Quante volte vi ho già ammorbato col fatto che Tremila Battute ha determinate regole d’ingaggio? Penso almeno quattro o cinque, che su centocinquantacinque articoli introduttivi ai racconti è una minoranza ma per chi frequenta questo blog magari fin dall’inizio (esistete? Se sì scrivetemelo nei commenti) può essere anche fastidioso, soprattutto contando che c’è una sezione apposita in cui sono spiegate per filo e per segno. È che poi ci sono le regole aggiuntive, opzionali per così dire, che non so mai se mettere o meno, perché sarebbe bello mantenere un racconto solo per artista ma non è che posso costringere tutt* a scandagliare il sito per scoprire se ho parlato o meno di Edda (e infatti ci sono due racconti dedicati a lui), così come non me la sento di obbligare l* aspiranti collaborator* a scegliere come ispirazione la canzone di artist* tuttora in attività (che preferisco semplicemente perché li potete ancora supportare). Sulla base di ciò che ho detto (oggi meno il can per l’aia meno del mio solito. Che brutto detto fra l’altro, c’avete mai pensato? O magari si dice solo dalle mie parti, boh) potevo forse dire di no a Michele Scaccaglia quando mi ha proposto un racconto basato su una canzone dei CCCP, a maggior ragione contando che hanno appena fatto una clamorosa reunion? Direi proprio di no, quindi via alle danze!
Michele va ad aumentare la già cospicua truppa berlinese di Tremila Battute ed è arrivato a noi, guarda un po’, su consiglio del primo membro di questa enclave. Nato a Praticello di Gattatico nel 1984, nella capitale tedesca ci è arrivato otto anni fa e da allora non se n’è più andato: qui lavora come copywriter, coordina un gruppo di lettura per persone diversamente abili e canta nel gruppo electro-punk IOCI (che vi esorto ad ascoltare a questo link). Ovviamente scrive anche, molto e in svariate forme: i suoi racconti li potete trovare su Wertheimer – La rivista (fate caso al barista, lo ritroverete più in basso) e su CrunchEd, una sua poesia in inglese su Soft Star Magazine e i suoi articoli musicali (interviste, recensioni e live report) su Yanez, Frequencies e Kalporz, storica webzine con cui collabora sin dal 2013. Potremmo finire qui, ma anche se è del 2018 vi invitiamo a leggere anche questo suo interessante articolo pubblicato su Doppiozero, letto il quale probabilmente vi verrà meno voglia di andare a mangiare qualcosa che so, al Mercato Centrale di Milano.
Dei CCCP, la band che negli anni 80 rivoluzionò il punk italiano principalmente attraverso le figure di Giovanni Lindo Ferretti, Massimo Zamboni, Annarella Giudici e Danilo Fatur (ci sarebbero altr* membr*, perlopiù subentrati nella fase di passaggio verso i CSI rappresentata dall’ultimo disco Epica, Etica, Etnica, Pathos del 1989, fra cui il nostro amato Giorgio Canali), troverete probabilmente in questi giorni mille informazioni, molto più dettagliate di quelle che potremo darvi noi. Per questa volta invece faremo una cosa diversa: far raccontare a loro la storia, riprendendo alcune dichiarazioni rilasciate nel documentario Tempi moderni di Luca Gasparini del 1989, un anno prima dello scioglimento, trascritte nel libretto della raccolta Ecco i miei gioielli.
FERRETTI – Sono nato in una arcaica famiglia montanara. Sono stato allevato cattolico e felice. Poi con l’adolescenza ho scoperto il mondo moderno e la vita. Da studente sono stato militante di Lotta Continua per tantissimo tempo, fino a che è esistita Lotta Continua. Poi volevo fare qualcosa di più sensato, di più utile, e ho fatto l’operatore psichiatrico per cinque anni. Poi non ne potevo più, perché avrei dovuto scegliere di comprarmi una casa a schiera, o un appartamento, fare un mutuo e decidere che la vita era finita, e allora sono andato un po’ in giro per l’Europa e mi sono ritrovato a Berlino. A Berlino, una tarda notte in cui ero malato, febbricitante, in una discoteca impossibile ho conosciuto Massimo Zamboni, che era di Reggio Emilia e che io non avevo mai visto, anche se poi abbiamo scoperto che avevamo moltissimi amici in comune. Anche lui probabilmente aveva voglia di cambiare vita. In quelle sere abbiamo deciso che saremo tornati in Italia e avremmo fatto più o meno quello che vedevamo fare con così nostro grande piacere in quei mesi a Berlino: volevamo fare della musica moderna, volevamo dire la nostra, fieri e orgogliosi.
ZAMBONI – Siamo arrivati a Reggio e in qualche modo si è aperto il mondo. Io di colpo mi sono sentito che proprio abitavo a Reggio. Per la prima volta in vita mia non mi sentivo come un turista qua e… Abbiamo cominciato a pensare che tutto quello che era un difetto diventava un pregio, bastava volerlo, non ci voleva neanche un grande sforzo intellettuale. Bastava che l’Emilia diventasse il centro della nostra cultura, del nostro modo di vedere, e un’Emilia allargata comprendeva anche Berlino, comprendeva il mondo dell’Est, comprendeva anche i paesi arabi. Però il centro è qua. Per noi Reggio era diventata in quel momento il centro del mondo.
FERRETTI – Dopo un anno ci siamo resi conto che i CCCP avevano una grandissima forza, però avevamo anche un grosso handicap: quello di gelare il pubblico. La gente non si schiodava. Un po’ per la musica, un po’ per la qualità e la quantità delle parole, la gente rimaneva allibita, agghiacciata, ferma sotto il palco. Allora ci siamo guardati e ci siamo resi conto che mancava qualcosa sul palco, mancava la vita… quella vera, la vita animale. Noi tre animali, cantante, chitarrista e bassista (in quel periodo fa parte del gruppo Umberto Negri, che ne uscirà nel 1985 ndr) eravamo insufficienti, perché eravamo ancora il prototipo di un gruppo rock, di un gruppo musicale. Ci siamo guardati intorno e abbiamo scoperto che c’erano delle personalità del nostro giro che – oltre ad affascinare noi per simpatia o amicizia – potevano anche affascinare il nostro pubblico. Uno era il nostro barista preferito, allora si faceva chiamare Josè Lopez Macho Frasquelo (Danilo Fatur ndr), stava al Tuwat e preparava cocktails in grado di assassinare qualsiasi persona si avvicinasse al banco…Dell’acqua di fuoco marroncina, schifosa, ma ubriacava. Con 700 lire ti potevi ubriacare una sera intera. Era un’ottima personalità… Il contrario di tutti noi, molto grezzo, molto vitale, e parafascista.
ZAMBONI – Era l’unico che riusciva a ballare in una pista facendo uno spazio di due o tre metri tutt’attorno nella massa totale di questa pista da ballo. […] Lui ballava con la canottiera tirata su, sprizzava sudore, sputi, saliva da tutte le parti, si agitava da tutte le parti, gli cadevano le braghe, e la gente aveva assolutamente paura di lui. […] Lui era questo Josè Lopez Macho Frasquelo, vestito da chierichetto, con una croce di tre metri, che faceva uno spogliarello furioso su musiche di Lou Reed, Kraftwerk, e cose del genere. Da quel momento ci ha turbato, molto.
FATUR – A uno di questi strip-tease vennero ad assistere quelli che erano i CCCP Fedeli alle linea. I CCCP Fedeli alla linea erano un gruppo che all’apparenza – e anche nella realtà – dava un senso un po’… era diverso dagli altri gruppi. Erano in tre… l’immagine era quella classica degli studenti universitari annoiati […] Ma più che il nome che insomma… era la faccia del cantante, ecco, la faccia di Giovanni Ferretti… Adesso è abbastanza normale, ma anni fa, gentilissimo pubblico, aveva un aspetto da rabbrividire.
FERRETTI – La personalità di Fatur a quel punto era un po’ troppo prorompente, e allora…
ANNARELLA – Mondina Dottoressa Resdora Domatrice Fotomodella Presentatrice Danzatrice Suora Cabarettista Militare DDR Guardia rossa Sibilla Statua Occidente rosso Ginnica Cinese Sposa Matrioska Matrona Ballerina liscia Ballerina classica Danza del ventre Danza classica cinese…
ZAMBONI – In qualche modo, quello che ci ha colpito nell’Antonella era il fatto che – molto banalmente – era la persona che riusciva a portare meglio la maggior quantità di vestiti sempre diversi che io avessi mai conosciuto. […] e da indossatrice – cosa che non andrebbe bene per i CCCP – è diventata Benemerita Soubrette del Popolo.
FERRETTI – Adesso sono passati degli anni. Noi continuiamo ad essere sempre quelli. Abbiamo voglia di fare ancora un po’ di cose. Non so quello che succederà. Io nel frattempo sono tornato a vivere in montagna e assomiglio sempre di più a mio nonno.
ANNARELLA – A me non piace il termine arte, perché non mi definisco un’artista. È che sono una persona forse un po’ particolare, con un immaginario suo, tutto personale, dato dall’esperienza, dato dai viaggi, dato da un certo tipo di gusto. Non definisco questo arte, definisco questa una personalità particolare.
FATUR – Quindi il senso della mia arte, dell’arte di tutti, è il nulla, care signore e signori. Voi quando comprate dei quadri, delle sculture, voi comprate il nulla. Quando voi comprate una casa, un condominio, un palazzo, una villa al mare, una macchina più bella, è niente.
ORLANDO (Ignazio Orlando, basso, tastiere e drum machine dal 1986 al 1989 nonché produttore dei dischi Socialismo e barbarie e Canzoni preghiere danze del II millennio – Sezione Europa e fonico sin dagli inizi ndr) – I pezzi dei CCCP nascono da un testo di Giovanni o dalle musiche di Massimo. Mi arrivano delle cassette, un’idea, proprio un abbozzo di frase, anche un accordo di chitarra, un po’ giocato. Se non c’è un testo, se prima arriva la musica, viene chiesto a Ferretti, a Giovanni, di scriverne uno, subito, nello stesso momento. Lui ascolta… mentre noi si lavora per fare una piccola stesura, lui è lì che scrive in un angolo, e scrive miliardi di parole… È l’uomo più veloce che conosca a scriverle… a scrivere frasi… molto belle anche… anche se a volte io non riesco a capirle. Poi noi si finisce la stesura, e si prova a mettere il cantato. Giovanni viene preso, messo davanti a un microfono, e lo si fa cantare, per modo di dire […] perché lui quello che conosce, quello che sa realmente cantare sono i canti degli alpini e le canzoni da chiesa!
(Durante la registrazione in studio del brano Margini accecanti)
ORLANDO – Dovresti essere più sensuale…
FERRETTI – (ride) Ah! Piacerebbe anche a me!
ORLANDO – I rapporti da produttore sono difficili con i CCCP, perché i CCCP non hanno bisogno di un produttore, hanno solamente bisogno di un suggeritore, il che è diverso. […] Io sono forse l’ultimo a decidere. Posso decidere di un suono, ma non posso decidere di un testo, perché… quelli sono i CCCP: sono intoccabili, e guai a chi li tocca…
FERRETTI – […] Ignazio è indispensabile ai CCCP, perché è il loro lato chiaro, quello che i CCCP non hanno, per cui con lui si litiga volentieri e si fa volentieri la pace, e in ogni modo è indispensabile… Quando hai detto questa parola non puoi aggiungere niente, perché dopo sembra falso.
ZAMBONI – Il palco dei CCCP negli spettacoli credo che sia come tante raffigurazioni singole di tanti eventi o fatti che ci sono in questo mondo. […] Comunque c’è spazio per il comunismo, il cattolicesimo, c’è spazio per il punk e per il liscio. C’è spazio per tutto quanto fa parte del mondo in cui viviamo, che però siamo abituati a vedere in maniera sempre staccata. Noi buttiamo tutto questo alla rinfusa sul palco dei CCCP. e da questo nasce lo spettacolo.
FERRETTI – Noi siamo un po’ lo specchio della società in cui viviamo […] per cui abbiamo tutti i difetti che ha la società intorno a noi. Viviamo delle stesse contraddizioni.
ZAMBONI – Credo che il fatto che la gente ci fraintende sia assolutamente inevitabile. Non saprei se è un bene o un male. […] Tante volte anch’io fraintendo i CCCP.
FERRETTI – Allora fra il non fare niente per la paura di essere fraintesi e il fare quello che noi abbiamo intenzione di fare sapendo che molti ci fraintenderanno […] Noi stiamo sui palchi per cui abbiamo scelto questa seconda ipotesi.
Da un po’ di tempo in qua ho cominciato a sentirmi dire che sono un professionista, che so fare il mio mestiere, che sono nel mio genere bravo… Chi mi dice questo, in realtà, è convinto di farmi un complimento, o di darmi quello che mi spetta. […] Mi viene in mente che Pippo Baudo è un professionista, o questo marasma di gentaglia che appare sugli schermi tutti i giorni. Sono dei gran professionisti: esseri insignificanti che sanno fare ben poco.
Il mondo moderno è convinto che la massima libertà possibile sia uguale alla massima creatività possibile. Io sono assolutamente convinto del contrario. La massima creatività possibile viaggia entro regole le più rigide possibili. Tu non devi vivere in una situazione che ti aiuta a tirare fuori tutto il possibile di quello che hai dentro. Tu devi vivere in una situazione che ti obbliga a tirare fuori solo quello che assolutamente deve venire fuori.
FATUR – La gente pensa che gli artisti siano indisciplinati, ma anche se un’artista… non so… beve, o fa cose di questo genere, però dentro di sé ha una grande disciplina. Perché per l’arte, la recitazione, la musica, ci vuole molta più disciplina che per fare il muratore. Perché è tutto un niente, capisci? La disciplina del nulla è una cosa seria.
Il brano che Michele ha scelto come ideale colonna sonora del suo racconto è Emilia paranoica, forse uno dei brani più lunghi e allucinati della band. Non è difficile immaginarla risuonare nel bar di Barabba, il tipico posto che coniuga in sé la convivialità della provincia e la mancanza di prospettiva che ti urla nelle orecchie di fuggire il più lontano possibile, prima che a soffocare queste note dissonanti e marziali arrivino quelle dello stereo nella macchina di Vanni. Potete trasferirvi idealmente all’Arci di Gattatico scorrendo solo un po’ più in basso la pagina, immaginandovi i fossi lungo il percorso: a me non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.
Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).
Scarica il numero Zero e il numero Uno della fanzine di Tremila Battute!
Seguire i fossi, di Michele Scaccaglia
Quando Fagiano arriva al bar gli altri sono già carburati. Sudano da fermi e l’alcol non aiuta. È una di quelle sere paonazze in cui le cicale si dannano l’anima a cantare, nascoste tra le foglie appiccicose dei pioppi. Fagiano sa bene che gli altri sono nervosi per il suo ritardo, lo fa proprio per quello. Gli piace essere al centro dell’attenzione, dettare i tempi, dilatare la notte per accarezzare poi la rugiada all’alba.
“Oh dobbiamo andare!”, gli gridano non appena scende dalla macchina. Lui non risponde, impassibile si accende una sigaretta e si avvia verso il bancone. “Almeno un drink, dai”, dice. E lo dice sempre. Ogni volta. Stesse battute di un copione collaudato, che anche così che si inganna la noia. Marcello gli sbuffa in faccia, poi però un altro drink se lo fa volentieri anche lui.
Il bar è un forno. Barabba sembra una statua di cera abbandonata dietro il bancone. Dice che non ci sono soldi per montare il condizionatore, in realtà lo fa per tenere lontani i clienti. Il bar è suo e vuole starci lui, da solo, così può guardare la TV, che a casa è sua moglie che ha il controllo del telecomando. Sul soffitto ciondola stanco un ventilatore a tre pale degli anni ’70 che non serve a niente, se non a smuovere i cumuli di polvere annidati negli angoli.
“Barabba, il solito”, gli dice Fagiano. Non c’è bisogno di salutare, al bar Arci di Gattatico.
“E una sambuca con ghiaccio per me”, gli fa eco Marcello.
Barabba li guarda con disprezzo. Sa che non pagheranno. Nessuno paga. Segna tutto su un grande quaderno, una pagina per ogni cliente. Poi a fine mese si fanno i conti e volano parole grosse, perché Barabba ha il vizio di ritoccarli in eccesso.
“Chi guida stasera?”, chiede Fagiano.
“Non io”, gli risponde Marcello, mentre una farfalla rimane fulminata nella zanzariera elettrica. Vorrebbe tanto infilarci la testa di Fagiano in quella trappola, così si sveglia un po’. Oltre ad essere sempre in ritardo, non vuole mai guidare, ha la paranoia dei posti di blocco. Marcello, invece, ha quella delle nutrie che attraversano la strada.
“La prendo io la macchina”, grida Vanni dalle retrovie. “Anzi, andiamo a fare un giro che ho una sorpresa per voi”. Vanni ha sempre i sedili puliti e un arbre magique alla banana attaccato allo specchietto, insieme a un terribile crocifisso fosforescente: l’altra cosa sgradevole è che ascolta solo i Dream Theater. Agli altri due ormai sanguinano le orecchie, ma è il prezzo da pagare per farsi scarrozzare in giro.
L’auto sparisce tra le stradine ghiaiate della campagna emiliana. Vanni tira fuori mezza scatola di roipnol. Di sicuro l’ha rubata a sua madre, pensa Marcello mentre conta i moscerini e le altre bestie che si spiaccicano sul parabrezza.
“Insomma, dove si va?”, chiede Fagiano, che s’aspettava chissà cosa.
Nessuno risponde. Marcello butta fuori una mano dal finestrino e si mette a giocare con l’umidità. In una serata così, non servono mete, basta seguire i fossi. Loro sì, sanno sempre dove andare.
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