Fidati di chi non ci è mai stato: il sud-ovest degli States in Zia Dot di Riccardo D’Aquila

L’estate scorsa, all’interno di un articolo in cui parlavo dei podcast migliori ascoltati durante le mie ferie, ne ho fatto solo una piccola menzione, ma per gli appassionati di libri Copertina di Matteo B. Bianchi è un ascolto imprescindibile. Una volta ogni due settimane lo scrittore consiglia un buon numero di letture fra quelle che ha in corso, quelle consigliate da librai e libraie sempre divers* e altr* ospiti, siano essi traduttor* o scrittor*. In una delle ultime puntate è capitato che parlasse di un libro che avevo già intenzione di leggere, e per ragioni simili a quelle che hanno spinto lui a consigliarlo: Zia Dot di Riccardo D’Aquila non sarebbe forse esistito senza ‘tina, la rivista che Bianchi produce in totale autonomia da oltre vent’anni e che ha ospitato il primo racconto di D’Aquila, dandomi modo di scoprirlo e di ospitarlo anche su queste pagine.

Curiosi di leggerlo? Lo trovate a questo indirizzo

D’Aquila è riuscito nell’impresa di essere pubblicato su una delle riviste più influenti del settore non una, bensì due volte, riuscendo in entrambi i casi a proporre delle ambientazioni nordamericane credibili. Il secondo racconto, completamente diverso come ritmo e tono, si sviluppa in una ricca villa di Bel Air e vede in azione un’eccentrica donna alle prese con la nipote, spaventata da un’inattesa gravidanza: grazie al proprio talento, e anche all’aiuto di Bianchi (lo scrittore lo ha consigliato alla propria casa editrice, Fandango), quel racconto è oggi diventato il primo capitolo di un libro che ne eredita il nome, Zia Dot appunto.

Protagonist* del romanzo sono Dorothy “Dot” Roth, figlia ribelle e lesbica di una ricca famiglia di Bel Air, e Marvin (che chi segue la rivista Crack potrebbe avere già incontrato), un amico della donna scappato in Messico anni prima a causa di una rapina andata male. Una lettera convincerà Marv a ritornare negli Stati Uniti, dove pende ancora un mandato di cattura a suo nome, e cercare l’aiuto di Dot per una misteriosa missione che li porterà dalla California all’Arizona, come in una classica storia on the road. Durante il viaggio i due avranno modo di riflettere sul loro presente e sul loro passato, ricostruendo man mano il rapporto che li legava.

Phoenix venne fuori da dietro un cactus e luccicò come l’asfalto che si finge acqua, sotto il sole rovente.

Se non fossi stato a una presentazione milanese del libro, sentendolo dire dalla sua viva voce, faticherei a credere che D’Aquila non sia mai stato negli Stati Uniti. Terra d’elezione dei suoi scritti (da qualche parte c’è una sua raccolta di racconti già pronta, che spero trovi presto un editore), gli States risultano vividi e credibili lungo tutta la trama, così come il Messico in cui Marv si muove nei primi capitoli: con un po’ d’aiuto di Google Maps e tanta documentazione l’autore abruzzese ha trovato il modo di trasportare il lettore tanto nella periferia di Phoenix quanto lungo le highway deserte puntellate ogni tanto da un diner o un motel, e se la prima non l’ho mai vista fidatevi che le mie scorrazzate fra California, Arizona e Utah me le sono fatte e non potrei descriverle meglio di come fa lui.

Dot tirò fuori dalla borsetta un’agenda e una penna. Marvin, invece, mise la bottiglietta del succo d’acero contro luce e la capovolse. Guardò il contenuto colare verso il tappo e, con un gesto veloce, si scoprì la manica per dare un’occhiata all’orologio. Quando il succo raggiunse il tappo, riportò il contenitore nella posizione iniziale e mostrò il quadrante a Dot, che subito iniziò a scrivere.

L’uomo li fissava ipnotizzato.

«C’è qualche problema?», domandò serio.

Dot smise di scrivere. «Nessun problema, ci scusi. Andiamo via subito. Questo non va bene, per niente», aggiunse, rivolta a Marv.

Marv scosse la testa.

«Cosa non va bene?», chiese l’uomo.

«Ci fa piacere che ce lo chieda», riprese Dot mettendo via la penna. «Non saremmo autorizzati a dirglielo, ma vede, il suo parere potrebbe essere di vitale importanza per noi. E non solo per noi.»

«Non compro niente, vi avverto.»

«Le sembriamo due che vendono enciclopedie?»

L’uomo fissò Marv, che rimase impassibile.

«Chi siete, allora?» chiese.

La lezione dei migliori narratori americani è stata imparata ad arte da D’Aquila, non solo rispettando la famosa regola “show, don’t tell” ma anche dando ai dialoghi fra i vari personaggi il ritmo e la vitalità della miglior serialità televisiva. In molte occasioni, nelle parti più leggere, ho ritrovato fra le pagine la stessa carica degli scambi fra i personaggi di Marvelous Mrs. Maisel, alternate a capitoli in cui invece l’autore punta all’essenziale, dicendo il meno possibile e giocando sulle azioni, i gesti, le parole ingoiate appena prima di essere pronunciate.

«Allora hai qualcuno qui?»

«Qualcuno?» Dot si guardò attorno girando la testa a destra e sinistra. «Tu vedi qualcuno? Io no. Non vedo nessuno.» Si fermò e riprese. «Che ti devo dire, Marv? Che vuoi che ti dica? Che sono una chiacchierona? Che ho fatto tanto casino per niente? Che sono rimasta attaccata alla tetta di questo posto? Che non ho le palle? È così. Sono un bluff. Il tempo è veloce e ho fatto così tanti buchi alla barca che ci sto affondando insieme. Ed è troppo tardi. Sei tu quello vero, lo sei sempre stato. Quello che a un certo punto ha alzato il dito medio ed è andato dritto in Arizona a… non lo so, a fare quello che volevi fare. Hai capito che c’era un momento per lamentarsi e uno per mettersi su un’auto senza sapere cosa veniva dopo. Tu hai le palle. Io no. Alla fine, Dot Roth è diventata una che dà aria ai denti, tutto qua.»

Tutto questo funziona alla perfezione però solo grazie a due protagonist* d’eccezione. Dot e Marv sono figure tridimensionali, dotati di una personalità precisa che non ha bisogno di troppi dettagli ma emerge ogni volta che agiscono o parlano. Era facile farne delle macchiette, caratterizzarli sulla base di mille personaggi già visti: D’Aquila riesce invece a renderceli familiari ma unic*, inconfondibil* nel loro modo di attraversare le peripezie lungo il cammino. Al loro fianco si stende una galleria ristretta ma altrettanto ben caratterizzata di personaggi di contorno, compagn* di viaggio che appaiono anche solo per poche pagine ma che rimangono impress* a lungo.

Per passare legalmente il confine e sbucare in California, Marv avrebbe avuto bisogno di un passaporto falso, uno ben fatto, di quelli veri a cui sostituire solo i dettagli, poi una ripulita e la sua faccia da culo americano, che era di per sé un vantaggio. Per la prima cosa Rico avrebbe contattato un tipo che si faceva chiamare Juan, ma vai a sapere qual era il suo vero nome, e che aiutava Rico con le sue opere di bene. Sarebbe costato quasi tutti i soldi che Marv aveva. Per la ripulita c’erano la doccia, il sapone e un po’ di vestiti vecchi del periodo in Arizona e per la faccia da culo, invece, erano a posto.

Non è facile gestire una trama che unisce leggerezza e profondità, dialoghi eccezionali e descrizioni sintetiche ma efficaci. Non lo è se si è scrittori navigati, figuriamoci se a provarci è un esordiente: Zia Dot però riesce ad avere tutti questi elementi, è un libro confortevole in cui ritrovi qualcosa che conosci ma declinato in un modo diverso da quanto hai letto in precedenza. Non penso sia sminuente fare il paragone con la serialità televisiva, un ambito che di sicuro D’Aquila conosce a menadito, soprattutto se è uno di quelli alti: fra le pagine di Zia Dot ho ritrovato la stessa capacità di Vince Gilligan di creare un mondo iconico, e poco importa se al posto di spacciatori, narcotrafficanti e avvocati truffaldini (ci sono momenti in cui le dinamiche fra Dot e Marv assomigliano a quelle di Jimmy McGill/Saul Goodman e Kim Wexler quando si fingono Viktor e Giselle Saint Claire) ci sono un’ereditiera annoiata e un ricercato dai modi spicci perché quel che conta è il viaggio, e in questo sia Gilligan che D’Aquila sono fra i migliori accompagnatori possibili.

E lasciatemelo dire: io ci avevo creduto fin dall’inizio.

Per chiudere un bel consiglio di viaggio: andate alla Goblin Valley!

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Pubblicato da Ficky

Nel (poco) tempo libero scrivo racconti, guardo film e serie tv, leggo libri, recito in una compagnia teatrale, partecipo a eventi culturali e vado a vedere un sacco di concerti. Ho scritto per anni di musica (Indie-zone, Stordisco, Asapfanzine) e spero di trovare il tempo di farlo ancora per molti anni a venire.

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