L’oppressione di passato e presente nel nuovo disco dei PINHDAR

Parlando qualche settimana fa del disco dei FLeUR mi soffermavo sulla sensazione di nostalgia per un mondo mai conosciuto, evocata in maniera magistrale dal duo. Approcciandomi a Parallel, secondo album dei PINHDAR (Cecilia Mirandoli alla voce e Max Terenzi alle musiche, coppia già dietro al progetto Nomoredolls e, soprattutto, al fantastico festival estivo A night like this, cui ho avuto la fortuna di partecipare qualche anno orsono), ho provato sensazioni simili, ma il mondo di cui ho fatto esperienza attraverso le note del loro pop sintetico mi è sembrato più tangibile, fissato in un passato idealizzato e che allo stesso tempo ci schiaccia.

La genesi del disco, come immagino sia successo per molta musica concepita durante il 2020, è legata a doppio filo alla pandemia in corso (gli stessi PINHDAR parlano di testi e atmosfere nati per salvarli dalle drammatiche vicende, anche personali, degli ultimi mesi). Prodotto da Howie B e pubblicato dall’etichetta Fruits de Mer Records, il disco riflette nel mixaggio quella sensazione di claustrofobia con cui tutti, pur con un diverso grado di sopportazione, abbiamo dovuto fare i conti, ma allo stesso tempo le musiche risentono di sonorità che operano uno scollamento dalla realtà attuale: il viaggio in cui gli otto brani dell’album ci accompagnano è allora più una fuga, l’impossibile ritorno a un periodo antecedente della nostra vita per lenirci dalle ferite del presente.

Non sarò certo il primo a parlare di retromania e ossessione per futuri mai realizzati (Simon Reynolds e il Mark Fisher di Spettri della mia vita lo hanno fatto certamente meglio di me), quindi non troverò soluzioni originali per spiegare il rapporto che unisce le sonorità vagamente anni 80 di Parallel con le moderne tecniche di registrazione. L’impianto sonoro dell’album è vitale e allo stesso tempo decadente, fissato in un non-luogo quale quello evocato dalla cover, realizzata dalla visual artist Elisabetta Cardella: una casa minimale fissata come una palafitta sul mare, l’unica finestra che si apre su un cielo dal colore irreale, il tutto sfocato in maniera da apparire più vecchio, spettro moderno di un periodo in cui la computer grafica invecchiava alla velocità della luce.

Il dream pop dei PINHDAR non porta verso territori gioiosi pur ricercando la leggerezza, si appoggia sulle nostre orecchie esplorando un presente di sofferenza e temendo un futuro di cui ci mancano le coordinate: musica in movimento eppure frenata, con le ritmiche soffocate sotto le orchestrazioni elettroniche e le rare distorsioni chitarristiche tenute al guinzaglio, private della libertà di esprimere la loro furia catartica tanto nei ritornelli di Too late (a big wave) quanto nell’assolo lancinante di Atoms and dust, dove Mirandoli esprime in un solo verso l’immobilità che, paradossalmente, l’intero disco veicola, “we walk towards the future in this uncertain time without a present”. Proprio la voce cerca di portare vita e movimento laddove le sonorità riflettono questa entropia incombente, perdendosi in lunghi e melodiosi vocalizzi alternati a sussurri conturbanti, risollevandoci anche mentre espone la propria incompiutezza emotiva (Glass soul) o mentre ci parla di orologi bloccati e giorni che scorrono senza lasciarsi vivere: è una sconfitta quella che i PINHDAR mettono in musica, contro i fantasmi di un passato che non ci lascia sperare in un futuro migliore, certificata dalla conclusiva The hour of now che si chiude su uno strumentale vagamente oscuro a cui Mirandoli dà il via con le sue ultime parole, “please let me sleep until the end”.

Parallel è un album che riflette sul presente in maniera intima, restituendoci allo stesso tempo l’immagine di una società che già da prima della pandemia non sapeva trovare vie di sfogo. Possiamo perderci nelle sue melodie delicate, passando da un brano all’altro mentre la voce ci culla in una falsa sicurezza, ma l’inquietudine sintetica che gli arrangiamenti ci tessono intorno finirà per diventare una gabbia. Manca la reazione in questi otto brani, la forza dirompente che cerca di trovare una via d’uscita e, per quanto sia piacevole avvolgerci in questa malinconica coperta sonora, usciremo dall’ascolto con la sensazione di non esserci mossi di un passo, per quanto il viaggio possa essere stato singolarmente piacevole.



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Pubblicato da Ficky

Nel (poco) tempo libero scrivo racconti, guardo film e serie tv, leggo libri, recito in una compagnia teatrale, partecipo a eventi culturali e vado a vedere un sacco di concerti. Ho scritto per anni di musica (Indie-zone, Stordisco, Asapfanzine) e spero di trovare il tempo di farlo ancora per molti anni a venire.

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