Mi scappa spesso la parola “originalità” quando parlo di qualche artista, ma negli ultimi tempi cerco di contenermi sempre di più. Non perché Signora mia, non si può più dire niente (anche se poi gente come Pio e Amedeo nomina la N word in diretta televisiva di sabato sera su Canale 5), ma perché mi accorgo che ciò che definisco originale spesso non lo è. Bello si, personale anche, ma originale magari no. Ho avuto svariate prove negli anni di questo, tipo accorgermi che molto del post-hardcore/post-punk/post-tutto che ho ascoltato negli anni era debitore in maniera apocalittica della pazzia di un per me irriconoscibile Nick Cave (io l’ho conosciuto col duetto con Kyle Minogue su Mtv e sì, ho dovuto googolare “Kylie Minogue” per ricordarmi come si scriveva esattamente: ho dei grossi limiti) coi suoi The Birthday Party fra fine anni settanta e inizia anni ottanta, e non significa che ognuno che ha fatto quel genere non sia riuscito a innovarlo o a renderlo una cosa sua o che qualcuno non si sia inventato qualcosa che effettivamente non c’era nel frattempo, ma che la parola originalità andrebbe sempre usata con una certa cognizione di causa.
Anni fa recensii un paio di dischi di Urali, un progetto di cui vi avevo parlato anche qui, e rimasi folgorato dal modo in cui univa bucoliche suggestioni acustiche a improvvise sferragliate doom. Mi sembrava personalissimo e originale, e personalissimo lo rimane anche se meno originale di quel che credevo. O meglio, magari è anche originale nella mente di Ivan Tonelli, l’uomo dietro al progetto Urali, ma c’è qualcuno che nel lontano 1996 aveva già iniziato a esplorare quel connubio (e che probabilmente Tonelli conosce e rispetta) in quel di Anacortes, nello stato di Washington: il suo nome è Phil Elverum, altrimenti conosciuto col moniker Mount Eerie.
A permetterci di parlare di lui è un gradito ritorno, quello di Danilo Di Prinzio. Collaboratore di lunga data (potete leggere i suoi racconti qui, qui e qui), avrà l’onore di veder pubblicato il suo racconto L’albero della conoscenza assieme ad altri di svariat* autor* sul Numero Uno della rivista cartacea di Tremila Battute, che potrete trovare al banchetto che condivideremo con pièdimosca Edizioni in quel di Firenze RiVista. Eh sì, dal 22 al 24 settembre potrete venire a trovarci nel capoluogo toscano e probabilmente anche Danilo passerà di lì, per qui non vi diciamo più nulla su di lui (potete comunque recuperare informazioni dai link più in alto, fatelo che dà un sacco di soddisfazioni cliccare sui link, molta più che cliccare su “accetta tutto” quando vi chiedono se volete che i cookies profilino la vostra esistenza) a parte consigliarvi di leggere questo suo racconto uscito su Pastrengo e che, chissà perché, ci era sfuggito.
Ripercorrere l’intera carriera di Elverum è un’impresa titanica, costellata di più di venti album (che trovate tutti nel suo profilo Bandcamp) fra The Microphones, primo nome del progetto che comunque aveva lui come unico componente, e Mount Eerie, un nome quanto mai azzeccato vista la sottile vena perturbante che percorre tutta la sua musica, dai brani più incentrati sul binomio voce/chitarra acustica degli ultimi lavori agli esperimenti sonori più rumorosi e orgogliosamente lo/fi dei primi anni di carriera. I suoi primi vagiti musicali glieli pubblica su cassetta la misconosciuta etichetta KNW-YR-OWN di tal Bret Lunsford, con cui Elverum suona la batteria nei D+, ma il primo disco ufficiale esce nel 1998 per la Elsinore Records: Tests è l’unione dei precedenti lavori, una sorta di sgangherato best of del giovane Elverum che va dove vuole, si disinteressa completamente della forma canzone e lascia come unico filo conduttore con ciò che verrà dopo la sua voce esile e sognante, anche se ciò che sogna non è esattamente bucolico come certe sue produzioni potrebbero far pensare. Non vi farò una lista di tutti i suoi album dal peggiore al migliore (anche se un sacco di articoli acchiappalike usano questa formula, forse dovrei imparare a vendermi meglio), ma saltabeccando di qua e di là posso dirvi, per fare un esempio della poetica Elverumiana, che il disco di The Microphones del 2003 Mount Eerie, pubblicato dalla K Records che lo aveva affiancato dal secondo album, rappresenta il punto di passaggio da un moniker all’altro attraverso cinque lunghi brani che, fra rumorismi, intermezzi acustici, passaggi elettronici e aperture armoniose di synth paradisiaci, raccontano di come (wikipedia docet) Elverum muore, viene mangiato dagli avvoltoi e scopre il volto dell’universo. Non male, eh? E fate conto che con queste canzoni ci è arrivato in Giappone, come testimonia un live del 2003 registrato in terra nipponica.
Da qui in avanti Elverum inizia a firmare i dischi come Mount Eerie (monte sull’isola di Fidalgo in cui ha passato l’adolescenza), e pur rimanendo ancorato al suo luogo di origine e alle sue tecniche di registrazione minimali ma non dozzinali inizia a viaggiare per tutto il Nord America e l’Europa con la sua musica, sempre bizzarra (in Singers, uno dei tre album che sforna nel 2005 e realizzato registrando al volo brani nuovi con un tot di gente e un microfono piazzato in mezzo alla stanza, fa abbastanza specie il modo in cui tutti cantano allegramente I can’t believe you actually died nell’omonima e ultima traccia) ed estremamente personale. Nel 2008 si associa alla cantautrice Julie Doiron e al musicista Fred Squire per dare alle stampe Lost Wisdom, album in cui viene fuori pienamente l’animo folk di Elverum che diventerà una cifra stilistica ricorrente come l’autoproduzione, avventura iniziata tre anni prima attraverso la propria etichetta P.W. Elverum & Sun Ltd. Si fa suggestionare anche dalla musica ambient Elverum, come dimostrano dischi quali Wind’s poem (2009) e soprattutto l’accoppiata Clear moon e Ocean roar del 2012, che chiamo accoppiata non a caso visto che, in un esperimento che potrei anche smettere di definire bizzarro dopo tutto quello che ho scritto, l’artista condensa in unico album composto da due tracce di sei muniti l’una tutti i brani che compongono le due opere. E il risultato non è inascoltabile come si potrebbe pensare, anzi!
Se l’artista adora sperimentare sia musicalmente che in altri ambiti (è del 2007 una raccolta fotografica con tanto di 10 pollici allegato, mentre i packaging dei suoi dischi sono finemente curati da lui stesso), la sua vita privata rimane tranquilla almeno fino al 2015: sposatosi nel 2003 con l’artista e musicista canadese Geneviève Castrée, con cui collabora solo occasionalmente per evitare che l’ingerenza artistica nell’altrui carriera potesse avere contraccolpi sul matrimonio, a seguito della nascita della loro prima figlia a Castrée viene diagnosticato un cancro al pancreas non operabile, che nonostante gli sforzi (i due aprirono una pagina su GoFundMe per richiedere sostegno economico dopo aver esaurito i fondi per pagare le cure) la portano alla morte un anno più tardi. Gli ultimi dischi di Mount Eerie risentono di questo evento, soprattutto A crow looked at me del 2017, un lancinante e allo stesso tempo minimale atto d’amore verso la moglie che, attraverso l’esplorazione della morte e della vita che continua (uno dei brani si intitola When I take out the garbage at night), è uno dei modi di elaborare il lutto più sentiti in cui sia mai incappato. L’ultimo disco di Mount Eerie, Lost wisdom Part.2 (2019), lo vede di nuovo al fianco di Julie Doiron, mentre l’ultimo album edito è di nuovo a nome The Microphones: Microphones in 2020 è un’unica lunga traccia di quarantaquattro minuti, intensa e scarna, la rarefazione musicale in un progetto che ha portato Elverum a giocare con folk, ambient, noise finanche col black metal, tanto che Kerrang! lo ha inserito fra l* dieci artist* non metal più apprezzati dai fans del metal e i Wolves In The Throne Room, band black metal attiva dal 2003 che vive nelle stesse zone di Elverum, hanno remixato due suoi brani nel 2018.
Crow è l’ultima traccia di A crow looked at me, una ballata voce/chitarra acustica in cui la figura del corvo che dà il titolo alla canzone assume le sembianze di Castrée, ancora in essenza nel mondo attorno ad Elverum e alla loro figlia. Il racconto di Danilo è molto meno rassicurante ma l’ambientazione rurale e raccolta, così come la presenza di un padre ed un figlio che vivono in un’ambiente solitario, mi hanno fatto subito pensare alle atmosfere di cui è ammantata la musica di Mount Eerie: fatevi avvolgere e sconvolgere dalla vicenda subito dopo aver ascoltato il brano (o perché no, durante), a me non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.
Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).
Scarica il numero Zero della fanzine di Tremila Battute a questo link!
Nel paese di Moria, di Danilo Di Prinzio
Il rifugio giace nella luce bruna del tramonto. All’interno un padre e un figlio. Poco dopo irrompe solitaria un’escursionista con indosso, a parte lo zaino, un involto nero e lungo che le cade parallelo alla gamba.
Durante la cena la donna si ritira per un istante nella camera adiacente per andare a prendere il fucile, quindi esce e lo centra alla testa del ragazzo. Con gli occhi simili a due buchi neri in pieno universo, stretti nella forma di un corpo, pone una questione all’uomo, che prima del pasto ha ringraziato il signore nel gesto della preghiera.
Tu pensi che Dio fermerà il mio dito?
Ti prego non farlo, è solo un bambino.
Rispondi alla domanda, o altrimenti premo il grilletto.
Io non lo so, io, io non lo so, io non lo so…
Allora perché preghi? Di cosa lo ringrazi?
È soltanto un’abitudine, preghiamo sempre prima di mangiare.
È solo un’abitudine.
Sì, solo un’abitudine, te lo giuro.
Ma Dio potrebbe esserci anche se tu preghi per abitudine.
Potrebbe esserci, sì, potrebbe esserci, ma ti prego di lasciarlo stare.
Ora preghi me? E tu credi che ti ascolti? Che sia in mio potere esaudire la tua preghiera, più di quanto lo sia in lui?
Lo credo… lo credo, io credo che tu sia una persona buona, io credo che tu sia una persona buona… lo credo.
Ma non hai risposto.
A cosa devo rispondere?
Dio fermerà il mio dito?
Sì.
La donna si volta verso il ragazzo.
Sì, lo fermerà, ripete quest’ultimo.
Vedi, mio caro papà, tuo figlio ha più coraggio di te. Ecco cosa significa essere ancora ragazzi, vivere ancora dentro quello scrigno di pura magia. Uno di voi due ha dato la risposta giusta, e l’altro ovviamente quella sbagliata. Ora, ditemi, chi di voi due ha dato la risposta giusta?
Ti prego di non farlo.
Adesso smettila di pregare, per favore. Abbi il coraggio di affrontare l’ineluttabilità del destino. Allora ragazzo, tu che dici? Hai dato la risposta giusta?
Sì.
Dio ti ringrazio…
E no, mio caro papà.
Lo sparo riecheggiò lungo il massiccio della montagna, fin sopra l’ultima vetta, dove la parete si ergeva spaccata e dritta contro il cielo, come la mano nodosa e ferma dell’Altissimo.
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