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Presenti distopici e futuri assenti nella musica di Barriera e Collars

Foto di mali maeder da Pexels: https://www.pexels.com/it-it/foto/uomo-vicino-alla-pittura-110818/

“È più facile immaginare la fine del mondo che la fine del capitalismo”: questa frase è spesso la prima che viene in mente quando si pensa a Mark Fisher, il giornalista e filosofo inglese autore del saggio Realismo capitalista e di innumerevoli articoli su media e società sul suo blog k-punk (di cui Minimum fax sta curando una capillare pubblicazione), eppure lui stesso nelle prime pagine del suo saggio più famoso ci tiene a non rivendicarne la paternità (attribuita ora a Fredric Jameson, ora a Slavoj Žižek). Meno noti invece sono i suoi scritti riguardo all’hauntologia (termine ripreso da Jacques Derrida), in cui Fisher esplorava i sentimenti di nostalgia per i futuri che non si realizzeranno o per un passato mai realmente vissuto (tipo quella voglia di essere nati negli anni 80 che vi prende quando guardate Stranger things: fidatevi, non erano niente di che): proprio a queste riflessioni mi hanno fatto pensare due dischi, Olodramma di Barriera e Hauntology dei Collars, che seppur diversissimi (e difficilmente associabili al fronte musicale che lo stesso Fisher e Simon Reynolds battezzarono come musica hauntologica) hanno in sé un germe di quei ragionamenti.

Presente distopico

Siamo ancora intrappolati nel ventesimo secolo, lo afferma Fisher in Spettri della mia vita e lo sottolinea Valerio Casanova, musicista casertano che con lo pseudonimo di Barriera omaggia l’autore inglese nella settima traccia del suo Olodramma, disco d’esordio uscito a fine novembre per Il Piccio Records. Di quel ventesimo secolo ci sono svariate tracce nelle dieci canzoni che compongono l’album, fantasmi degli anni ’80 che emergono soprattutto in alcuni punti di Dovehomessomiopadre? e nella conclusiva Una cosa che dimentico sempre, ma rispetto a molto electro-pop odierno Barriera ha il merito di spingersi oltre, indagare musicalmente un futuro che nei testi assume invece la forma dell’ansia.

Lo schermo onnipresente del cellulare tramite cui qualcuno può fissarti di nascosto, la digitalizzazione dei rapporti, la fallacità della memoria, questi alcuni dei temi su cui Casanova riflette, spesso scherzando ma sempre con una certa amarezza. Più ci si addentra in Olodramma più i contorni della realtà diventano sfocati, persi nella dicotomia fra ritornelli smaccatamente orecchiabili e glitch sonori, indecisi se sorridere di fronte a riferimenti pop e rime semplicistiche o inquietarci di fronte all’orizzonte tecnologico che abbiamo di fronte, e fa quasi incazzare il fatto che, alla fine del giro, l’impressione è quella di un giro nel tunnel degli orrori: divertente e solo sottilmente inquietante, incapace di lasciare il segno a lungo.

Barriera in alcuni brani dimostra una maturità inaspettata per un esordio, dagli stop & go elettronici che mischiano gli /handlogic con ritmiche vocali simil-trap in Semivocale alle oscurità rischiarate da synth celestiali di Deserto rosso, tuttavia la ricerca di una leggerezza che passa spesso attraverso l’ironia finisce per smorzare l’impatto di molti episodi all’interno del disco. Il gioco funziona nella già citata Dovehomessomiopadre?, in cui l’allegria della musica e del testo crea un effetto straniante al pensiero che si parla pur sempre di un padre morto da anni ficcato dentro a un cellulare, ma strofe come “e ti rivedrò in un cinema d’inverno/ in un giardino in un bar/ in un angolo del Sichuan” (l’iniziale Nuvola) o “la gente mi vede da lontano/ sono un motore a gas propano” (Cinema Carmen) non aiutano a concentrarsi su arrangiamenti molto curati pur nella loro apparentemente semplice carica pop-danzereccia. Anche nel delineare la perdita dell’amore, un tema personale che Casanova trasfigura all’interno della sua musica, si avverte una limitazione che lo accomuna a molta poptronica contemporanea: l’assenza non è mai troppo dolorosa da non poterci scherzare su, come se i sentimenti andassero regolarmente esorcizzati senza approfondirli; come se a prenderli sul serio ci si mostrasse troppo fragili.

Promette bene Barriera, anche se non ci crede ancora fino in fondo: Olodramma è un album pieno zeppo di belle idee e prodotto ottimamente dal fido Blindur (al lavoro anche sul precedente Ep, Abbandonarsi), ma può fissare l’asticella molto più in alto di così.

Futuro assente

La combinazione di lavoro precario e comunicazioni digitali conduce a un assedio dell’attenzione. In questo stato oberato e insonne, sostiene Berardi, la cultura viene de-erotizzata. L’arte della seduzione richiede troppo tempo, e a giudizio di Berardi rimedi come il Viagra non rispondono a un deficit biologico, ma culturale: rimasti disperatamente a corto di tempo, di energia e di attenzione, pretendiamo soluzioni rapide. Come nel caso della pornografia, un altro degli esempi citati da Berardi, lo stile retrò ci offre la promessa facile e rapida di una variazione minima di una soddisfazione già familiare.

Mark Fisher, Spettri della mia vita

Già nel 2013, anno in cui Fisher scriveva queste righe, eravamo assediati da narrazioni che non facevano che riproporci riscaldato ciò che già avevamo ingurgitato. È un business che funziona quello della nostalgia, quello della riproposizione di schemi a cui possiamo adattarci senza sforzo, tanto che è dal 2009 che non abbiamo un’annata in cui nella Top 20 degli incassi cinematografici mondiali si piazzino almeno tre film che non siano sequel, reboot, adattamenti, biografie e vattelapesca. In un panorama così pieno di passato diventa difficile immaginare il futuro, al massimo si può avere nostalgia (ancora lei) di quei futuri che avevamo immaginato e non si sono realizzati.

Nel pieno di questo periodo storico i Collars (che erano già stati graditi ospiti di Tremila Battute) se ne escono con un disco di cinque tracce che prende ispirazione proprio da queste riflessioni, da (cito dalla presentazione) “l’impotenza creativa dell’industria culturale e dei suoi modi di produzione”. E cosa puoi creare in un contesto del genere, come puoi reagire artisticamente alla deriva? La reazione del trio strumentale bolognese (dalla formazione originale è uscito il chitarrista Michele Malaguti) è principalmente rabbiosa.

La musica hauntologica, formata perlopiù da artisti elettronici come Burial e The Caretaker, rievoca nelle sue composizioni l’estetica del passato; i Collars invece in quel passato ci si sentono invischiati loro malgrado, ci si dibattono cercando di spezzare quelle catene. I cinque brani di Hauntology (pubblicato da Grandine Records) sono più concisi a livello di minutaggio rispetto all’esordio del 2020, non per forza meno vari (soprattutto nella coppia centrale formata da Crisalide e Possessione) ma ancora più decisi nel dispiegare un muro di suono aggressivo. Già dalla prima traccia, Tra le ceneri, emerge però una seconda anima, una rarefazione sonora che porta quasi tutti i brani a finire con lunghi outro in cui la furia si consuma lasciando spazio a tappeti sonori desolanti (è curioso che l’unico brano che non segue questo schema s’intitoli Spettri): anche in questa scelta si riverbera l’incatenamento di cui sono/siamo vittime, una sorta di resa ad una battaglia impari ma consapevoli dell’aver almeno lottato per far sentire la propria voce.

Fra le distorsioni al vetriolo della parte centrale di Crisalide e l’andamento monolitico di basso e batteria in Tra le ceneri emerge la malinconia, una vaga tristezza che viene veicolata perlopiù dalla chitarra di Davide Gherardi e che arriva al suo apice nella conclusiva Bagliore, una lenta ascesa fino a uno sfogo breve ma intenso che plasma in nuova forma il tema iniziale: poi l’abbandono, una silenziosa dissoluzione; il bagliore non illumina un futuro in cui possiamo credere.

Registrato e mixato come il precedente disco dal bassista Enrico Baraldi, Hauntology è un degno seguito di Tracoma ma non riesce a trovare nuove strade, ripercorre gli stessi solchi con una fantasia parzialmente strozzata dal respiro meno ampio dei brani e un’energia che risulta amplificata per gli stessi motivi. Forse è nelle suggestioni ectoplasmiche dei finali che si può trovare nuova linfa, integrando quella desolazione nelle composizioni invece di lasciarla a corollario della narrazione sonora: quale che siano le vie che prenderanno i Collars io resto curioso di vedere come immagineranno un futuro mai così difficile da delineare.

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Pubblicato da Ficky

Nel (poco) tempo libero scrivo racconti, guardo film e serie tv, leggo libri, recito in una compagnia teatrale, partecipo a eventi culturali e vado a vedere un sacco di concerti. Ho scritto per anni di musica (Indie-zone, Stordisco, Asapfanzine) e spero di trovare il tempo di farlo ancora per molti anni a venire.

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