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Streaming vs streaming: The playlist, la serie su Spotify targata Netflix

Come tante altre persone appassionate di musica, ho un rapporto ambivalente con Spotify. Apprezzo la possibilità di ascoltare musica gratis (anche se da qualche mese sono passato all’abbonamento premium) e ho scoperto più di un’artista tramite la Discover weekly (croce e delizia: se una settimana sbaglio ad ascoltare solo una band, la settimana dopo l’algoritmo ha già deciso che il genere che fa è il mio preferito di sempre e per sempre, consigliando solo quello); non sono però cieco di fronte alle varie rimostranze fatte al colosso svedese, tanto che in calce al link della Playlist di Tremila Battute è stabilmente inserito un altro link, relativo ad un articolo di Ilario Luisetto che parla dei miseri ricavi ad ascolto delle band. Quando la mia compagna mi ha parlato di una docu-serie su Spotify ho avuto una reazione altrettanto divisiva: prima ho pensato “no, io una cosa che sarà di fisso celebrativa non la guardo per principio”, poi mi sono detto “ma sì, alla peggio ne parlo male nel blog”. Se sto scrivendo questo articolo, ovviamente, è perché ho optato per la seconda via, sentendomi male fin da subito quando ho scoperto che A) The playlist non ha niente del documentario, è fiction pura basata su avvenimenti reali, e B) la serie inizia col fondatore Daniel Ek che spara una frase motivazionale a caso prima di salire su un palco di fronte al pubblico adorante. Aggiungiamo che la serie è originale Netflix, il che contrariamente a tutti gli intenti della piattaforma è spesso sinonimo di boiata, e abbiamo un quadro foschissimo della situazione.

E invece…

…Non è una celebrazione!

The playlist è un animale strano. Passi tutta la prima puntata a vedere l’ascesa di Ek, un genietto dell’informatica che dopo uno scazzo sul lavoro si mette in proprio e vende il suo primo programma per dieci milioni di dollari (per quel che ho capito dobbiamo anche a lui la pubblicità selettiva su ogni sito in cui entriamo), uno che dopo aver comprato Ferrari e Rolex d’ordinanza decide che vuol fare a gara a chi ha le palle più grosse con i guru della Silicon Valley e s’inventa l’idea di una piattaforma legale per lo streaming musicale (il tutto in piena tempesta giudiziaria su The Pirate Bay, uno dei siti di download illegale più famosi della storia, portato avanti anch’esso da programmatori svedesi), poi sul più bello (o brutto, a seconda di quanto vi stia simpatico Ek) il punto di vista cambia.

La miniserie diretta da Per-Olav Sørensen, composta da sei episodi, è infatti articolata proprio come una playlist, in cui le tracce sono l* protagonist* della vicenda. Il discografico Per Sundin, la rappresentante legale Petra Hansson, il programmatore capo Andreas Ehn e il socio e principale finanziatore Martin Lorentzon hanno tutti la loro versione da raccontare su come Spotify è diventato quello che è e con le loro narrazioni aggiungono dettagli a una storia che, avanzando, ripercorre spesso anche eventi già raccontati da altr*, mostrando come la visione iniziale di Ek si modifichi, portando la start up a scendere a patti con regole che si riprometteva di cambiare e facendo esplodere conflitti talvolta insanabili.

E la selezione è pure random!

La vera forza di The playlist è nei dettagli, quelle piccole incongruenze che diventano sempre di più man mano che si avanza col racconto e che raramente vengono fatte notare. Serve attenzione per accorgersi che le parole che Sundin rivolge a Ek al loro primo incontro/scontro sono diverse nel ricordo che ne hanno i due, ancora di più ne serve per notare la disposizione del team di programmatori nella foto che li ritrae all’inizio dei lavori: nella versione di Ek lui nicchia all’invito di mettersi al centro, perché tutti sono importanti; in quello di Ehn, senza che la cosa venga accentuata polemicamente, Ek fa bella mostra di sé con tutto il team intorno. Una scelta che mantiene vivo l’interesse, ma che da sola non basterebbe a sorreggere l’intero impianto: per fortuna la serie svedese ha anche altre frecce al suo arco.

Per quanto il cast sia formato da illustri sconosciuti (almeno per me che non sono esperto della serialità svedese) tutti funzionano, dall’Ek spocchioso di Edvin Endre al vulcanico Lorentzon di Christian Hillborg, uno che perde le energie solo di fronte a sua algidità Peter Thiel (cofondatore di PayPal, uno dei primi investitori esterni di Facebook e noto transumanista), ma anche qui è nei dettagli che si trovano le cose migliori: andate a vedere il primo bacio che si danno Ehn e la sua fidanzata, osservate bene e noterete un lieve tremore nel labbro di Joel Lützow, un’emozione difficile da simulare. A differenza della moda hollywoodiana di rendere tutto più bello il casting si è inoltre concentrato su un’aderenza estetica che a volte non rende addirittura giustizia alle controparti reali (anche se Endre, che ha recitato nella serie ad altissimo tasso testosteronico Vikings, si è imbruttito parecchio per la parte), il che non è affatto scontato in un mondo in cui il carismatico ma tutto sommato normale Steve Jobs viene interpretato dall’avvenente Michael Fassbender. Un plauso va fatto anche alla messa in scena, che trova idee sempre originali per variare di tono ogni narrazione: l’idea può essere puramente di scrittura (l’intervista radiofonica tramite cui Lorentzon espone il suo punto di vista) o estetica, come il riutilizzo creativo degli stessi ambienti nel girovagare di Petra Hansson/ Gizem Erdogan per ottenere i diritti delle case discografiche, ma convince sempre.

Spoiler: i pirati informatici non ci fanno una gran figura

La serie è ispirata al libro Spotify untold di Sven Carlsson e Jonas Leijhonhufvud, ma dubito che gli autori si siano spinti nel futuro come fa The playlist nell’ultimo episodio. Dopo che tutti hanno detto la loro tocca infatti alla cantante immaginaria Bobby T (interpretata da Janice Kamya Kavander) tirare le fila, mostrando Spotify per quello che è e che potrebbe diventare: un’azienda milionaria che dà le briciole a coloro che ne decretano il successo, innervata nel music business che voleva smantellare (le case discografiche nel 2013 incassavano il 70% dei guadagni della piattaforma, e marchi come Sony e Universal possiedono il 6% delle azioni se non di più, come emerge da questo articolo) e pronta a distinguere fra artist* di serie A e artist* di serie B, come rischia di fare il “geniale” Discovery mode. L’episodio finale pecca un po’ di spettacolarizzazione, ma ha il pregio di mettere sul banco anche questioni laterali (l* musicist* si lamentano con Spotify, ma quelli sotto contratto con le multinazionali della musica quanto ricevono dalle stesse?) e di chiudere senza risposte certe se non una: al business non importano i diritti, ma le percentuali di guadagno.

The playlist è lontana dall’essere la serie perfetta, ma per sei episodi intrattiene e provoca riflessioni sulla libera fruizione della musica, sui diritti di chi la fa, su quanto sei disposto a svenderti per realizzare un progetto e su quanto siamo disposti a svenderci per avere ogni comodità. A me ha fatto riflettere anche su quanto Netflix può aver cambiato le carte in tavola nel mondo del cinema e della tv, ma facciamo che se scopro qualcosa di losco (e di sicuro c’è qualcosa di losco dove girano miliardi di dollari) ve ne parlo in un altro articolo… A meno che nel frattempo Spotify non voglia rispondere a tono pubblicando un podcast originale in cui sbugiarda la grande N. Tu-duuummmm!

P.S. Comunque dopo la visione ho disdetto l’abbonamento premium.

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Pubblicato da Ficky

Nel (poco) tempo libero scrivo racconti, guardo film e serie tv, leggo libri, recito in una compagnia teatrale, partecipo a eventi culturali e vado a vedere un sacco di concerti. Ho scritto per anni di musica (Indie-zone, Stordisco, Asapfanzine) e spero di trovare il tempo di farlo ancora per molti anni a venire.

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