Racconto in musica 152: Splendore (Faustus – Cenerentola)

Quest’estate sono stato in Giappone. Non lo dico per farvi provare invidia (ok, ora che l’ho scritto mi rendo conto che io al posto vostro sarei invidioso, ma magari voi amate il Giappone meno di quanto ho imparato ad amarlo io dopo questo viaggio. Non sto migliorando la situazione, vero? Neanche se dico che era agosto e faceva un caldo fottuto?), ma perché, come ogni introduzione arzigogolata che ho imparato a fare col tempo (e dire che scriveva cose così corte all’inizio…), questa informazione è propedeutica a ciò che verrà dopo. Non vi starò a raccontare quanto è bello, quante cose fighe ho visto, quante cose matte ho visto, ma mi concentrerò sul fronte musicale. Tipo: come artisti di strada ho beccato una ragazza che faceva beatbox nel pieno centro di Osaka che era incredibile, mentre a Kyoto ho beccato uno con quello che penso fosse uno shamisen che sarei rimasto ad ascoltare ore (questa informazione potrebbe essere un po’ esagerata per motivi di spettacolo). Tipo: in quasi tutti i ristoranti c’è musica jazz, e io mi chiedevo ogni volta “Ryuichi Sakamoto avrebbe approvato questa playlist?” Tipo: sono andato al karaoke con la mia compagna, prima in un baretto di Osaka dove mi sono esibito in una pessima interpretazione di Spoonman dei Soundgarden, poi nella saletta privata di una grossa catena in cui abbiamo scoperto che il video di Time is running out dei Muse (non abbiamo avuto molta fantasia nelle scelte) è girato in Italia, segue la vicenda di uno che scappa da dei cani e da gente che litiga per strada ed è impossibile da guardare senza morire dalle risate (il che ha inficiato la nostra performance canora). Tipo: camminando in un parco di Tokyo ci siamo imbattuti in una due giorni di festa di nonricordoqualequartiere (mi pare fosse Harajuku) in cui enormi gruppi di ballerini in costumi tipici si sfidavano su musiche perlopiù tamarre, aizzati da membr* del gruppo che al microfono accompagnavano la performance in maniera simile ai capi ultrà delle tifoserie allo stadio. Tipo: ho scoperto che la canzone che sentivamo ovunque (pure nei reel che vedevamo dall’Italia per scovare posti da vedere) è tratta dall’anime Oshi no ko – My star, che sotto una patina kawaii è in realtà una feroce critica del sistema dell* Idol in Giappone, un mondo di cui vediamo solo il lato pucciettoso con ragazze e ragazzi che cantano e ballano e che nasconde invece, come emerso ultimamente, sfruttamento emotivo, salariale e anche peggio (sullo stesso tema mi sento di consigliare anche Perfect blue del compianto Satoshi Kon). Tipo (e ora arriviamo finalmente al punto): volevo vedere un concerto in Giappone, qualcosa di piccolo che soddisfacesse i miei gusti storti, e dopo aver fatto ricerche su google e aver scandagliato le bacheche Facebook dei gruppi che conosco che hanno fatto tour in Giappone (ad esempio i Valerian Swing) ho trovato un locale dove suonavano quattro gruppi di domenica pomeriggio. Alle 15. Solo che ho scoperto poi che il concerto non era nel locale, sito al quarto piano dell’edificio in cui ci siamo introdotti temendo di entrare in casa di qualcuno, ma nella sala prove sita due piani più in basso. Quattro concerti, un paio di lattine di Highball per carburare, e dopo aver raccontato la barzelletta dell’italiano che va in Belgio per vedere un gruppo gallese ora posso raccontare quella dell* italian* che vanno in Giappone per vedere un gruppo thailandese, perché noi eravamo lì principalmente per i Faustus.

L’ostacolo linguistico che limita (comprensibilmente, provateci voi a imparare una lingua orientale) per la maggior parte dei giapponesi l’uso fluido dell’inglese, io l’ho provato al contrario cercando informazioni sui gruppi che suonavano in quella… pomeriggiata?… al Rinky Dink Studio di Shimokitazawa (un quartiere che avrei voluto approfondire di più). Ai Faustus ci sono infatti arrivato perché sono l’unica band di cui ho trovato in maniera relativamente semplice qualcosa da ascoltare, e quel qualcosa era math-rock fatto in maniera egregia: grande impatto, suoni ben calibrati, follia quanto basta ma senza diventare onanistici. Sulla storia musicale di Mo (chitarra), Van (basso) e Ginn (batteria, con cui ho fatto qualche piacevole chiacchiera limitata in quel caso dal MIO pessimo inglese) ho poco da dire proprio per il limite linguistico di cui sopra: si formano nel 2018 a Bangkok, uniscono influenze trasversali fra math-rock, post-hardcore, jazz e musica classica, escono già nel 2019 con un sette pollici contenente due brani per poi arrivare al primo LP l’anno dopo. A collection of tonal and aural movements constituting a creation of which persons can derive pleasure and amusement, uscito per Parabolica Records (etichetta nipponica piuttosto trasversale che sul proprio sito definisce il loro suono “nitido come una spada giapponese ben affilata”), resta a tutt’oggi l’ultima loro uscita discografica, e si compone di undici brani in cui la velocità di esecuzione e l’abilità tecnica si sposano con un gusto per la drammaticità e la tensione, tutte caratteristiche che sono riusciti a portare dal vivo in quella domenica pomeriggio in cui io e la mia compagna ce li siamo potuti godere dopo i live dei Sonic Shapes (band che li ha portati per la quinta volta in Giappone, coinvolgenti ma non imprescindibili nel loro crossover datato), dell* Onepercentres (indie-rock con un gran tiro che ti fa venir voglia di tornare adolescente) e prima dei The Shuwa (altro indie-rock più virato al pop e che, onestamente, mi ha rotto il cazzo dopo due canzoni). Unic* gaijin al concerto, ritornati in Italia abbiamo avuto la sorpresa di scoprire che da quel live è stato tratto un video, per cui se siete curiosi di scoprire la faccia che sta dietro a Tremila Battute (che in realtà potete trovare comodamente anche sul blog stesso) guardatevi questo video e cercate quello con la maglietta dei clamorosi Rope.

Cenerentola è il secondo brano del loro disco, un brano che fra accelerate e rallentamenti sarebbe la colonna sonora ideale di una versione dark e senza lieto fine della favola (che poi, fra mutilazioni e angeli sterminatori, non è che le prime versioni fossero meno dark): io invece ho preso spunto dalla storia narrata dalla Disney per il mio racconto, cercando di mettermi nei panni… della scarpetta di cristallo, quella persa sulla scalinata. Voi lo sapete che fine fa quella scarpetta? Perché io non lo sapevo (la mia infanzia non ha previsto la visione dei grandi classici Disney, ma non è stata triste per questo), e se anche voi lo ignorate/non lo ricordate andate a leggervi il racconto subito dopo aver ascoltato (o perché no, mentre ascoltate, che ho cercato di modulare la storia sull’andamento della musica) il brano da cui è ispirato: buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

Scarica il numero Zero e il numero Uno della fanzine di Tremila Battute!

Splendore

In principio è frenesia di preparativi, la corsa precipitosa, l’attesa in un ritmico battere sul pavimento della carrozza. Nervosismo misto ad aspettative pronte ad essere deluse, non per colpa sua, non certo per colpa sua. Dal basso splende e alimenta la speranza di una serata diversa, di una vita diversa.

Poi l’arrivo a palazzo, la discesa elegante sull’erba del giardino, il passo sicuro verso la scalinata. Morbido il piede si adatta alla postura inarcata che lei impone, per creare avvenenza laddove c’era solo timidezza, per alimentare una passione di cui sentirsi all’altezza. Il cristallo non è materiale fatto per la danza, alla feste presenzia per avvicinare liquidi altolocati alle labbra: ma lei è l’eccezione, volteggia con la sua gemella e lascia che le labbra si schiudano ad ammirarle, si aprano per incoraggiarle, si avvicinino per baciare colei che ha il privilegio di indossarle.

Ma il tempo scorre veloce, troppo veloce, lancette che battono e scandiscono il ritmo di una fuga scomposta, lontana dall’eleganza che le è consona. A quel rozzo agitarsi cui la sua gemella si adegua lei decide di ribellarsi, abbandona il piede sulla scalinata del suo ingresso trionfale e resta lì, monito di una bellezza che non deve scomparire.

Passano i secondi, i minuti, l’attesa di un destino di grandezza. Viene accolta da mani che bramano la carne che essa prima conteneva, la figura a cui ha donato leggiadria. Quelle stesse mani la portano in trionfo, la rendono emblema di felicità. Chi saprà calzarla avrà gioia e ricchezza, chi sarà degna d’indossarla avrà fama e fortuna. La scarpa di cristallo risplende negli occhi delle donne del regno, ma solo ad un piede può adattarsi.

E dopo lunga ricerca, dopo mille e più estremità troppo grandi, troppo piccole, troppo goffe e rozze per lei ecco che ritrova il piede giusto, ecco il momento solenne in cui assurgerà a motore degli eventi. Ma il cristallo è troppo affine allo sfarzo per non attirare su di sé la gelosia, mani avide e non un piede onesto ne diventano padrone per pochi attimi, quelli necessari a dimostrare la fragilità della bellezza contro un pavimento di pietra.

Non è una storia cui manchi il lieto fine questa, ma non è il suo. Ecco la gemella meno ambiziosa farsi avanti, attirare a sé tutti gli sguardi, calzare precisa su un piede che doveva essere oscurato dalla storia. Cala invece il buio su di lei, ora solo un mucchio di frammenti splendenti che qualcuno, fra la plebaglia disposta a rovistare nel pattume, forse reclamerà.

Ora, dopo la gloria, è una ramazza a decretarne l’uscita di scena.

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Pubblicato da Ficky

Nel (poco) tempo libero scrivo racconti, guardo film e serie tv, leggo libri, recito in una compagnia teatrale, partecipo a eventi culturali e vado a vedere un sacco di concerti. Ho scritto per anni di musica (Indie-zone, Stordisco, Asapfanzine) e spero di trovare il tempo di farlo ancora per molti anni a venire.

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