Come nasce un racconto di Tremila Battute? Potrei farvi mille esempi (va be’, facciamo una settantina) di come mi sono venute idee mentre guidavo, mentre parlavo con qualcuno, di come sono stato suggestionato da altre opere, ma sarebbe autoreferenziale e sta già diventando noioso. Facciamo un esempio specifico di racconto non mio allora, e di come è arrivato qui.
Il tutto comincia a Firenze, fra gli stand di Firenze RiVista. Qualche chiacchiera con gente che non conoscevo, molte con gente che già conoscevo e fra queste persone uno che con Tremila Battute ha già avuto a che fare. Si parla, si beve, si fa serata insieme e in un momento a caso fra tutte queste cose viene fuori che la persona in questione ha un racconto che potrebbe mandarmi. La lunghezza è giusta, perché no? Me lo leggo il giorno dopo in Piazza della Signoria (storia vera), e mi piace un sacco: ha ritmo, un inizio fulminante, dice il giusto e si tronca dove dovrebbe, senza aggiungere dettagli superflui. Ma non c’è ancora una musica ad accompagnarlo. Non dico che passo il sabato a pensarci, perché un collegamento mi viene in mente subito, ma poi ci ragiono sopra ancora nei giorni successivi e penso che forse c’è un’altra canzone con cui questo testo andrebbe a nozze. La propongo all’autore, lui accetta con entusiasmo l’associazione, si va in scena.
Non è sempre semplice così, ma con l’ultimo racconto di Stefano Tarquini è andata in questa maniera. Ad accompagnarlo, tutta la potenza dei Bruuno.
Stefano è collaboratore storico di Tremila Battute, uno dei primi ad aver pubblicato più di un racconto. Grazie a lui vi ho parlato dei La Quiete, de I Camillas e vi ho reintrodotto i Morso, poi un lungo periodo di silenzio in cui Stefano ha fatto un sacco di cose oltre a quelle che faceva già. Voce dei Palkoscenico al Neon da parecchi anni (qualcosa bolle in pentola da quelle parti), dal 2021 Stefano si diletta nello spoken word nei notevoli L’Amorte; conduce su Radio Kaos Italy insieme a Michele Piramide (ideatore e conduttore con lui anche del festival di poesia e letteratura Argini, la cui prima edizione si è svolta il 16 giugno 2023) il programma Read(y), un open mic in onda il mercoledì fra le 18 e le 19 che punta a “smuovere l’underground poetico e non solo”, e all’interno del gruppo Facebook Segnalazioni letterarie con Matteo Rusconi lo streaming di poesia italiana Sour Poetry; pubblicazioni poetiche online come se piovesse, in ordine sparso su Versolibero, Suite Italiana, L’Asterorosso, La seppia, Intermezzo Rivista, Di sesta e di settima grandezza, Scemo Magazine, La rosa in più, Transiti poetici, oltre ad aver contribuito alle edizioni 2021 e 2022 dell’agenda Scarceranda con le poesie Al contrario e Vivere (e vi ricordiamo, già che siamo in vena di completismo, la sua raccolta di poesie I giorni furiosi); e poi racconti, dappertutto, ad esempio su Birò, L’incendiario, Sulla quarta corda, Quaerere, Downtobaker, In fuga dalla bocciofila, Eisordi, Mirino, multiperso (anche nell’antologia cartacea), Senzadieci, Madre (sul numero 6), Fumo Magazine, La nuova carne, Super Tramps Club (pure qua, e anche sull’estensione cartacea Turchese: già che c’è ci collabora pure come editor della sezione poetica) e Topsy Cretts. Che faccio lascio? No, aggiungiamoci pure le sue due raccolte di racconti, Irrequiete Vol. 1 e Vol. 2, entrambe edite da Another Coffee Stories.
Ma ora passiamo ai Bruuno, formazione di Bassano Del Grappa nata nel 2015 sulle ceneri di altre band (Soft Moon, I Am Titor) che definisce sinteticamente sé stessa come “la conseguenza di un gesto impulsivo, un incastro di esperienze musicali diverse, unite per scuotere l’apatia del vivere quotidiano. Come il lato duro della gomma, che strappa il foglio ma non cancella lo scritto”. Di sicuro strappa le orecchie il loro Ep d’esordio Belva, uscito nel 2016 per la benemerita V4V Records (vi lascio il piacere di approfondire il modo in cui la band è entrata in contatto con Michele Montagano e la sua etichetta leggendo questa intervista), una bordata di sei brani che mischia post hardcore, noise e math rock cavandone fuori qualcosa di originale, virulento e incisivo. Tommaso Trippi (batteria), Nicola Rosson (basso e voce), Luigi Pianezzola (chitarra), Carlo Zulian (voce e tromba) e Filippo Tasca (chitarra) portano ben presto la stessa carica dal vivo, un muro di suono condito dallo show dei componenti che schizzano come molle per tutto il palco e anche oltre, come mi è capitato di vedere all’Arci Scuotivento di Monza nel gennaio 2019 fra Zulian che cantava sul bancone del bar e Rosson che si dimenava fra il pubblico: in quel periodo si era già modificata la formazione, con l’ingresso di Dado alla chitarra in luogo di Tasca, ed era già uscito il secondo Ep Deconcentrazione (2018), che sarebbe stato di lì a poco seguito da un terzo, Paura (2019). In questi nuovi parti creativi la band approfondisce il proprio suono, complica il complicabile affastellando le parole a mitraglia di Zulian alle ritmiche in continua mutazione degli altri membri, stordendo l* ascoltator*, confondendol* a volte ma senza mai lasciarl* indifferenti. Essendo legati alla composizione in sala prove tutti insieme la pandemia gioco forza li blocca, ma approfondendo altre passioni rimaste in standby (Zulian ad esempio dipinge, come emerge da questa intervista prima del loro live per Udinì Live Experience nell’estate 2021) i Bruuno tirano dritto e non si buttano giù, riemergendo musicalmente col recentissimo quarto Ep: Fosbury, pubblicato in digitale sempre con V4V, si compone di soli tre brani ma bastano e avanzano per veicolare tutta l’energia della band, rimasta inalterata ma diventata forse più diretta, il tutto condito dallo spettacolare video del singolo Rotto perfetto creato tramite l’utilizzo dell’intelligenza artificiale. Quando suonano dal vivo? Dove suonano dal vivo? Intanto qui, il 17 novembre al Bloom di Mezzago, ospiti ancora una volta di Tutto il nostro sangue, per altre date invece non vi resta che seguirli sul loro profilo Facebook.
“Me ne vado e basta”, urla attorniato da bordate di frequenze basse Zulian in Casper, la traccia che apre in grande stile il primo Ep Belva; “Sono venuto qui per uccidermi”, scrive Stefano nell’apertura del suo racconto Esc. Sul filo di questi diversi movimenti, uniti dalla stessa energia, si è sviluppata la decisione di unire racconto e musica: a voi constatare se il connubio è azzeccato, ascoltando la canzone e leggendo il racconto più in basso, a me non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.
Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).
Scarica il numero Zero e il numero Uno della fanzine di Tremila Battute!
Esc, di Stefano Tarquini
Sono venuto qui per uccidermi. Sotto palazzi di vetro da cui s’intravedono scrivanie, controsoffitti alti che nascondono l’impianto di areazione, cavetterie di personal computer attorcigliate in bisce, stampanti da cui qualcuno fa uscire foto di famiglia.
Sono venuto qui per uccidermi. Sulla facciata esposta al sole il riflesso impazzito delle pale eoliche dà vita a uno scenario intermittente in cui tutto si muove e poi si ferma, si muove di nuovo poi ancora si ferma, in cui tutto è buio di luce e luce nel buio.
Sono venuto qui per uccidermi. Un attimo diventa un secondo, poi un minuto e un’ora, il tempo spicciolo degli uomini sembra spesso sabbia, chiusa in un codice binario riprodotto sempre uguale, resta impresso anche ai distratti e dà poco spazio all’immaginazione.
Si alza il vento, più forte che può scuote le guglie alle querce e ciba il suolo sottostante di foglie morte e pezzi di corteccia, la tangenziale al lato strilla di traffico e autobus a lunga percorrenza. Insieme ai rumori dei clacson, le picchiate dei gabbiani a stomaco vuoto e le lumache che risalgono ringhiere, una cosa sola disciplina i miei pensieri: io sono venuto qui per uccidermi.
Giusto il tempo di scrivere una lettera di addio a mia madre, una a mia figlia e bruciare due sacchi neri pieni di vestiti che mi vanno troppo larghi. Per morire ne ho scelto uno che non indossavo da tempo, una maglia nera con impressa una frase composta da una donna che non sono riuscito ad amare: “In questa chat non si parla mai”.
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2 pensieri riguardo “Racconto in musica 153: Esc (Bruuno – Casper)”