Racconto in musica 145: Hai fame? (AJJ – Body terror song)

Giovedì ho avuto il piacere e l’onore di essere ospite della rassegna organizzata dall* amic* di Read And Play ai Bagni Elsa N°3, dove ho approfondito il tema di questo articolo e parlato di musica indipendente, calcio e, incidentalmente, di comunismo, anarchia e antitatcherismo. Non so dire esattamente quale sia stata la resa dall’esterno, d’altronde come dicevano i Butthole Surfers “You never know just how to look through other people’ eyes”, ma quegli accenni a temi un minimo politicizzati hanno convinto una signora che parlava solo inglese (e che pertanto non so cos’abbia capito di tutto il reading) a venirmi a parlare una volta finito il tutto, instaurando una conversazione stentata (il mio inglese fa schifo) che è finita su manifesti anarchici, salute mentale e legge Basaglia. Quanto è fantastico nella sua bizzarria il mondo?

E pure la locandina fatta da Alessandro Baronciani!

Ma sta premessa ha un senso o serve solo a permettermi di tirarmela perché sono stato in spiaggia tra Fano e Pesaro a parlare alle genti e mi hanno pure offerto da bere? Il senso c’è, ed è relativo al fatto che la band di cui parliamo questa settimana è uno di quei gruppi belli politicizzati come piacciono a noi: diamo il benvenuto perciò agli AJJ.

A permettermi di parlarne è ancora una volta Simona Lazzaro. Ve la ricordate? È stata ospite di Tremila Battute giusto un mesetto e mezzo fa, ma da allora ha fatto in tempo a uscire il suo racconto per la rivista Gargolla e abbiamo rintracciato anche una sua microfinzione uscita su Coven Riunito. Se non vi basta questo potete seguirla anche su Lasettimanatv, dove parla di serie televisive, o su NanoTv, dove collabora al salotto letterario.

AJJ quindi, acronimo di coloro che una volta si facevano chiamare Andrew Jackson Jihad. La band si forma come trio nel 2004 a Phoenix, ma quando un anno dopo registra il primo album il trio, causa sparizione del batterista, è già diventato un duo: Candy cigarettes, capguns, issue problems! and such esce così per l’etichetta Audioconfusion Manifesto (label improvvisata dietro cui si cela lo studio di registrazione Audioconfusion di Jalipaz Nelson, che rimarrà collaboratore di lunga data della band) registrato dai soli Sean Bonnette (voce e chitarra acustica) e Ben Gallaty (contrabbasso, basso e cori), l’ossatura che rimarrà sempre stabile degli AJJ. I primi lavori del duo sono prettamente acustici con brani raramente sopra i due minuti, anti-folk dall’estetica punk che permea anche il secondo disco People who can eat people are the luckiest people in the world (2007), album che oltre ad avere uno dei migliori titoli nella storia della musica li porta anche sotto il cappello della Asian Man Records, sotto cui rimarranno a lungo. È la stessa etichetta a pubblicare, dopo una scappatella con la Plan-it X Records per registrare l’Ep Only God can judge me, il terzo album Can’t mantain (2009), dove le cose a livello musicale iniziano a cambiare: il lato punk prende spazio, appaiono altri strumenti (al disco collaboreranno una quindicina di musicisti) e il suono si fa più vario e sfaccettato. Ciò che non cambia sono i testi, incentrati su temi sociali, politici, religiosi ed esistenziali, spesso concisi e ironici ma capaci di cogliere comunque il punto.

Gli AJJ parlano molto di odio, di gente sbandata e incapace di trovare una direzione, non indorano la pillola e fanno vedere entrambi i lati della medaglia, perché se la rivalsa è possibile non sempre questa avviene. Forse il miglior modo di illustrare la loro poetica, più che proseguire il banale elenco dei dischi, è il trittico composto da People, People II: the reckoning (ironicamente contenuta nello stesso disco di People, ma la precede nella tracklist) e People II 2: still peoplin’, in cui affrontano la meraviglia di avere a che fare con le persone nonostante i loro difetti, l’odio che ti fanno salire le persone che hai attorno per finire con un campionario di umanità sconfitta, persone che non vogliono sentirsi dire che è tutto nella loro testa perché i problemi possono essere personali ma le soluzioni devono essere collettive, perché come recita il testo “We’re all two or three bad decisions away from becoming the ones that we fear and pity”. La musica degli AJJ è auto-aiuto brutale mascherato con una musica trascinante e vitale, ti illustra quanto la vita fa schifo mentre ti insegna a riprenderne il controllo (“‘Cause I think you deserve much more/ than a smoke and fifty cents/ you deserve to be self-sufficient/ and buy your own cigarettes” recitano in Zombie by The Cranberries by Andrew Jackson Jihad, dimostrando anche quanto sono il miglior gruppo del mondo quando si tratta di trovare un titolo a un disco o ad una canzone). La loro coerenza non può avere miglior marchio della decisione, nel 2016, di adottare l’acronimo con cui li trovate citati, smettendo di usare Andrew Jackson Jihad come nome non volendo più fungere da “living reminder” dell’ex Presidente USA Andrew Jackson (definito “un’interessante figura storica ma una persona odiosa per il quale è scemata la fascinazione”) e in quanto il termine jihad usato da loro, non musulmani, sarebbe irrispettoso e irresponsabile. La carriera degli AJJ prosegue ancora oggi, in una formazione che dall’album Knife man del 2011 vede in pianta stabile Preston Bryant (chitarra elettrica, tastiere e cori) e Mark Glick (violoncello e chitarra baritona), e di album e tour (nel 2012 girarono gli States con i Future Of The Left, che qui a Tremila Battute conosciamo bene) da allora ne sono passati parecchi: l’ottavo, Disposable everyting, è uscito a maggio di quest’anno per Hopeless Records (curiosamente la label che hanno appena lasciato le Destroy Boys, di cui abbiamo parlato da pochissimo), e anche se nel frattempo la velocità è calata e i suoni si fanno fatti un poco più morbidi la carica dissacrante polemica della loro musica continua a rimanere intatta.

Body terror song è la terza traccia dell’album del 2020 Good luck everybody, e pur partendo da una riflessione sul suo stesso corpo di Bonnette riesce ad assumere una valenza universale: l’ha colta bene Simona che tratteggia una storia di anoressia a cui bastano poche immagini e nessun semplice stereotipo per risultare potente, dimostrando ancora una volta di saper usare chirurgicamente le parole. Potete leggere il suo testo subito dopo il link al brano che l’ha ispirata, a me non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

Scarica il numero Zero della fanzine di Tremila Battute a questo link!

Hai fame?, di Simona Lazzaro

Mattino

Sale sulla bilancia.

Il colore del suo corpo nudo è violento, una ferita nel candore del bagno. Le curve alla fine si sono arrese, come ogni volta, e hanno ceduto il passo agli spigoli. Le ossa disegnano sulla pelle una linea sporgente e lei ci passa e ripassa le dita.

Pomeriggio

J. sorride e le offre una fetta di pizza. L’odore le fa girare la testa. Sorride anche lei, non ne ho voglia, gli dice, e questa non è proprio una bugia. La fame è una voragine, un tormento che erode la carne – ma lei non vuole riempirla. Deglutisce a fatica. Rinunciare è una delizia.

J. apre la bocca – un’altra ferita – ma poi la richiude in fretta. Le lancia uno sguardo ed esce dall’aula.

Sera

Già quella sera lei non sa che farsene di quel ricordo, di quegli occhi e della sua bocca suturata. La pietà non si mangia, non riscalda e non riempie. Solo la fame sazia la fame.

Sale sulla bilancia.

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Pubblicato da Ficky

Nel (poco) tempo libero scrivo racconti, guardo film e serie tv, leggo libri, recito in una compagnia teatrale, partecipo a eventi culturali e vado a vedere un sacco di concerti. Ho scritto per anni di musica (Indie-zone, Stordisco, Asapfanzine) e spero di trovare il tempo di farlo ancora per molti anni a venire.

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