Non sono un grande amante dei live. Intendiamoci, non live inteso come concerti, inteso come album dal vivo: i brani preferisco scoprirli nella loro forma sul palco vedendo coi miei occhi la band, oppure fra la versione di una canzone registrata in studio e quella registrata durante un concerto preferirò quasi sempre la prima. Ci sono eccezioni, come ovvio, ad esempio un doppio disco dei Dropkick Murphys che ricevetti non so come né perché fra la massa di cd che una volta arrivavano a Indie-Zone, e che spolpai a ciclo continuo appassionandomi alla band di Boston; soprattutto c’è stato il disco di una piccola (allora) band di Pordenone, verso la fine degli anni novanta, che era l’unica cosa loro che passava in radio e che me ne fece innamorare follemente: quel disco era Piccolo intervento a vivo dei Tre Allegri Ragazzi Morti, ed era solo questione di tempo prima che una delle band più influenti del panorama musicale indipendente italiano, se non LA band più influente del panorama musicale indipendente italiano, capitasse sulle pagine di Tremila Battute.
A permettermi di parlarne è Sebastiano Scordato, al suo ritorno su queste pagine dopo il racconto ispirato da una canzone dei C + C = Maxigross. Seguire le sue molteplici attività non è facile: scrittore, sceneggiatore, drammaturgo, autore di testi per canzoni, per ognuna di queste diverse attività Sebastiano ha un progetto in corso d’opera o qualcosa che probabilmente germina nella sua mente sempre attiva. Al momento sta per uscire Io scarafaggio, quinto racconto della sua saga de I cento racconti (che potete anche ascoltare), mentre sulla pagina Facebook della rivista Sulla quarta corda potete trovare l’ultimo dei suoi Pensieri del giorno.
Avrebbe senso fare un’analisi cronologica della carriera dei TARM? Forse sì, ma per quello c’è Wikipedia, che in questo caso può essere probabilmente più esaustiva. Preferisco concentrarmi su ciò che è stata ed è per me la band formata da Davide Toffolo (chitarra, voce e “disegni”), Enrico Molteni (basso e cori) e Luca Masseroni (batteria e cori), sempre insieme o quasi dal 1994 (Molteni, già fan della band, sostituì nel 1996 Stefano Muzzin) un concentrato di musica, parole, estetica e indipendenza che è cambiato svariate volte negli anni pur rimanendo fedele ad una certa linea.
La musica innanzitutto, partita con il punk all’interno della scena del The Great Complotto (attiva fin dagli anni settanta, da cui emersero anche i Prozac +) e mischiatasi col pop, col folk, poi una virata improvvisa verso il reggae nel 2010 con il disco Primitivi del futuro (con tanto di fratellino dub, Primitivi del dub) e la collaborazione, solo l’anno scorso, con i Cor Veleno nel disco Meme K Ultra. Non li ho seguiti lungo l’arco di tutta la carriera, me li sono un po’ persi per strada dopo La seconda rivoluzione sessuale (2007, ricordo che lo recensii malissimo in un articolo che probabilmente loro non avranno nemmeno letto: chissà se lo riscriverei uguale), ma il modo in cui hanno saputo reinventarsi, svoltare e divertirsi continuamente con la musica me li continua a far apprezzare come spirito.
Le parole, per me, sono quelle del Toffolo eterno ragazzo, uno che si era fatto cantore dei problemi della gioventù e sembrava non voler uscire più da quel ruolo, anche se ha iniziato a suonare a fine anni settanta e ormai di anni ne ha cinquantotto. Una gioventù narrata attraverso i Quindiciannigià della ragazzina ribelle che, cresciuta, si ritrova dietro “un bancone che non sa che eri preparata all’università”, aspettando Il principe in bicicletta, schiere di ragazzi persi in cui sfumano le differenze fra Mostri e normali (1999, l’unico disco con una major, la Bmg/Ricordi), perché l’importante è non essere Mai come voi, un po’ come hanno cantato i Måneskin con vent’anni di ritardo. I testi dei TARM sono sempre stati un concentrato di leggerezza e profondità, anche ingenui in parte, ma la penna di Toffolo è la stessa con cui ha scritto nella sua carriera da fumettista (chiusa a sorpresa all’incirca un anno fa dopo più di trent’anni) opere ispirate a e da Pasolini, Carnera e Remo Remotti, oltre al ciclo dei Cinque allegri ragazzi morti da cui si è originata l’estetica della band.
Già, l’estetica. Le maschere da ragazzi morti, innanzitutto, non un vezzo ma una precisa scelta di non donare la propria immagine ai media (sì, questa frase l’ho presa da Wikipedia), divenute poi un gadget (un mio amico l’ha usata per officiare lo sbattezzo di sua figlia, storia vera) senza sminuirne l’importanza per il gruppo, non un qualcosa dietro cui nascondersi ma qualcosa dietro cui rinascere in maniera diversa, senza ego. Poi i disegni di Toffolo, che hanno contraddistinto soprattutto i primi video e i primi dischi, portando in musica il mondo che il frontman dei TARM andava delineando nella sua carriera parallela (ricordo ancora il piacere nel trovare, all’interno di Mostri e normali, un fumetto con la genesi dei ragazzi morti). Infine i live, con le dichiarazioni d’apertura e chiusura di rito e il momento del vaffanculo al Señor Tonto, personaggio creato da Enrico Sist e portato avanti dallo stesso Toffolo per farsi costringere, a suon di improperi, a concedere il bis (che il 99% delle band concede invece anche se nessuno l’ha chiesto, uscendo e rientrando giusto perché ormai così si fa. Quanto odio per i bis!), concerti per pochi eletti come quando li vidi con i P.A.Y. al Live Club di Trezzo Sull’Adda (quando ancora il locale era un buco al secondo piano di un capannone, invece che un intero capannone) o per grandi folle come quando li ho riaccolti, più di recente, al Woodoo Fest 2019 in quel di Cassano Magnago, sempre con la stessa energia e la stessa passione.
Manca l’indipendenza, quella portata avanti fieramente con la loro etichetta La Tempesta, un nome che arriva dritto da una delle loro canzoni più iconiche (compresa nell’Ep Il principe in bicicletta del 2000, il primo parto della neonata label) e che negli anni è diventato simbolo di un modo diverso di fare le cose. Casa base in diversi periodi per artisti diversissimi fra loro come Ardecore e Generic Animal, Popolus e Grimoon, Mellow Mood e persino M¥SS KETA, nei primi anni per La Tempesta sono usciti dischi come Canzoni da spiaggia deturpata di Le Luci Della Centrale Elettrica e Dall’impero delle tenebre de Il Teatro Degli Orrori. Se non sbaglio fu Giorgio Canali, a definirla un consorzio di autoproduzioni (lui ci pubblica i suoi dischi dall’inizio, compreso il mitico disco con la freccia rossa verso il basso su sfondo bianco), in un’intervista che gli feci qualche anno fa, ma qualunque sia la natura dell’etichetta questa rimane una delle realtà più importanti del panorama musicale indipendente italiano, capace di far gravitare attorno a sé anche minifestival organizzati fra il 2005 e il 2017 (l’ultimo La Tempesta sul lago, all’interno dell’Albori Music Festival a Paratico in provincia di Brescia). Ora ditemi, si poteva essere esaustivi con tutto questo?
Sebastiano mi ha mandato un testo introspettivo, nato attraverso la musica e da essa trainato, che unisce suggestioni misteriche a teorie scientifiche. Proprio lui mi ha proposto l’associazione con il brano La faccia della luna, settima traccia di Primitivi del futuro, e con la canzone condivide l’idea di un modo diverso di guardare al mondo e di approcciarsi ad esso, entrambe visioni profetiche dagli esiti diversi. Potete trovare il racconto subito dopo il brano a cui è associato, come al solito, e come al solito a me non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.
Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).
Scarica il numero Zero della fanzine di Tremila Battute a questo link!
Ombre della luna, di Sebastiano Scordato
Una ragazza troppo magra per la sua statura siede in una stanza illuminata da un bagliore lunare. Ha una pelle chiarissima piena di lentiggini. Le dita magre sono adorne di anelli, sulle unghie smalto nero come la notte. Accende un amplificatore, attacca un jack e prende, come un figlio bastardo, la chitarra elettrica.
- Una volta si diceva che la musica fosse alla base della creazione; lo sapevano i greci come i monaci orientali, che con campane e cori simulano la pace interiore per scolpire “la via”
Si fa accompagnare da accordi: re fa re re, re la re mi, mi do la fa, mi si sol mi, fa, do, do fa, la re do sol, mi do la fa, mi si sol mi, mi mi do do, sol si sol mi.
La luna illumina una lunga chioma raccolta da un elastico su un viso minuto, zigomi pronunciati, naso all’insù, occhi grandi perduti nella notte.
- Questa gente illuminata credeva e crede che tutto, corpo, anima, destino, possa essere creato o purificato attraverso la musica
Continua con altri accordi: do la mi la, do do do do, mi si do fa, fa do, si mi, mi fa, fa mi, mi, fa, si, si.
Una distorsione fa vibrare i vetri. Il plettro cala come una lama sulle corde metalliche, il volto d’alabastro maculato rimane impassibile, una maschera di concentrazione e piacere. Il suo cuore diventa silente mentre lo stomaco formicola come se fosse ancora una volta innamorata, come se quelle note evocassero l’amore o qualcosa di simile. In quel suono così duro, la realtà vibra in una distorsione che rallenta il tempo.
- Il suono della rabbia da dentro vola fuori, come il fuoco dolce di Selene che freddo divora la realtà e ti porta verso il nirvana, verso la luna dove il nostro senno e il nostro giudizio dimorano, sfuggiti dalle sbarre di questo pazzo mondo
Ancora altri accordi: mi do la si, fa mi re do, si la sol fa, mi do la si, do mi fa sol, la sol fa mi.
Le note distorte creano un ritmo di ritorno, inaspettato ma voluto. Tutto cambia nella luce della luna che nelle ombre danza e muta, come se la realtà perdesse il passo per trovarsi in una primordiale e complicata danza viscerale, antica ma moderna, sciamanica e scientifica. Il futuro e il presente si mescolano, la donna brilla del riflesso lunare e nel ritmo si muove e si perde, diventando luce e ombra allo stesso tempo.
Bellissima e inquietante come le streghe che furono, come le donne che sono, che nella propria conoscenza e nella propria anima ritrovano sé stesse. Nella luna brillante e lontana, madre di tutte le madri, figlia tra le figlie della notte, la sua identità e il suo posto nell’ordine cosmico si rivelano. La musica è per lei il linguaggio segreto dell’anima, capace di accendere fuochi e aprire porte altrimenti chiuse. Nella stanza illuminata dalla luna, la ragazza continua a suonare la chitarra elettrica, creando un mondo fatto di suoni, distorsioni e vibrazioni che solo lei può comprendere. Ritrova sé stessa, in note, tra le ombre della luna.
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2 pensieri riguardo “Racconto in musica 137: Ombre della luna (Tre Allegri Ragazzi Morti – La faccia della luna)”