Questa è una storia che inizia un bel po’ di anni fa, e ha parecchie svolte. Inizia con un concerto dei disciolti The R’s, band che andai a intervistare all’Amigdala Theatre di Trezzo Sull’Adda nel 2010, scoprendo che averli paragonati ai Beatles in una recensione del loro primo Ep (senza aver mai ascoltato un album dei Beatles per intero) era diventata una specie di croce che ancora si portavano dietro: esempi di professionalità. Un altro esempio di professionalità era dato dal mezzo utilizzato per l’intervista, una macchina fotografica di basso prezzo che faceva anche filmati, ovviamente di bassa qualità sia video che audio: non vi dico il casino per trascrivere le risposte. In quel concerto mi innamoro della band di supporto, quattro folli che fanno musica strumentale agitata e tremendamente coinvolgente. Si chiamano Bangarang!, compro il loro omonimo Ep e rimango anni ad aspettare A) che producano un disco e B) di vederli di nuovo da qualche parte: succede intorno al 2016, quando esce Religione catodica e riesco a invitarli a suonare in quel della Cooperativa Portalupi di Vigevano insieme ai Sabbia (di cui vi ho parlato qui e qui). Il basso nei Bangarang! era suonato da Gregorio Conti, e io ho ignorato fino all’altroieri (non proprio l’altroieri, è un modo di dire) di averlo incontrato anche in un’altra band.
Torniamo al 2011, anno in cui mi arriva a casa per vie che ora non ricordo minimamente (forse c’entrava l’ufficio stampa di Luca Barachetti, voce dei mitologici Bancale) l’album omonimo dei Verbal, band post-rock nel senso ampio del termine che mi convince parecchio (soprattutto questa canzone), tanto da recensire anche il loro seguente Ep Called war e da imbarcarmi verso Crema per vederli esibirsi nella sonorizzazione di un filmato d’epoca sulla conquista del K2 (o almeno così ricordo. Adorate tutte queste parentesi in una storia che sto già cronologicamente raccontando a cazzo, vero?). Nei Verbal suona il già citato Conti, mentre alla chitarra c’è Isaia Invernizzi: la band purtroppo si scioglie e/o si prende una pausa di riflessione che dura ancora oggi e di Invernizzi, tramite amicizia su Facebook, scopro anche molto marginalmente il lavoro di giornalista.
Arriviamo al 2023, dove queste storie per caso si incontrano. Decido a febbraio di andare a una serata al Circolo Gagarin di Busto Arsizio, senza sapere quasi nulla delle band che suoneranno ma fidandomi di chi la organizza, un amico che conosco da anni e che lavora nell’emittente varesotta Never Was Radio. Un pochetto mi informo in realtà, perché mi incuriosiscono sti OTU che mischiano strumenti e beatmaking: soprattutto vedo due nomi, nella descrizione della band, che catalizzano la mia attenzione, e guarda un po’ se non sono proprio Invernizzi e Conti. Sorpresa!
Il progetto OTU (acronimo di One Tribe United) nasce come duo nel 2018, composto inizialmente da Invernizzi (chitarra, omnichord e sampler) e da Francesco Crovetto (batteria, sampler), vero e proprio motore iniziale. Crovetto inizia già l’anno prima a sperimentare con groove e sample (anche se OTU appare pure nella locandina del NeverFest 2016), l’incontro con Invernizzi gli permette di ampliare lo spettro sonoro e arrivare in brevissimo tempo alla pubblicazione di Clan, disco di dieci tracce che esce nel febbraio 2018 per Dischi Bervisti e Hashtag (etichetta quest’ultima che, in varie incarnazioni, ha fatto uscire i dischi di Verbal, Bangarang! e di altre band di cui su Tremila Battute abbiamo già parlato, come Moostroo e Le capre a sonagli, oltre a organizzare da quasi vent’anni concerti e festival musicali). In Clan Invernizzi e Crovetto si sbizzarriscono con sample vocali e groove hip hop, dilatazioni ambient e chitarre ora morbide, ora taglienti, e il risultato è qualcosa di difficile definizione: loro suggeriscono cinematic hip hop, instrumental hip hop, experimental hip hop, ma in fondo l’importante non è incasellarli bensì lasciarsi trasportare dalla voce di Muhammad Alì che sembra rappare sulla musica intessuta dal duo in Alì, mentre quella di Hal 9000 gela l’ascoltatore nell’onirica Hal in chiusura del disco.
OTU è una creatura in pieno fermento e solo la pandemia la stoppa (e in quel periodo il prezioso lavoro di Invernizzi come giornalista per L’eco di Bergamo aiuta a far luce sulla situazione nella zona e gli apre le porte de Il Post), almeno per il tempo necessario a prendere la rincorsa e tornare in formazione allargata. Nel luglio 2021 per l’etichetta Beat’s Tailors esce infatti l’Ep Q.ter_Vol. 1, che oltre a concentrarsi maggiormente sulla matrice hip hop e a mischiarla con sample soul e funky porta in dote anche l’ingresso nel progetto di Marco Brena, batterista e produttore dei Vanarin. OTU si sviluppa sempre più come un vero e proprio collettivo, e con il successivo album GOODKIDS (2022) i campionamenti di Brena lasciano spazio al basso di Gregorio Conti (eccolo!): l’album rappresenta un’altra faccia della stessa medaglia (una medaglia evidentemente a svariate dimensioni, altro che l’hypercubo), con l’hip hop sempre stabile come base di partenza ma un mondo sonoro più cupo, fra brani che sfiorano l’industrial (Ralph) e altri che si addentrano invece molto di più nella sperimentazione elettronica (No Nap), il tutto accompagnato dalle voci fantasmatiche e inquietanti di… bambini!
Il 2022 si rivela l’anno più prolifico per OTU, che dopo l’uscita dell’album a marzo riprende il lavoro iniziato con Q.ter Vol.1: a ottobre esce sempre per Beat’s Tailors Q.ter_Vol.2, una nuova infornata di basi hip hop mischiate a sample soul e funky, con la leggerezza e la professionalità di chi sa disporre di quegli elementi con maestria. Dal vivo Crovetto, Invernizzi, Brena e Conti riescono a fondere tutti gli elementi sviluppati nei dischi in un mix a tratti psichedelico, facendo muovere la testa a tempo e lasciando viaggiare il cervello verso orizzonti inesplorati della propria psiche: se capitano dalle vostre parti non fate l’errore di farveli scappare.
L’idea per il racconto che ho tratto da F.ther, terza traccia di Q.ter_Vol.1, non nasce dalle suggestioni sonore del brano ma si alimenta di esse: attraverso il suo groove trascinante ho immaginato il percorso dei due protagonisti della vicenda, un uomo e una ragazza il cui legame resta indefinito, portando a compimento un’idea che mi germinava in testa da qualche tempo. Trovate il racconto come al solito dopo il brano che lo ha ispirato, a me non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.
Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).
Scarica il numero Zero della fanzine di Tremila Battute a questo link!
Segreti
L’uomo parcheggia l’auto a pochi passi dal cancello della villetta, tenendosi distante dal cumulo di sacchi della spazzatura sul marciapiede. Attraverso il computer di bordo fa partire una chiamata, riattacca dopo uno squillo. Rimane in attesa osservando la casa, qualche minuto più tardi la ragazza esce e lui sorride. Lei entra nell’auto senza restituire il sorriso.
Sei in anticipo, dice.
Volevo essere sicuro che arrivassimo in orario all’appuntamento, risponde lui.
Sì, vabbé, dice lei. Continua a fissare di fronte a sé. Partiamo?
E la mamma non scende a salutare?, chiede lui ammiccando.
Lei lo guarda, rotea gli occhi. Allunga una mano e indica di fronte a sé. Parti dai, dice.
Era solo una battuta, dice lui. Ingrana la prima, il motore elettrico della berlina si accende silenziosamente. Osserva un’ultima volta la casa, notando una tenda scostata al piano di sopra.
–
L’imprenditore di fronte a loro ingoia tartine alla stessa velocità con cui fa fuoriuscire parole dalla bocca. Sta spiegando il segreto del successo, una sola semplice regola. Anche se le cose vanno male, dice a lui, devi continuare a investire. Se diventi abbastanza grosso, aggiunge, puoi mangiarti tutti e nessuno potrà più farci niente.
L’uomo stringe la ragazza a sé. Capito?, le chiede. Se vuoi avere successo nella vita, dice, devi fare tesoro di questi consigli.
Lei sorride, poi scosta la mano dell’uomo. Scusate, dice, vado a prendere un bicchiere d’acqua. Si allontana verso il buffet al centro del giardino, schivando i camerieri in livrea.
Mi scusi, dice l’uomo all’imprenditore, allontanandosi. Raggiunge la ragazza. Tutto bene?, le chiede.
Non mi devi stringere così cazzo, dice lei. Sembra una cosa malata, aggiunge.
Lui resta in silenzio, sorseggiando champagne da un calice.
Hai i capelli troppo scuri, dice lei. Dovresti sembrare più anziano, così sembri il mio amante. Fa una pausa. La prossima volta, aggiunge, decolorali, o qualcosa del genere.
Ti vergogni di un padre che vuole apparire giovane?, chiede lui.
Lei butta giù l’acqua in un sorso, poi sorride a una signora con un largo cappello. Poi ne riparliamo, sussurra.
–
L’uomo parcheggia l’auto di fronte al cancello. È stata una bella giornata, dice.
La ragazza non risponde, armeggia con la borsetta. Estrae dal portafoglio alcune banconote. Le tende verso di lui, senza guardarlo.
Aspetta, dice lui. Non è che devi per forza.
Cosa? Lei lo fissa, inarca le sopracciglia.
Ecco, inizia lui. Indica le banconote, poi si zittisce.
Cosa c’è, sibila lei, allungando ancora i soldi.
Niente, dice lui, prendendoli.
Ricordati dei capelli, dice lei. Scende dall’auto senza voltarsi, pochi secondi ed è già in casa.
Lui accende la macchina, innesta la prima. Sospira, osserva di nuovo la villetta. Al piano di sopra la tenda è ancora scostata, vede al di là del vetro un uomo e una donna. Lo fissano accigliati. Nota che gli occhi dell’uomo sono cerchiati di rosso.
Lui stringe il volante con forza, riparte. Pochi metri ed è già fuori dalle loro vite.
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