Racconto in musica 139: La notte mi dimentica (Ratatat – Nightclub amnesia)

La mia compagna ha gusti musicali molto diversi dai miei, ma è molto curiosa ed è più facile che dica di sì alla possibilità di un’esperienza nuova piuttosto che il contrario. Una delle prime volte che siamo uscit* insieme l’ho portata a vedere gli Eugenio In Via Di Gioia, e le sono piaciuti (io, nella specifica occasione, le sono piaciuto meno, ma è comunque una storia a lieto fine): negli anni le ho poi fatto scoprire Giorgieness, l’ho fatta ridere ai concerti/spettacoli di stand up comedy di Musica Per Bambini, ci siamo meravigliati insieme della conoscenza enciclopedica su Dante Alighieri sfoggiata con naturalezza e partecipazione da Giovanni Succi nei suoi interventi su L’arte del selfie nel Medioevo (non perdeteveli). Che bella storia vero? L’amore trionfa con l’aiuto della musica, degli arcobaleni e degli unicorni rosa, evviva! No.

O meglio, l’amore trionfa ma passa anche per delle prove, e nello specifico per la mia compagna questo significa passare per le forche caudine di concerti molto meno accessibili di quelli elencati sopra. Perché all’inizio le ho proposto artist* che pensavo potessero piacere anche a lei, poi me ne sono approfittato e le ho fatto sanguinare le orecchie (solo in maniera figurata) con un susseguirsi continuo di band strumentali, punk hardcore, post metal: lei si è sorbita tutto con abnegazione invidiabile, a volte odiandomi, ma sopportando la mia passione anche quando la portava in territori, come quelli degli Ufomammut, in cui avrei dovuto capire che forse era meglio non farla entrare. La amo anche per questo, e perché anche lei mi fa scoprire mille cose con cui, nella mia pur malleabile comfort zone, probabilmente non sarei mai entrato in contatto, fra serie televisive, libri, eventi e, più in generale, una visione del mondo. Anche musica, per quanto distanti rimangano i nostri gusti, perché ad esempio poche settimane fa ho sentito provenire dal suo cellulare le note di una canzone che mi ha subito fatto drizzare le antenne: era Seventeen years dei Ratatat, e oggi il racconto della settimana è ispirato a un loro brano.

Mi capita spesso di appassionarmi a una band nel periodo sbagliato. Un paio di decenni fa mi sembrò una maledizione, visto che le band si scioglievano non appena iniziavo a seguirle con devozione (mi capitò con Soundgarden e At The Drive-In, pochi esempi ma grossi): per i Ratatat questo esempio vale fino a un certo punto, perché un po’ come il gatto di Schroedinger (o come i Fuck Buttons), non sono né vivi né morti, hanno pubblicato l’ultimo disco nel 2015 ma non hanno mai annunciato scioglimenti né pause di riflessione. Tutto questo l’ho scoperto dopo aver cominciato a recuperare velocemente (e, come ho scoperto poi, disordinatamente) i loro cinque dischi, dall’omonimo Ratatat datato 2004 a Magnifique, immergendomi sempre di più nel loro sound fatto di incroci fra chitarra, basso e percussioni, innesti elettronici e un gusto eclettico che mischia funky, math rock e dance.

Ma chi sono i Ratatat? Sono un duo composto da Mike Stroud (chitarra, melodica, synth e percussioni) e Evan Mast (basso, synth e percussioni), formatosi nel 2001 ai tempi in cui i due frequentavano lo Skidmore College di Saratoga Springs, vicino a New York. La musica era già una passione per entrambi, tanto che Stroud aveva già fatto un tour con i Dashboard Confessional (mai ascoltati, ma il nome è noto pure a me), da lì a piazzarsi in casa di Mast a registrare qualcosa il passo è breve: nel 2003 fanno uscire il primo singolo, la già citata Seventeen years, per l’etichetta Audio Dregs (fondata da Mast col fratello Eric), poi firmano per la Xl Recordings e l’anno seguente fanno uscire l’album omonimo, dopo “solo” due anni di lavoro su un laptop in un appartamento di Brooklyn. In quel disco sono già presenti tutti i caratteri distintivi della band, del loro suono allegro e travolgente, una sorta di versione dei Battles a cui piacciono più i tempi pari che quelli dispari e che preferiscono farla semplice. D’altronde a Stroud e Mast la gente piace (anche) farla ballare, non per niente ai cinque dischi prodotti nel corso degli anni (fra il primo e l’ultimo ci sono Classics del 2005, Lp3 del 2008 e Lp4 del 2010) si sono aggiunti due album di remix (Ratatat remixes vol. 1 e Ratatat remixes vol.2, che includono rivisitazioni di brani di Jay-Z, Kanye West, Notorious B.I.G. e altri nomi della scena rap e non solo: esclusa da questi album io vi consiglio di recuperare la loro versione della splendida e inquietante We share our mother’s health dei The Knife). Concerti nei maggiori festival, qualche puntata in Europa e un’esibizione pure al Guggheneim di New York (in cui pare, secondo Wikipedia, siano stati la prima band a esibirsi in un concerto per il pubblico nel 2006) si sono alternate negli anni per il duo, che è arrivato pure in Europa ma, ahime, non in Italia (o forse non ahime, visto che ora mi mangerei le mani per essermeli persi): dal post tour di Magnifique, comunque, i riflettori si sono spenti e se Mast sembra più concentrato sulla carriera da produttore (con il nome E.Vax), Stroud si è concentrato su un altro progetto, i Kunzite, che esplorano parzialmente lo stesso sound che mi ha fatto innamorare velocemente dei Ratatat.

Nightclub amnesia, ottava traccia di Magnifique, è uno dei brani più da club del duo. Vuoi per la sua natura, vuoi per l’associazione spontanea creata dal mio cervello con il film Amnesia di Gabriele Salvatores, il racconto che ho tratto dalle loro note è un confuso assemblaggio di ricordi dopo una serata folle passata (o forse no) nel club che dà il titolo alla canzone: per cercare un ordine in quella confusione non vi resta che proseguire oltre il brano che lo ha ispirato (sentendolo in sottofondo mi raccomando!), mentre a me non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

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La notte mi dimentica

Ricordo di essere stato in un posto, un posto che doveva essere l’Amnèsia. O forse no. Ricordo però un’amnesia, minuti o forse ore; so solo che era notte prima ed era notte anche dopo, in mezzo uno spazio vuoto nella mente. Quindi il ricordo dell’Amnèsia può essere frutto dell’amnesia, e non il posto dove sono stato.

Al risveglio, però, al posto dell’orologio mi sono trovato sul polso il simbolo di un locale che sembra quello dell’Amnèsia. Ma quando sono stato l’ultima volta in quel posto? Ne ho un vago ricordo: poteva o non poteva essere un nightclub in cui pippavamo forte, e roba strana che ti fa dimenticare le cose. Quindi è probabile che io sia stato all’Amnèsia, per via dell’amnesia. Ma se l’amnesia fosse frutto della frequentazione dell’Amnèsia non potrei ricordarmene, mentre io lo ricordo. O meglio, ho il ricordo di un posto che si chiama Amnèsia i cui dettagli non ricordo.

Potrei chiamare qualcuno di quelli che erano con me. Ma chi c’era con me? Non ricordo. Potevano o non potevano essere quelli con cui pippavo forte all’Amnèsia, ma fatico a ricordarne i volti. Loro si ricorderebbero di me vedendomi? Forse all’Amnèsia, o in un altro posto che poteva o non poteva essere l’Amnésia, abbiamo tutti avuto un’amnesia e ora vaghiamo per le strade con simboli strani sui polsi mentre i nostri orologi chissà che fine hanno fatto. Ci hanno drogato per rubarci gli orologi? E se sì, all’Amnèsia o dove?

Sento qualcosa di caldo e bagnato che mi cola dal naso. Ci passo la mano sopra, la ritiro ed è sporca di sangue. Vuol dire che ho pippato, anche se non lo ricordo. Ma che ricordo ho di quella roba strana che pippavamo e che faceva dimenticare le cose? Nessuno, nemmeno se era all’Amnèsia o meno. Quanti minuti od ore è durata quest’amnesia? Ero in nightclub quando? E dove? So solo che era notte prima e anche dopo, ma quale notte? Quante notti?

Mi alzo dal marciapiede. Non so dove sono né come ci sono finito. So solo che ho avuto un’amnesia, questo lo ricordo, è quella che mi ha portato qui. Ma qui dove? Fossi all’Amnésia almeno saprei di essere in un posto conosciuto, anche se non lo ricordo, ma il ricordo che ho di quel ricordo confuso di un posto che poteva o non poteva essere l’Amnèsia è quanto di più vicino a ciò che posso chiamare casa. Ho freddo, mi mancano i miei amici, mi manca il ricordo dei miei amici e delle pippate che ci facevamo con quella roba che fa dimenticare le cose. Anche io gli mancherò, o staranno pensando ai loro orologi? O forse staranno pippando per dimenticare, dimenticare me o il fatto di aver perso i nostri orologi?

Vedo delle luci in fondo alla strada. Ho la vista offuscata, il sangue mi ha macchiato la camicia. Il simbolo sulle insegne potrebbe o non potrebbe essere quello che ho sul polso, potrebbe o non potrebbe essere quello dell’Amnèsia. Forse avvicinandomi ancora un po’ ricorderò, forse ricordando la droga le cose ricorderanno gli orologi dei miei amici nel posto dove ora la notte pippando ricordo sì sì. Sì! O forse no.

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Pubblicato da Ficky

Nel (poco) tempo libero scrivo racconti, guardo film e serie tv, leggo libri, recito in una compagnia teatrale, partecipo a eventi culturali e vado a vedere un sacco di concerti. Ho scritto per anni di musica (Indie-zone, Stordisco, Asapfanzine) e spero di trovare il tempo di farlo ancora per molti anni a venire.

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