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Racconto in musica 122: L’attesa (Dead Cat In A Bag – Unanswered letters)

Qualche anno fa, prima che l’ansia consumistica si sviluppasse in me sotto la subdola formula dell’acquisto compulsivo di libri (non immaginatemi sommerso dai volumi, ma la media rimane comunque all’incirca 1 a 2: uno ne leggo, due ne compro), iniziai a richiedere prestiti in biblioteca. Quella di Cerano, il mio ex paesino, aveva la comodità di appoggiarsi a un meccanismo di interscambio che permetteva di ricevere qualsiasi volume dall’intera provincia: tu cercavi sul sito del BANT quello che ti interessava e, se era disponibile in una qualsiasi delle biblioteche collegate, te lo facevano arrivare. Un sistema comodissimo, che mi ha permesso di leggere libri difficili da trovare come Feroci invalidi di ritorno dai paesi caldi di Tom Robbins o opere che preferivo tastare con mano prima di acquistarle come Centuria di Giorgio Manganelli (poi compulsivamente comprato). Un sistema talmente comodo che una volta feci il passo più lungo della gamba, perché tanta abbondanza era legata a una regola vecchia come il mondo (bibliotecario): entro un mese i libri li devi restituire.

Io mi feci prestare insieme, quindi da leggere tutti in un mese, la trilogia di Samuel Beckett composta da Molloy, Malone muore e L’innominabile (contavano come un libro solo), più un altro volumetto che sforava le 1200 pagine che avevo deciso sarebbe stata la mia più grande fatica letteraria dopo Ulisse di James Joyce (che ancora aspetta da anni il suo momento). Risultato? La trilogia la finii con molta fatica in tre settimane, il colosso di mille e rotte pagine mi toccò farmelo prestare da un amico perché, anche se me ne innamorai subito, finirlo in una settimana significava mettermi in malattia e non fare altro tutto il giorno… E lo avrei pure fatto, perché si trattava di Infinite Jest e da lì nacque il mio amore (postumo) per David Foster Wallace. Se ho fatto questo lunghissimo cappello introduttivo però non è a causa di DFW, ma perché la trilogia beckettiana mi fu spassionatamente consigliata, a margine di un mio post su Facebook in cui chiedevo alla gente la propria triade di personaggi letterari preferiti (ad anni di distanza alcuni probabilmente li cambierei), da Luca “Swanz” Andriolo, l’inconfondibile voce dei Dead Cat In A Bag.

Non è facile parlare di un gruppo con un nome simile quando ti è appena morto il gatto. Ciao Zoid, ora sei nel luogo di cui David James Poissant scriveva

Il mio primo incontro con l’ensemble piemontese è avvenuto del 2014 con Late for a song, secondo disco della band dopo Lost bags (2011, entrambi usciti per l’etichetta Viceversa), ed è stato subito amore viscerale. Nella musica dei Dead Cat In A Bag si uniscono influenze blues d’oltreoceano con ritmi e strumenti dell’est Europa, fisarmoniche transalpine e battiti oscuri che sembrano provenire da luoghi oscuri che non siamo sicuri di voler esplorare, su cui si appoggiano le liriche sofferte eppure non prive d’ironia di Andriolo, che con la sua voce arrochita dalla vita talora sussurra suadente e talora atterrisce, urlando la sua sofferenza in una memorabile Old shirt. È lui il maestro di cerimonia, la figura che fin dall’inizio lega un manipolo di musicisti provenienti dalle esperienze più disparate così come svariate sono le sue (attore, autore di colonne sonore, polistrumentista che ha collaborato anche con progetti di cui abbiamo già parlato come Guignol e HO.BO): nella bio sul loro sito vengono citati Enrico Farnedi, Mattia Barbieri, Carlo Barbagallo, Liam McKahey, Alberto Stevanato, Fabrizio Rat, Francesco Valtieri, ma se solo nel primo disco collaborano ventidue (!) musicisti capite che la lista potrebbe essere lunga… E dire che sono partiti come trio voce-banjo-violino-fisarmonica-elettronica!

L’attività live della band li porta su palchi come quelli del Collisioni Festival di Barolo, li affianca a nomi come Hugo Race e Bonnie Prince Billy e li porta negli studi di Radio 2 e della Radio Svizzera, il tutto mentre Andriolo trova il tempo per concepire anche un album solista: come Swanz The Lonely Cat pubblica nel 2017 per l’etichetta Desvelos un disco omaggio alle sue svariate influenze, Covers on my bed, stones on my pillow, riuscendo allo stesso tempo a rendere giustizia alle fonti facendole comunque sue. Passa solo un anno ed eccolo già di nuovo in carreggiata con i Dead Cat In A Bag, perché il 2018 vede l’uscita di Sad dolls and furious flowers (Gusstaff Records), un nuovo tuffo nel meltin’ pot musicale infarcito anche di letteratura, fra Pasolini, Shakespeare e Borges: per descriverlo all’uscita usai il termine apocalittico, scomodai Nick Cave e i Nine Inch Nails, ma la verità è che il flusso sonoro dei Dead Cat In A Bag sfugge a ogni definizione perché si ridefinisce a ogni canzone, portando l’ascoltatore verso nuove forti emozioni. L’ultima tappa (per ora) del viaggio musicale di Andriolo e soci è recente, solo pochi mesi fa: We’ve been through è uscito sempre per Gusstaff Records, mantiene quella varietà intrisa di dolore e dell’energia necessaria per farvi fronte, accoglie il solito stuolo di ospiti (nell’iniziale The cat is dead c’è anche il basso di Gianni Maroccolo) e porta avanti un discorso artistico fra i più brillanti della penisola.

Unanswered letters arriva dritta dritta da Late for a song ed è una canzone pregna di gravità, lenta nel suo incedere con un arpeggio di chitarra che si dipana al di sotto di liriche che rimangono comunque pervase da una funerea ironia: nel mio racconto ho cercato di mantenere queste suggestioni, un’impresa titanica affrontata a colpi d’amore non corrisposto, parole fuori moda e scherzi del destino. Se ci sono riuscito sta a voi valutarlo, leggendo le righe che seguono la canzone da cui sono state ispirate, a me non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

Scarica il numero Zero della fanzine di Tremila Battute a questo link!

L’attesa

L’amore ha i suoi tempi, a volte corre ed altre arranca: nel suo caso diede frutti insperati quando ormai aveva ottant’anni, dopo una giovinezza passata a progettare un futuro migliore e troppi anni spesi a riprendersi dalla delusione dei sogni irrealizzati.

Le lettere del suo spasimante avevano tutte il fascino decadente di un’epoca andata. Una cura per le parole che non si usava ormai da tempo, smarrita nella convinzione che la spontaneità fosse più preziosa dell’elaborazione dei propri sentimenti, si univa nelle sue missive a un dolore di fondo che solitamente mal si sposa con l’amore, e qui invece lo infiammava. L’uomo caduto vittima della malia dei suoi occhi guardava al mondo come ad un luogo di sola sofferenza, in cui ogni sollievo illude e acuisce il tormento per la prossima beffa del destino.

Ma in fondo alla tenebra, sosteneva, solo una luce poteva convincere gli occhi a riaprirsi al mattino: in mille modi diversi, dopo rime ornate o commenti al vetriolo sulla società che svilisce le virtù, l’anima ingenua che la bramava lasciava sempre emergere la bellezza della sua figura quale unica fonte di salvezza dalla pena. C’era, in quelle chiose finali elaborate e quasi stucchevoli, un accenno d’ironia che gli amici dell’uomo non trovavano in nessun altro suo atteggiamento: la pena interminabile della vita era alimentata da quell’amore, un circolo vizioso da cui non riusciva a sottrarsi.

Lei legge e rilegge, maneggiando con cura quei fogli vergati in bella grafia, perché il cuore che trema non permette alla mano di esser meno ferma. Ride di alcune espressioni, sospira di fronte ad elogi che le ricordano quando di spasimanti ne aveva più di uno, e armati di ben altro che le parole. Si era lasciata tentare dai regali, dalle promesse, dalla lussuria, per poi cedere ad un regista che voleva farne la sua musa, ma la felicità e il successo erano durati troppo poco e l’avevano sprofondata in quel noioso anonimato che la gente comune chiama vita vera. Tutto fino agli ottant’anni, tutto fino al ritrovamento di quelle parole d’amore.

Fra le pieghe del sentimento aulico se ne intravede un altro, uno di cui ora scrivono i biografi dopo la riscoperta dei libri del suo spasimante: una passione per la morte, l’anelito alla fine di ogni tormento. Se n’era andato giovane, l’innamorato, e sconosciuto ai più, convinto dalla freddezza dell’amata che il suo aspetto rispecchiava il suo talento, misero l’uno quanto l’altro. Ma ora, a decenni dalla morte, ogni sua parola assume importanza, ogni frase getta nuova luce sull’oggi e la sua perdita di valori: poche lettere d’amore, un tempo snobbate, diventano una ricchezza inestimabile.

Lei legge e rilegge quelle missive, trattandole con la cura che si riserva a un tesoro. Ora assume un valore finalmente, l’amore, ma non certo quello che lui sperava: forse sottoterra può raggiungerlo l’ironia del fato, d’essersi ucciso aspettando una risposta che in fondo è meglio non sia giunta mai.

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Pubblicato da Ficky

Nel (poco) tempo libero scrivo racconti, guardo film e serie tv, leggo libri, recito in una compagnia teatrale, partecipo a eventi culturali e vado a vedere un sacco di concerti. Ho scritto per anni di musica (Indie-zone, Stordisco, Asapfanzine) e spero di trovare il tempo di farlo ancora per molti anni a venire.

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