Sull’arte del fare quel cazzo che ti pare: Requiem dei Verdena

Se fossi un giornalista serio questo articolo inizierebbe con un disamina su ciò che funzionava nel 2007, un’analisi attenta sulle mode musicali e su ciò che c’è stato prima: e invece no. Non che io non prenda seriamente quello che scrivo, ma la mia memoria ha parecchi buchi e se si parla di datare un disco buonanotte, figuriamoci ricordarmi cosa ascoltavo in un dato anno o, ancora peggio, pensare a cosa andava per la maggiore: vi posso cantare a memoria tutte le canzoni di Dall’impero delle tenebre de Il Teatro Degli Orrori, ma l’informazione che è uscito nell’aprile 2007 non so per quanto resisterà nella mia mente, ed è un album che ho adorato. Era il momento del noise? Boh. So solo che, facendo qualche rapida ricerca, la classifica degli album più venduti in Italia fa venire una tristezza infinita.

Primo posto? Davvero? Ma io torno ad ascoltarmi i Plasma Expander piuttosto

Non ricordando ciò che è venuto prima e ciò che c’era in quel momento (e, se proprio vogliamo, manco ciò che è venuto dopo, ma scartabellando fra i miei dischi ho scoperto che nel 2008 era uscito l’omonimo esordio dei Fake-P, uno dei gruppi italiani più sottovalutati della storia e che vi consiglio di recuperare in qualche maniera) è utopico pensare che io sappia entrare nella testa dei Verdena per capire cosa li ha portati a concepire Requiem, ma di certo il quarto album della band bergamasca è stato una bella sorpresona per tutti. Che Alberto Ferrari, Roberta Sammarelli e Luca Ferrari non si fossero accontentati dell’etichetta di “Nirvana italiani” era già chiaro da Solo un grade sasso, ma ascoltando i primi tre album si percepiscono, a livello di suoni e atmosfere, più similitudini che differenze: un certo gusto per le melodie malinconiche e disagianti, arrangiamenti che spesso privilegiano la ripetizione di determinati riff, il tutto espresso con più fantasia col passare degli anni. Requiem cambia tutto, pur non disconoscendo quanto fatto fino a quel momento.

Lo si evince già dal primo singolo estratto, Muori delay, che pure non è per niente la traccia più rappresentativa. Breve rispetto alla durata media degli altri brani del disco, presa bene rispetto ai loro soliti standard, la canzone che fa da apripista all’album fa già capire che le sonorità sono più grosse e grezze, che Alberto ha voglia di sperimentare con la voce e che gli arrangiamenti si preannunciano più elaborati: in neanche tre minuti infilano un riffettino hard rock che ti si appiccica addosso, un ritornello stoner con un effetto tellurico che aumenta col passare dei secondi e un assolo dai toni vagamente psichedelici. Tre cose distinte che messe insieme funzionano parecchio, e capiterà spesso che le associazioni nei brani siano tutt’altro che scontate.

Tralasciando Marti in the sky, introduzione sui generis che se non altro testimonia della voglia di giocare (e in parte inquietare, con quelle voci che si affastellano sul finale), Don Calisto è il punto in cui si capisce quanto il suono dei Verdena è cambiato. Ed è la traccia numero due. È tutto più sporco, grezzo ma in maniera personale, la voce tirata indietro rispetto agli strumenti e più sguaiata, l’arrangiamento semplice e dritto è l’unico elemento che fa sentire un po’ a casa ma l’energia che si respira è diversa, più libera e selvaggia, come se la band si fosse liberata di qualche freno inibitorio che ancora inconsciamente resisteva. Non prendere l’acme, Eugenio non rappresenta il punto più lisergico del disco, ma arrivati qui abbiamo già la certificazione che i Verdena hanno deciso di fare il cazzo che gli pare e di fregarsene di qualsiasi discorso riguardante la vendibilità della loro musica.

La traccia numero tre di Requiem è un continuo ritorcimento su sé stesso degli stessi elementi che suonano sempre nuovi, alza e abbassa il livello della tensione emotiva con istinto più che calcolo, sembra già esplodere tutto al minuto 2:32 e invece torna con naturalezza al riff iniziale, prosegue incantando per un altro minuto abbondante e poi diventa un macigno grosso e lento il cui unico scopo è frantumarti le orecchie col suo incedere, un destino che ti avevano già suggerito ma che stupisce comunque dispiegandosi in tutta la sua potenza. Sei minuti di magnificenza che passano veloci come un lampo e che allo stesso tempo sembrano durare un’eternità, un’eternità che a livello discografico è rappresentata da canzoni come Il Gulliver e Sotto prescrizione del dott. Huxley, più di dieci minuti di durata a testa. Lo avevo già detto che con questo disco il trio ha deciso di fare il cazzo che gli pare?

Sono i dettagli a fare grande un disco, le cose che ti lasci alle spalle con noncuranza inanellando subito dopo qualcosa che non ti fa rimpiangere quell’abbandono. Come quando parte Isacco nucleare e ti dispiace che il riff granitico con cui inizia venga abbandonato dopo cinque secondi, ma tanto dopo hanno modo di sballottarti il cervello nel cranio con tanta irruenza che dici va be’ amen, chi ci pensa più dopo che le urla nel ritornello si fanno strumento e ti mettono dentro ansia e voglia di pogare contro le pareti, e invece il finale è tutto per quel riff che ti avevano fatto subodorare all’inizio. Come quando Il caos strisciante gioca a riproporre stilemi più conosciuti, malinconia e distorsioni più accomodanti, alternandoli a momenti in cui parte per la tangente e si insinua malevola come le creature di Lovecraft infettavano gli incubi dei malaugurati che ci avevano a che fare. Come quando Angie, la traccia più radiofonica (non a caso scelta come secondo singolo) insieme a Trovami un modo semplice per uscirne, abbandona la placida tristezza in cui si è crogiolata per sprofondare nel finale in un’inquietudine sottile, fatta di frammenti sconnessi di frasi e di vagheggiamenti elettronici che si chiudono di botto, lasciandoti confuso. Come quando (e poi la smetto) Canos butta nel calderone suggestioni folk, psichedelia e un’atmosfera al contempo sensuale e oppressiva.

L’inquietudine, Alberto Ferrai 2007

I membri della band hanno spiegato che, diversamente dai precedenti dischi in cui le cose più sperimentali venivano lasciate da parte per poi trovare spazio negli Ep, qui le lunghe jam in sala prove hanno avuto un’importanza fondamentale per la costruzione dei brani. È un modo di lavorare che risulta evidente nelle due lunghissime canzoni citate prima, talmente dense di spunti da meritare un articolo a parte (e contate che già questo articolo nasce come costola di un discorso più generale, per cui non esageriamo). Il Gulliver piazza dentro di tutto, si apre con una melodia bella ariosa che quando viene ripresa, dopo un terremoto di frequenze basse, ti stupisce per quanto due cose apparentemente agli antipodi possano funzionare insieme, poi quando ti aspetteresti la fine parte in gita nel deserto con i Kyuss di Spaceship landing e poi muta ancora e ancora, fra saliscendi emozionali e almeno uno stop & go che ti lascia col cuore sospeso; Sotto prescrizione del dott. Huxley ha invece una progressione più ordinata, e nel finale si apre a una psichedelia più orientaleggiante (o, se vogliamo, a ciò che in occidente è stato influenzato dall’oriente), chiudendosi con un coro di voci al contrario che sono state registrate mentre una processione passava fuori dalla loro Henhouse, lo studio di registrazione ricavato da un pollaio che è da anni la loro casa base: diversamente da Tuco ne Il buono, il brutto e il cattivo, in questo caso anche Dio era dalla loro parte.

Verticalità allucinate

Che dire di più? Insomma, azzeccano pure i video: la gioia nonsense di Muori delay a base di nuoto sincronizzato e impiegati tuffatori; la lenta deriva sensual-horror di Angie, con la band che fa le veci dell’orchestrina su un battello retrò (gli sguardi fra l’allucinato e il perverso che fa Alberto negli attimi finali mi fanno pensare che qualcuno dovrebbe dargli una parte in un film); l’appuntamento a gravità zero di Canos, che a livello estetico mi ricorda alcune parti di Under the skin (ma con sette anni di anticipo); l’allucinata verticalità di Isacco nucleare, nata all’interno di un contest con cui i Verdena hanno coinvolto direttamente i fan. Requeim è un disco che, a quindici anni di distanza, non ha perso niente del suo fascino, della sua bizzarria, della sua estrema libertà: ti vien da dare il merito alla fantasia percussiva di Luca, ma poi ti accorgi di quanto sono cambiati i suoni della chitarra di Alberto e quanto è versatile la sua voce (sui testi non mi esprimo, non è che li abbia mai capiti ma posso esprimere un roboante chissenefrega se qualcuno mi tocca nel profondo cantando del fatto che “non cresce più poesia”. Però mi chiedo: perché un hare krishna non dovrebbe prendere l’acme?) e finisci per ricordarti che senza il basso granitico di Roberta tutto questo non suonerebbe così grosso, così stoner. Se ho una speranza per il nuovo disco, annunciato qualche giorno fa, è che vada dove gli pare ma con l’effetto spiazzante che, ancora oggi, Requiem mi lascia ad ogni ascolto.

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Pubblicato da Ficky

Nel (poco) tempo libero scrivo racconti, guardo film e serie tv, leggo libri, recito in una compagnia teatrale, partecipo a eventi culturali e vado a vedere un sacco di concerti. Ho scritto per anni di musica (Indie-zone, Stordisco, Asapfanzine) e spero di trovare il tempo di farlo ancora per molti anni a venire.

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