Crearsi i precursori in casa: lo stoner fra passato e futuro di Adriatic desert de Le Scimmie

Ascoltando Adriatic desert de Le Scimmie mi è tornato in mente uno dei brevi saggi inseriti in Altre inquisizioni di Jorge Luis Borges, quello in cui l’autore argentino analizza alcuni testi precedenti a Franz Kafka per designarli come suoi precursori. Ho ripreso in mano il libro per trovare il passaggio specifico (accorgendomi che la vecchia edizione Feltrinelli in mio possesso ha un tot di pagine stampate al contrario), che riporto qui sotto:

Se non erro, gli eterogenei testi che ho enunciato somigliano a Kafka; se non erro, non tutti si somigliano tra loro. Quest’ultimo fatto è il più significativo. In ciascuno di quei testi è l’idiosincrasia di Kafka, in grado maggiore o minore, ma se Kafka non avesse scritto, non la avvertiremmo; vale a dire, essa non esisterebbe. Il poema Fears and scruples di Robert Browning profetizza l’opera di Kafka, ma la nostra lettura di Kafka affina e altera sensibilmente la nostra lettura del poema. Browning non lo leggeva come ora lo leggiamo noi. Nel vocabolario critico, la parola precursore è indispensabile, ma bisognerebbe purificarla da ogni significato di polemica o di rivalità. Il fatto è che ogni scrittore crea i suoi precursori.

Kafka e i suoi precursori

Ma che ci azzeccano uno scrittore argentino e la sua analisi su uno scrittore boemo con l’ultimo album di una band stoner/doom strumentale di Vasto? Seguitemi, se ne avete il coraggio, perché non sarò breve.

Il mio rapporto con Le Scimmie (Angelo “Xunah” Mirolli, chitarrista e deus ex machina del progetto, coadiuvato da Marco D’Aulerio alla batteria) è lungo e fatto di alti e bassi. Nel 2007, anno di fondazione della band, ricevetti il loro Ep d’esordio e non mi piacque per niente, il che avrebbe potuto far finire lì la storia; caso volle però che Michele Montagano, colui che mi chiamò per scrivere su StorDisco e a cui devo la mia attuale militanza nella “critica musicale” (decidete voi se è un bene o un male), ci fosse rimasto sotto, e in senso positivo, con l’album che la band pubblicò tre anni dopo, Dromomania. Non lo ascoltai molto ai tempi, ma percepii una maturazione evidente in quel poco che mi passò per le orecchie: la band (a quei tempi con Mario Serrecchia dietro le pelli) si era votata a un suono più cupo e grosso, stoner con venature oscure che se non andavano verso il doom poco ci mancava. Quello sarebbe venuto sei anni e un tour europeo (in cui se non sbaglio Montagano, vastese come loro, li accompagnò) dopo, con l’uscita di Colostrum. L’album del 2016 era un vademecum perfetto su come si fa un disco di doom psichedelico, allargava la formazione per la prima volta (oltre a Mirolli c’erano Simone all’effettistica e Gianni alla batteria, i cui cognomi non citavo nella recensione che scrissi e che pertanto si sono persi nei meandri dell’Internet) e con i quattro brani da cui era composto faceva impallidire alfieri nostrani del genere come gli Ufomammut. Sono passati ben sette anni da allora, che sarà cambiato? Non tutto, ma molto.

Gli allucinogeni scorrono potenti in questa cover

Mi aspettavo la psichedelia da Adriatic desert, e un po’ di fattanza c’è fra le pieghe degli otto brani in cui chitarra e batteria mulinano riff e pattern: il sound de Le Scimmie ora però è molto più diretto, dritto al punto, potente come non mai ma di una potenza che ha più a che fare con Red Fang e Fu Manchu che non con il doom del penultimo disco. Se Colostrum lasciava l’ascoltatore con lo sguardo perso nel vuoto come dopo un (bad) trip a base di LSD, Adriatic desert lo rianima con dosi abbondanti di distorsioni veloci e vigorose che sanno di serate passate a trincare birra, passarsi qualche canna e fare headbaging come se il collo domani non ti servisse più. L’iniziale Wild boar è un parziale passaggio di consegne: parte veloce e fuzzosa, corre concisa e concentrata fino a metà dei suoi cinque minuti di durata per poi rallentare, dilatando all’estremo una variazione sul tema dei riff precedenti e ficcandoci sopra anche una seconda chitarra viaggiosa per rendere più lisergico il tutto, ma ciò che interessa al Mirolli del 2023 è la velocità e ci mette il resto del disco a specificarlo.

Non manca di varietà Adriatic desert, fra momenti in cui arpeggi elettricamente melodiosi avvicinano Le Scimmie agli Yawning Man (A giant summer) e acidissime cavalcate su cui la chitarra sgomma e derapa facendo stridere piacevolmente il cervello (Acid lime), ma ci si mette più tempo ad entrarci in sintonia di quanto se ne impieghi a fare su e giù con la testa. Le sfumature si percepiscono con l’aumentare degli ascolti, quando arriva tutto il lavoro fatto sulle seconde chitarre (sarei curioso, causa ventennale militanza ignorante alle sei corde, di vedere se Mirolli dal vivo riesce a rendere tutto questo con una loop station, nel qual caso mi inchinerei) che riempie di sfumature le granitiche geometrie create dal duo, come nella title track o in 2007, un brano che con la sua vena hardrockeggiante riecheggia i primi vagiti del progetto. È innegabile però che quanto si guadagna in botta e immediatezza viene perso in atmosfera, lasciando un po’ l’amaro in bocca a chi si aspettava un viaggio dagli orizzonti più ampi di quelli che concede la conclusiva Fluoroscent dinosaur, che prova lodevolmente a creare qualche sprazzo lisergico nel finale ma non tanto da farci immaginare per davvero un dinosauro fluorescente.

Ma che c’azzeccano Borges e Kafka con tutto questo? È presto detto: se si analizza la carriera de Le Scimmie a ritroso ecco che in Dromomania si vede la sintesi perfetta di quanto creato successivamente. Non che quello del 2010 sia l’album migliore di Mirolli e soci, tutt’altro, ma in quel disco convivevano in maniera grezza tanto le suggestioni che hanno portato alle visioni cupe di Colostrum quanto l’approccio dritto e granitico che in Adriatic desert trova la sua piena maturazione. Il nuovo disco del duo, pubblicato il 27 aprile da Frekete! Records, assume così un valore di continuità che potrebbe sfuggire a chi ha scoperto il progetto post-2016, una via di esplorazione alternativa che si giustifica evidenziando il proprio precursore casalingo: io, pur da profano degli allucinogeni, continuo a preferire l’LSD, ma basta la potenza di questi otto brani a farvi scambiare la sabbia delle spiagge adriatiche per quella del deserto.

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Pubblicato da Ficky

Nel (poco) tempo libero scrivo racconti, guardo film e serie tv, leggo libri, recito in una compagnia teatrale, partecipo a eventi culturali e vado a vedere un sacco di concerti. Ho scritto per anni di musica (Indie-zone, Stordisco, Asapfanzine) e spero di trovare il tempo di farlo ancora per molti anni a venire.

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