Racconto in musica 188: Stop, basta, fine, addio (Sorelle Gemelle Lasciate In Castigo – Stop, basta, fine, addio)

Cosa vuol dire vivere in provincia se ti piace la musica che non va per la maggiore? Mi ritengo una persona fortunata, perché sono nato a quaranta chilometri da Milano e, una volta fatta la patente ed essermi arreso all’evidenza che se i concerti non venivano a me dovevo andare io da loro, lo sbattimento per alimentare la mia passione è stato relativo (vivere sul Monte Amiata, traslando alla fruizione passiva quello che mi raccontavano i purtroppo disciolti Dondolaluva sulla difficoltà di trovare luoghi dove suonare, è tutta un’altra storia): detto ciò vivere in un paese di quasi settemila abitanti, dove l’apice dell’esperienza musicale è la scuola dei Cantori del paese (dove ho fatto il corso di chitarra classica, imparando a suonare con le dita e dimenticando tutto non appena messe le mani su un’elettrica), non dà ottime prospettive sulla qualità e sulla varietà della musica che potrai sentire, e il punto più alto o più basso a seconda dei gusti veniva (e viene tuttora) raggiunto durante la festa del paese, a settembre. Giuro di aver visto Mal cantare sul proprio playback in un’imbarazzante lunedì sera (contando che abitavo a uno sputo dalla piazza dove si esibiva riuscivo a sentirlo anche dentro casa), e non so se era meglio o peggio delle cover e tribute band che passano di lì o dalle feste rionali imballate di gente meno esigente di me, ma devo dire che negli anni una manciata di soddisfazioni me le sono riuscite a togliere. La prima è stata da adolescente, quando senza un motivo spiegabile sul palco della piazza è apparsa una band che faceva cover del gotha del grunge (che stava già andando a deperire), e il me di allora non sapeva di poter chiedere addirittura della musica originale e ringraziava commosso; la seconda è stata la chiamata clamorosa dei Perturbazione, non ricordo se reduci da Sanremo ma comunque una band indie in carne ed ossa, che ha riempito la piazza ma non ha evidentemente convinto la giunta comunale, che simili esperimenti non mi sembra li abbia più fatti; la terza è stata un concerto a cui io in realtà non ho partecipato, perché avevo altro da fare o perché sono stupido (o entrambe le cose), organizzato come parte della premiazione di un concorso letterario e che ha visto sul palco Albedo (già ospiti di queste pagine, e parte di questa storia l’ho raccontata proprio lì), Daniele Celona e Umberto Maria Giardini (pure lui già apparso su queste schermate). Quel concerto, lo scoprii in seguito, era organizzato dall’associazione ASAP – As Simple As Passion, di cui entrai a far parte nei mesi seguenti e che aiutai in alcune edizioni del concorso Provincia Cronica, quello di cui si stava svolgendo la premiazione: deus ex machina del tutto il presidente dell’associazione, Roberto Conti, che è stato il primo collaboratore esterno del blog e oggi ritorna, da grande fan di UMG, con un racconto ispirato al nuovo progetto del cantautore ovvero la band Sorelle Gemelle Lasciate In Castigo.

Novarese classe 1982, Roberto è un altro figlio della provincia che non solo non si è fatto ingabbiare ma si è pure adoperato per cambiarla dall’interno. Giornalista professionista, ha collaborato e collabora tuttora con festival letterari e musicali, come lo storico Balla Coi Cinghiali che speriamo tutt* di veder resuscitare dalle proprie ceneri. Il premio letterario Provincia Cronica, di cui si parlava sopra, lo inaugura nel 2008, mentre dieci anni dopo co-fonda il progetto NO – Racconti per un nuovo immaginario novarese, attraverso il quale pubblica fra il 2018 e il 2019 due antologie, una di autori e un’altra di autrici novaresi, con la collaborazione della casa editrice Effedì: per Tremila Battute, rimanendo sui racconti, ha invece scritto questo basandosi su una canzone dei Baustelle, aiutando per primo questo blog a diventare aspirante rivista letteraria.

1, il disco d’esordio dei Sorelle Gemelle Lasciate In Castigo pubblicato da BaoBab Music & Ethics, è uscito a luglio di quest’anno, eppure trovare informazioni al riguardo è tutt’altro che semplice. Post sui social di chi ci ha lavorato, striminziti comunicati stampa, una dichiarazione dello stesso Giardini in cui esprime tutto il suo entusiasmo per l’uscita (“Ci sono momenti nella vita in cui l’unica cosa importante è stare bene e fare quello che si vuole. “1” delle Sorelle Gemelle Lasciate In Castigo per me è tutto questo. […] questo album vi spiazzerà rendendovi partecipi della teoria che la buona musica vive anche di semplici presupposti non solo e necessariamente legati al business.”). Roberto mi ha aiutato a rimpolpare le informazioni coi nomi dei musicisti coinvolti, ovvero Davide Canalini, Filippo Della Magnana, Marco Marzo Maracas e Floriano Bocchino, mentre una voce a parte la merita Salvatore Russo co-autore dei brani (e a tutti gli effetti quindi la seconda sorella gemella) nonché ex componente di un pezzo di storia della musica “alternativa” in Italia, i Santo Niente di Umberto Palazzo, con i quali ha registrato l’anarchico ‘sei na ru mo’no wa na ‘i, disco prodotto da Giorgio Canali che, ritrovatosi ad ascoltare i brani prima delle registrazioni, disse qualcosa tipo “ragazzi, non è il caso di fare una demo, perché se si accorgono di quello che stiamo facendo questo disco non si farà mai”.

Ma cosa fanno i/le Sorelle Gemelle Lasciate In Castigo? La formula “UMG che fa stoner” è allo stesso tempo calzante e fuorviante, perché i suoni sono sì più grossi e roboanti di quanto normalmente non si trovi nella discografia di Giardini ma il mix li ammorbidisce, lasciando spazio alla poetica e al modo di cantare unico del cantautore: all’interno del disco si trovano però anche brani come Il lago delle vergini, strumentale in bilico fra il deserto roccioso del sud ovest statunitense e e quello sabbioso della fascia sahariana, o la Dai! Dai! Dai! su cui si sfoga il sempre magistrale Edda, l’elemento più diretto e grezzo dell’intero album. Fra echi dei Queens Of The Stone Age (Questo caos) cavalcate esaltanti (Profumo nucleare) il disco si conclude mostrando i lati più estremi delle sue due anime, distorta e sensibile: la strumentale Attrezzo, bassa e cavernosa nel suo incedere schiacciasassi, e I fiori neri dell’amore, una quasi-ballad in cui basta iniziare l’ascolto in punti a caso per trovarsi di fronte a frasi come “la vendetta fa tappa in ognuno di noi”. A livello personale avrei preferito un mix con la voce un poco più indietro, lasciando sfogo alle distorsioni che, soprattutto nel caso della chitarra solista nei ritornelli di Diana, faticano a mostrare i muscoli quanto vorrebbero, ma per quello chissà, magari ci sarà un “2” all’orizzonte.

Stop, basta, fine, addio è la terza traccia del disco, uno dei brani più delicati in cui Giardini pennella con poche ed efficaci immagini un amore sfiorito. “Mi rendo conto che il momento può accadere quando accade”, recita il testo, ed è su come Carla arriva al momento in cui dire basta che Roberto costruisce la sua narrazione, utilizzando i frammenti del testo come tappe di “un lento processo di disillusione” che si svolge lungo le strade di una Bologna notturna e malinconica. Potete cogliere questo efficace gioco di rimandi leggendo il racconto con la canzone in sottofondo, come consiglio di fare sempre e comunque: buon ascolto e buona lettura quindi.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero l* artist* accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

Scarica il numero Zero, il numero Uno e il numero Due della fanzine di Tremila Battute!

Stop, basta, fine, addio, di Roberto Conti

Le braccia tatuate di Luca erano state la sua prima distrazione. Un fascino che parlava di ribellione, di storie nascoste e pericolose. Carla ricordava ancora come quella pelle piena di segni l’avesse attirata una sera in piazza Verdi, tra i gruppi di studenti che si mescolavano sotto i portici. Lei si sentiva incompleta, e con Luca tutto sembrava più vivido, estremo, come se il mondo potesse finire da un momento all’altro.

Poi il fascino si era trasformato in finzione. Dietro quei tatuaggi e le frasi sussurrate a metà c’era solo la superficialità di chi pensa che il mondo esista per piegarsi al proprio desiderio. Era iniziato un lento processo di disillusione, una marea che si ritira lasciando sulla spiaggia i resti di ciò che Carla pensava fosse amore.

Le lezioni all’università, le serate in strada, i pomeriggi trascorsi sui colli a parlare di progetti e sogni… tutto aveva iniziato a perdere colore. Poi c’era stato il ritratto di Valerio, trovato per caso in un cassetto. Non era il suo coinquilino, Carla ne era sicura: forse un’altra conquista, un altro volto di cui Luca si era dimenticato, lasciato lì per distrazione o per ricordarle quanto fosse insignificante nel suo mondo egoriferito.

Le notti ‘fortunate’ di Luca erano un segreto a malapena nascosto. Carla lo aveva sempre saputo, ma ogni volta Luca diceva che quelle erano solo fantasie, paranoie infondate. “Mi fido di te”, ripeteva, ma quelle parole sapevano di plastica: vuote, come la loro storia.

La notte dell’undici novembre Carla camminava per le strade semivuote del centro storico, con i pensieri che la logoravano in silenzio. Bologna dormiva sotto una coperta di nebbia leggera, i lampioni proiettavano ombre lunghe e l’eco dei suoi passi rimbombava sotto i portici di via Zamboni. Era passata davanti alla finestra illuminata di Luca, per un istante aveva avuto la tentazione di salire e chiedergli per l’ennesima volta delle sue bugie, mettendolo davanti alla verità. Si era fermata, guardando la finestra da lontano, respirando la stessa nebbia che ammantava il loro amore.

“Abbiamo un metro differente, io e te.” Questa frase risuonava nella mente di Carla come un mantra. Luca viveva senza mai fermarsi, in una sorta di bulimia, lei si sforzava di stargli dietro e di adattarsi a una vita che non era la sua, piena di menzogne e maschere. Ma per quanto tempo si può ingannare se stessi?

Rientrata nel suo appartamento, Carla si guardò allo specchio e vide il volto di qualcuno che non riconosceva.

Il momento di lasciare accade quando accade. Non ha una spiegazione. È solo una porta che si apre e, se hai il coraggio, ci passi attraverso. Così Carla decise di andarsene. Di dire basta.

Non era un addio rabbioso, non c’erano più passione né dolore, solo stanchezza. Quando Luca la chiamò l’ultima volta guardò il telefono squillare sulla scrivania della sua camera e sentì che lasciarlo suonare a vuoto era un gesto più potente di qualsiasi parola. Non c’era più nulla da dire.

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Pubblicato da Ficky

Nel (poco) tempo libero scrivo racconti, guardo film e serie tv, leggo libri, recito in una compagnia teatrale, partecipo a eventi culturali e vado a vedere un sacco di concerti. Ho scritto per anni di musica (Indie-zone, Stordisco, Asapfanzine) e spero di trovare il tempo di farlo ancora per molti anni a venire.

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