
Ormai da molti anni dico che la bellezza di avere degli ascolti variegati e abbondanti, dovuta anche alla continua ricerca di qualcosa di nuovo, è il seppellimento preventivo della noia: non ci sono momenti in cui non so cosa ascoltare, al massimo posso essere sopraffatto dalla troppa scelta. Il lato negativo è che seguire tutte le band che amo diventa complicato, e può sfuggirmi che il tal gruppo ha fatto un nuovo disco, il tal altro si è sciolto o che qualche musicista ha avviato un side project. I Collars sono questo, l’incontro artistico di Davide Gherardi (chitarra) ed Enrico Baraldi (basso) degli Ornaments, di cui ho apprezzato entrambi i dischi (senza dimenticare il formidabile Ep con gli Zeus!), con Michele Malaguti (chitarra) e Alberto Balboni (batteria) del duo math-noise Nadsat, su cui purtroppo ammetto la mia ignoranza (recupererò, promesso). Il gruppo è attivo dal 2018, e a settembre è uscito per l’etichetta Karma Conspiracy Records il loro primo album Tracoma: seppur in ritardo (la storia del “non riesco a seguire le band blablabla” riguarda proprio questo: non me n’ero accorto, non lo sapevo o forse c’ero e dormivo) ho avuto finalmente il piacere di ascoltarlo, curioso di capire quale discorso sonoro potesse nascere da questa unione.
Sarà che la produzione del disco è affidata allo stesso Baraldi, ma gli orizzonti musicali verso cui tende questo esordio sono molto affini agli Ornaments. Siamo nel territorio del post-metal esclusivamente strumentale, con qualche vago sconfinamento verso il doom, ma questo non significa che i Collars siano semplicemente una versione riveduta e corretta della band originaria di metà dei componenti: se c’è infatti un filo conduttore che restituisce originalità a questo Tracoma è quello della tensione, che si avverte lungo tutto il disco.

La cover (realizzata da un altro musicista, Riccardo Zulato, attivo con le band Wojtek e Lorø) dice già molto di ciò a cui andremo incontro ascoltando le sei tracce che compongono la tracklist, tutte comprese fra i sei ed i nove minuti: una tempesta incombente su di un paesaggio sconfinato, che restituisce la sensazione che tutto possa essere spazzato via da un momento all’altro. È una minaccia che si percepisce fin dalla prima traccia, Osmio, che inizia come se il cataclisma fosse già prossimo ad abbattersi ma poi tentenna, rallenta, ritorna all’attacco e nuovamente si ritrae, lasciando a un finale abbastanza sottotono il compito di guidarci avanti. Oscar Wilde in una sua famosa frase diceva “questa tensione è insopportabile, speriamo che duri”, e i Collars lo prendono alla lettera, anche troppo: se la traccia iniziale si fa forza di distorsioni granitiche per dare un senso ai propri saliscendi le cose vanno peggio in Spira e Livido, dove i finali al fulmicotone giustificano solo parzialmente le lunghe ascese che gli strumenti costruiscono per giungervi. Anche in questi momenti più deboli i suoni riescono comunque a creare una cappa opprimente che contribuisce ad alimentare quell’atmosfera di attesa continua, grazie al lavoro oscuro di basso e batteria e agli arpeggi delle chitarre.
Proprio gli elementi sopra descritti aiutano la seconda traccia, Vertebra, a porsi al di sopra di quelle finora descritte. Sarà per quel basso che si palesa col fade in (e che fa molto Russian Circles), sarà per le esplosioni che qui sono lanciate con meno parsimonia, sarà per un finale furbo ma efficace in cui l’ultimo sfogo avviene subito dopo una pausa ad effetto che urla “e adesso vedrai cosa ti arriva in faccia” ma, in questo caso, la risoluzione della tensione è liberatoria e necessaria. Dovremo attendere il finale per essere di nuovo liberati dal giogo dell’attesa, quando finalmente la tempesta si scatena: Cumuli, il brano più lungo del lotto, la introduce, lasciando passare qualche timido raggio di sole prima di precipitarci in un vortice a cui il basso contribuisce a dare velocità, una corsa che si interrompe all’improvviso lasciandoci esausti a godere della calma illusoria nel lungo finale, la stessa che si può provare quando ancora non ci si è resi conto di essere nell’occhio del ciclone; Lautrèamont le dà libero sfogo, fin dalle bordate iniziali, passando come un rullo compressore su ciò che rimane del paesaggio e lasciandoci solo qualche momento pervaso di malinconia per rimpiangerlo prima di concludere, ciclicamente, con le stesse sferzate iniziali e il silenzio tombale a seguire.
“È necessario che tutti gli schizzi si evolvano in un quadro? Si deve comporre una sinfonia per ogni tema?” si chiede uno dei personaggi del film Waking life, e la stessa domanda mi si è posta in mente dovendo valutare Tracoma. La parte centrale del disco dei Collars gioca troppo su attese dilatate ben oltre la loro naturale conclusione, ma forse è proprio la loro evoluzione interrotta che riesce a mantenere viva quella tensione che, arrivati al finale, è ancora più efficace nella sua esplosione. L’esordio della band non è perfetto e necessita di più ascolti per essere assimilato, ma al netto dei suoi difetti riesce comunque a dimostrare una forte personalità e a creare un’atmosfera che inquieta, opprime e, alla fine, esalta in maniera quasi catartica.
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Ho sentito questo album poco tempo fa e non posso far altro che concordare con quello che hai scritto. La loro musica riesce in tutto e per tutto a descrivere la forza di una tempesta e sono molto sorpreso della bravura di questo gruppo. Dovrei seguirli molto di più e informarmi meglio sui loro album. Grazie mille per questo articolo!
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Ti consiglio di recuperare anche i dischi degli Ornaments, di cui due dei membri dei Collars fanno parte: li ho adorati e anche dal vivo mi hanno molto impressionato 😉
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