribellione contro l’industria hollywoodiana tradizionale.

Insomma, fanculo il capitalismo, anche se ci siamo dentro.

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Racconto in musica 196: L’ipotesi (Giorgio Poi – Giorni felici)

“I maestri sbagliati li ho seguiti tutti” cantavano un bel po’ di anni fa i Tre Allegri Ragazzi Morti, e io ci ho messo un certo impegno nella mia vita per adeguarmi, almeno musicalmente, a quell’adagio, ancora prima di conoscere la canzone da cui è tratta la frase oltretutto. I miei avevano in casa quasi solo cassette di Sanremo, alle elementari ho cominciato ad ascoltare i Queen e Vasco Rossi, una cassetta di Zucchero e una di Eros Ramazzotti erano arrivate “grazie” a mio fratello (sulla seconda sono sicuro, sulla prima un po’ meno) e alle medie ho fatto il salto verso la Deejay Parade: potevo essere come tutt* l* altr*, invece poi ho virato verso il grunge proprio mentre il Grest del mio paesino voleva inculcarmi in testa Lucio Battisti a colpi de La canzone del sole cantata in circolo ogni santa sera (e faceva uscire definitivamente di scena anche Vasco a botte altrettanto tenaci di Albachiara). La mia epopea di bastian contrario (fino a un certo punto, che i Nirvana guardati su Mtv non erano mica i Negazione pogati in un centro sociale) è iniziata lì, e fedele a quella linea che ovviamente non c’era mi sono tenuto lontano da ciò che percepivo come la norma in musica, soprattutto quella italiana: così, a parte un recupero tardivo di Fabrizio De André, mi sono perso pure tutti i cantautori (qui il maschile sovraesteso è purtroppo voluto) dell’epoca d’oro della musica italiana, dai Guccini ai De Gregori e figuriamoci i Venditti, che io sentivo Alta marea e mi veniva l’orticaria e non mi sarei mai sognato di pensare che anche lui aveva fatto cose buone (che comunque, mea culpa, sto ignorando pure ora, troppo impegnato a seguire la solita linea sghemba che mi ha portato l’altroieri ad ascoltare una band sperimentale formata da un burkinabé, un belga e un francese, consiglio di un amico). Ovviamente non ho mai recuperato neanche il sopracitato Battisti, diffidando di chiunque negli anni mi suggeriva che magari anche solo un Anima latina poteva valere la pena ascoltarlo, perché i “traumi” infantili subiti in un paesino del novarese si riverberano a lungo: non so se Giorgio Poi ha avuto di simili esperienze, ma scommetto che l’artista della settimana di Tremila Battute invece il Lucio nazionale (no, non quello che parteciperà all’Eurovision) se lo è ascoltato approfonditamente, così come tante altre cose che io mi sono perso perché ero troppo occupato a ficcarmi orgogliosamente nella nicchia della nicchia.

A permetterci di parlare di lui è Felicia Buonomo. Giornalista a Mediaset, Felicia ha un lungo curriculum lavorativo e ne ha uno altrettanto lungo letterario che spazia fra saggistica (Pasolini profeta, Mucchi Editore 2011), reportage giornalistico (I bambini spaccapietre. L’infanzia negata in Benin, Aut Aut Edizioni 2020) poesia (Cara catastrofe, Miraggi Edizioni 2020, Sangue corrotto, Interno Libri 2021) e narrativa breve (La giusta dose, Scrivere Poesia 2023). Non mancano nemmeno sue incursioni su riviste varie, e fra gli altri vi segnaliamo i suoi testi su Nazione Indiana, Racconticon, Crunched e inutile, quest’ultimo ascoltabile all’interno del podcast di audioracconti curato dalla redazione della rivista.

Ognun* di noi vive in una bolla, e all’interno della mia c’è stato un momento in cui sembrava impossibile non accorgersi di Giorgio Poti, rinominatosi Giorgio Poi una volta iniziata la carriera solista: quel momento era il 2017, anno di pubblicazione del suo disco d’esordio Fa niente per Bomba Dischi, e sono sicuro di averlo incrociato in tre diversi festival nell’arco di una sola estate senza mai andarmelo a cercare e, lo ammetto, anche snobbandolo un po’. C’era proprio quel non so che di battistiano all’interno della sua musica che, forse per i suddetti “traumi” infantili, mi faceva tenere lontano, anche se pure da lontano potevo apprezzare il modo in cui alcuni suoi brani venivano prolungati in improvvisazioni che mostravano a me, chitarrista autodidatta, come cazzo si suona. Non per niente Poti, classe 1986 nato a Novara (ma guarda un po’!) con un’infanzia vissuta anche fra Lucca e Roma, si laureava in chitarra jazz alla Guildhall Music School of Music and Drama negli stessi anni in cui io imparavo a fare (male) Rebel rebel di David Bowie in una band con cui avremmo dovuto fare inediti e invece siamo finiti a fare cover prima che me ne estromettessero per manifesta inferiorità (via mail, al di là delle ragioni ci sono metodi migliori: se fosse già esistito Whatsapp magari avrebbero mandato un vocale), e mentre io cercavo con la mia nuova band posti dove suonare al di fuori di Vigevano lui faceva tour in Europa e negli Stati Uniti con i Vadoinmessico, band con cui pubblica il disco Archaeology of the future (2012, PIAS Recordings) per poi cambiare nome, ritornare cinque anni dopo come Cairobi e pubblicare un omonimo disco di “musica folk per un popolo che non esiste” per la Some Other Planet Records proprio all’inizio di quel 2017 in cui, dopo qualche anno passato a Berlino, Poti torna in Italia.

Fa niente esce un mese dopo rispetto al disco dei Cairobi ed è debitore del percorso musicale intrapreso con la/le band di cui ha fatto parte, o semplicemente Giorgio Poi era già sé stesso da anni e, svestitosi di influenze di world music che gli appartenevano meno, ha cominciato a fare musica che appare pop senza esserlo, leggera nel modo in cui è in grado di entrarti in testa con facilità ma tutt’altro che semplice come costruzione (come cazzo suona bene il basso in questo disco?). Il suo primo singolo Niente di strano esce già nel 2016 e il successo comincia a montare da lì, con quel mix strano eppure godibile di pop e psichedelia, frequenze alte come la sua voce in primo piano e riverberi ad ammantare di una nostalgia 70/80 il risultato generale. Passano solo due anni prima che esca il secondo capitolo della sua storia solista, ma in quei due anni succedono un sacco di cose: collaborazioni con Frah Quintale e Carl Brave, tour mondiali di supporto ai Phoenix, un brano scritto per Luca Carboni e la produzione del disco solista di Francesco De Leo de L’Officina Della Camomilla, tutti segnali che di Poti non si sono accorti solo i piccoli festival in cui andavo a bivaccare nell’estate 2017.

Smog (2019) è all’apparenza un “more of the same” delle atmosfere già esplorate nel precedente disco, un poco più morbido e con le tastiere che si prendono più spazio, ma se vale il termine “personale” per qualcosa sicuramente lo è per il secondo album di Giorgio Poi: registrato nel proprio studio casalingo, suonato (batteria esclusa) interamente da lui, Poti Smog lo ha perfino illustrato, creando l’immagine di copertina e realizzando disegni a tema per ogni traccia anche all’interno del booklet. Nei testi continua a esplorare un mondo di quotidiane disperazioni ed epifanie, in cui le stelle si rivelano essere “un pezzo di ferro con su scritto EasyJet (Stella) e di un amore finito si ricordano vagamente solo particolari banali come la mozzarella tolta dalla pizza (Ruga fantasma), aggiungendo un po’ di bislacca autoironia nella traccia finale La musica italiana dove duetta con Calcutta, compagno d’etichetta con cui già aveva collaborato suonando le chitarre nel disco dell’artista romano Evergreen (li accomuna anche l’aver collaborato con Takagi & Ketra, ma su questo meglio glissare). Passano altri due anni, una collaborazione con Francesca Michielin, la composizione della colonna sonora della serie tv Summertime e una pandemia prima che Giorgio Poi esca con il terzo album, Gommapiuma (2021), dove il tono si ammorbidisce ancora: l’album è più acustico, più arioso grazie agli archi, più intimo in qualche maniera e probabilmente è esattamente ciò che voleva ricercare un artista che ha dichiarato “se non sono andato in frantumi è anche grazie a queste canzoni”. Per i successivi quattro anni Poti, se si esclude il singolo Ossesso uscito a giugno 2022, sembra occuparsi più della musica dell* altr* che della sua, apparendo qua e là in veste di collaboratore (la canzone Haute saison del duo francese Rob & Jack Lahana, il cui clip è diretto da Natalie Portman e certifica un legame col cinema alto per Poti, visto che nel video del suo primo singolo appariva un Luca Marinelli fresco reduce dei successi di Lo chiamavano Jeeg Robot e Non essere cattivo), produttore (la canzone Mare Malinconia di Franco126 e Loredana Bertè, il disco Relax di Calcutta) e autore (la canzone L’inizio di Biagio Antonacci, giuro che non pensavo che avrei mai scritto in due righe vicine Loredana Berté e Biagio Antonacci su questo blog). Poi all’improvviso, senza che questo sia stato organizzato attraverso i potenti mezzi di Tremila Battute, proprio due giorni fa è uscito Uomini contro insetti, il singolo che certifica il suo ritorno sulle scene. Coincidenze?

Giorni felici è la quinta traccia di Gommapiuma, una canzone dove l’amore è intriso di nostalgia e distanza e non viene mai chiarita l’intensità di quel sentimento, ristretto alla sola richiesta di un’ora da passare insieme fra sorrisi e felicità, “senza nasconderti/ armata fino ai denti per difenderti”. Non conosciamo nemmeno cosa abbia scatenato il malessere che ogni anno prima di Natale colpisce la protagonista del racconto di Felicia, ma non ne abbiamo bisogno per riuscire a sentirlo vividamente, tratteggiato attraverso pochi e precisi dettagli dalla penna dell’autrice: potete immergervi nella sua storia subito dopo il brano che l’ha ispirata, a me non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero l* artist* accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

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L’ipotesi, di Felicia Buonomo

«Non potrai mai capire cosa significhi convivere con la maledizione del Natale», scrivo ad A., raccontandole che quest’anno è arrivata inaspettatamente in anticipo. Non ha atteso i due-tre giorni che precedono la più inattendibile delle feste rosse in calendario. Da settimane la pelle mi si scortica, una trafittura mi invade gli occhi, mi getta sul petto il battito accelerato che impedisce il respiro.

«Devi mettere in conto l’ipotesi della fine», aggiungo, lucida e spietata.

«Metto in conto che andrà bene», risponde A.

Un pesante attacco di cefalea mi devasta già da 48 ore, provocandomi il pianto gutturale tipico dei bambini. Ma lascerò credere alla mia maledizione del Natale che sia per lui che divento un cervo abbagliato dai fari. Tanto, che lui ci sia o non ci sia, ormai è la stessa cosa.

Sento un cane abbaiare in lontananza. La furia del suo ringhio mi è evidente fin quassù. Porto una mano alla fronte cercando di scorgerlo. Abbasso lo sguardo in direzione del selciato, prima a destra e poi a sinistra, stringo gli occhi in cerca di una risposta che non trovo. A questa altezza la visuale è ampia, ma lontana dal concetto di nitidezza che ho smarrito poco più di tre anni fa. Il battito scandito dalla rabbia animale mi sovrasta, ma non riesco a vederlo. Deglutisco angoscia e accettazione, fedeli compagne notturne, quando nemmeno il riscaldamento a pavimento dei 24 metri quadrati di prigionia che mi ospitano riesce a placare il tremolio del mio corpo.

Sono a 30 metri di distanza dal suolo, l’aria è densa, mi entra nelle narici insieme all’inquinamento della città. Ho un capogiro mentre penso che potrei decidere di rispondere al messaggio di K. per azzerare di colpo la sospensione della verità.

In ascensore, diretta qui, nel terrazzo del palazzo che ospita anche il monolocale in cui vivo, ho pensato al custode a mezza giornata dell’edificio, un nordafricano che si fa chiamare Luca. Da mesi mi auguro di non incontrarlo, per non dover subire il suo sguardo interrogativo mentre si domanda come mai la cassetta della posta che porta il mio nome stia straripando di lettere. Ogni sera, al rientro, mi volto nella direzione del cassettone sospeso abitato dai cognomi dei condomini, rimandando la decisione di fare pulizia. Come potrei sperare nel miracolo della comprensione nel raccontargli dell’abilità acquisita nel tempo a selezionare i pesi? Di come ho imparato a eludere ogni non-necessità?

Oggi ho mentito a M. per la prima volta. Gli ho detto che ero tranquilla, ma ero inquieta all’idea di arrivare qui. Sono tre anni che tento di salire su questo terrazzo. M. mi ha dato la spinta.

Sento l’abbaiare sempre più insistente. Mi volto e mi trovo di fronte un rabbioso molosso. Non è vero che il cane che abbaia non morde, lui vuole farlo. Mentre agguanto il coraggio che mi è mancato in questi tre anni, si appresta ad azzannarmi. Mi manca per un pelo. Continua ad abbaiarmi contro, mentre a braccia larghe raggiungo il piano asfaltato.

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