Racconto in musica 210: Teschio (Sebadoh – Skull)

Io una volta ho ascoltato i Rancid su Radio Deejay. Più di una volta in realtà, e non escludo che al pomeriggio il dj Nikki li passi ancora adesso, molto probabilmente con la stessa canzone di allora: Time bomb. Erano gli albori della mia formazione musicale, ascoltavo la Rock Hit e, tramite il fascino per le classifiche che tuttora mi contraddistingue (e che forse è il motivo per cui l’algoritmo su Google continua a pensare che mi interessi qualunque lista compilata da Quentin Tarantino anche se non apro MAI quegli articoli), scoprivo generi che ho ascoltato per anni e in parte ascolto tuttora. Ai tempi non capivo l’eccezionalità del passaggio radiofonico di una band punk che normalmente viene tenuta lontana anni luce dall’airplay radiofonico, perché i Rancid non sono mai diventati famosi e rispettabili come Offspring e Green Day, ma se la sono giocata piuttosto nel campionato dei NOFX e dei Bad Religion, band dall’enorme successo internazionale che sulle radio commerciali venivano e vengono tuttora trattate come fenomeni di nicchia. E questa potrebbe essere comodamente un’introduzione su come si stava meglio prima, sul modo in cui il Sistema ci controlla attraverso la musica, su quanta era bella la musica di una volta… e invece a me Time bomb faceva cagare. Non l’ho mai sopportata lungo gli anni in cui veniva ficcata a forza in tutte le playlist delle discoteche rock, e ringrazio i Rancid per aver fatto canzoni molto migliori di quella. Nello stesso periodo in cui i Rancid mi si palesavano alle orecchie in quella che pensavo sarebbe stata la prima e ultima volta nella mia vita, però, c’era anche un’altra canzone che ha sedimentato in un angolino della mia testa, un brano che se non ricordo male arrivò addirittura al primo posto della Rock Hit (Time bomb stazionava stabilmente nelle parti basse nelle poche settimane di presenza) suonato da una band di cui persi le tracce subito: era Natural one dei Folk Implosion, e grazie al ritorno su queste schermate di Alessio Barettini scopro che dietro quella canzone c’era Lou Barlow, protagonista questa settimana coi suoi Sebadoh.

Di Alessio abbiamo raccontato ormai vita e miracoli, visto che di Tremila Battute è una colonna da anni (qui, qui, qui, qui e qui potete trovare i suoi racconti precedenti). Classe 1976, insegnante di Storia e Italiano in un liceo artistico, oltre a vari articoli e racconti online (ultimo questo su Nazione Indiana) ha pubblicato due libri, uno dedicato all’Inventario letterario del mondo di David Bowie (Le Mezzelane, 2024) e l’altro al Consorzio Suonatori Indipendenti, una storia (Arcana, 2025). Appassionato di musica da sempre, Alessio è il collaboratore ideale e non per niente con questo racconto diventa recordman di presenze su Tremila Battute: il guanto di sfida è lanciato, raccoglietelo!

Questo è uno di quei giorni in cui lascio il testimone per la presentazione della band, per cui non vi beccherete una delle mie immense sbrodolate ma sarà Alessio a parlarvi della carriera dei Sebadoh.

“Band seminale del mondo indie-rock, pionieri della bassa fedeltà, i Sebadoh si formano dalle parti di Boston nel 1986 grazie alle intuizioni di tre musicisti, due dei quali costituiranno la formazione base dell’attuale formazione, anche se l’ultimo lavoro in studio risale al lontano 2019.

I due genietti del lo-fi sono Lou Barlow, voce, chitarra, composizione, bassista della prima e dell’ultima ora di un’altra band centrale della scena di Boston, ovvero i Dinosaur Jr. di J Mascis, dai quali Lou si stacca per alcuni anni a causa di forti divergenze con il frontman, e Jason Lowenstein, musicista eclettico, bassista qui ma attivo musicalmente anche altrove.
Come lo stesso Barlow, che ha al suo attivo numerosi progetti: Sentridoh, Folk Implosion e diversi altri lavori solisti rigorosamente lo-fi.

La produzione dei Sebadoh è eclettica anche se non imponente, anche a causa delle varie collaborazioni dei suoi musicisti. I primi album, che risalgono alla fine degli anni ’80 e l’inizio dei ’90 sono ruvidi, con costruzioni musicali brevi e incisive, con incursioni nel punk e nell’hard-core, in anni che li vedono spalleggiare i Firehose dal vivo. Ma la vena creativa di Barlow si espande ancora e già con Bakesale e Harmacy, i due album successivi, usciti nel ’94 e ’96, si trovano molte ballad accompagnate dalla calda voce di Lou, che già si era fatto notare con alcune perle negli album precedenti, canzoni come Brand New Love, Soul & Fire e Let Tomorrow Bee, che restano dei capisaldi della loro intera produzione. L’aspetto lo-fi rimane, pur facendosi più variabile, tendenza alla ricerca, questa, che sarà centrale anche in tutti gli altri lavori di Barlow. La band si scioglie dopo l’uscita di Sebadoh, per poi riunirsi diversi anni più tardi e dare alle stampe altri due lavori negli anni ’10.

Sebbene la band non abbia avuto particolare fortuna qui da noi (qualcuno li conosce soltanto perché un certo Kurt Cobain ha indossato le loro magliette in diverse occasioni), i Sebadoh restano centrali per la scena lo-fi. Le canzoni, alternativamente scritte da Barlow e Lowenstein, parlano spesso di amore, relazioni, ma anche droga, disagio giovanile, e a quest’ultimo proposito vale la pena di recuperare il film Kids, diretto da Larry Clark, vero e proprio cult con Barlow alla colonna sonora a firma Folk Implosion. Il singolo Natural One raggiunse un onorevole 29esimo posto nella classifica Billboard.”

Skull è la settima traccia di Bakesale, una canzone per cui la definizione perfetta è quella di uno dei commenti al video su YouTube: “quando la Sub Pop dominava il mondo e il college rock significava qualcosa”. La ruvida delicatezza della canzone e le immagini evocate dalla voce di Barlow sono state trasformate da Alessio in una storia dai contorni onirici, un breve viaggio nei ricordi che sa di percorso iniziatico. Potete farvi trasportare nella sua atmosfera sospesa subito dopo il brano che l’ha ispirata, e ovviamente è consigliato tenere le note stesse in sottofondo: a me non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero l* artist* accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

Scarica la fanzine di Tremila Battute: numero Zero, numero Uno, numero Due e numero Tre.

Teschio, di Alessio Barettini

Ritornare è sempre lasciare i propri panni odierni ed immettersi in quelli dell’investigatore dell’anima, meglio se appariscenti, così da ingannare i picchi della nostalgia con un trucco da fiera di paese. Camminare lentamente per il luogo reso unico dal tempo e dal destino, osservarne i contorni oggi più sfumati, è come immedesimarsi nel cacciatore pronto a veder apparire dalla polvere il tulpa dimenticato nella luce lunare che tutto livella.

Il passo morbido disegna un arabesco, il centro di controllo fa combaciare il tuo io di ieri con quello di oggi, scoprendo che le sagome non coincidono né coincideranno, che fra le due una fessura ha lasciato entrare muffa e storia. Proprio lì, fra il legno della crescita interiore e il cemento della memoria.

Proseguire nella tua ricerca personale, una volta datane per scontata la naturale contraddizione, è come immettersi nei panni del prestigiatore. Procedere con la tua camminata pura, fingere disinteresse per il dettaglio e quindi fermarsi davanti a esso in tacita resa, guardando dritto negli occhi la paura per accorgersi che coincide con la tua gioia più grande.

Infine, ricordare di pulirsi le scarpe prima di uscire.

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Pubblicato da Ficky

Nel (poco) tempo libero scrivo racconti, guardo film e serie tv, leggo libri, recito in una compagnia teatrale, partecipo a eventi culturali e vado a vedere un sacco di concerti. Ho scritto per anni di musica (Indie-zone, Stordisco, Asapfanzine) e spero di trovare il tempo di farlo ancora per molti anni a venire.

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