Ci sono generi su cui le cose che ho da dire possono stare su un fazzoletto. Forse su tutti i generi le cose che ho da dire potrebbero stare su un fazzoletto, ma se te le cavi con la supercazzola puoi dare l’impressione di saperne di più e boh, vai a capire dove inizia la competenza e dove finisce la sindrome dell’impostore, che da metalmeccanico prestato alla critica musicale il confine mi è sembrato sempre troppo labile per aver voglia di capire dove andrebbe piazzato. Ma sul jazz davvero so poco e niente. Mi affascina e mi respinge al tempo stesso, esplorandolo in alcune sue varianti, dalla chitarra di Django Reinhardt nella prima metà del 900 ad album come The shape of jazz to come di Ornette Coleman, anno 1959, e A love supreme di John Coltrane, anno 1965, cui aggiungere rade frequentazioni con Miles Davis e con le cose pazze mischiate al grind di John Zorn (istigato in questo caso dall’inizio del film Funny games). Quindi se mi trovo a parlare di jazz quelli sono i riferimenti che posso usare, limitanti, limitatissimi, ma oggi sono qui a parlare di un musicista che fa jazz e che è pure incasellabile, almeno per la limitata conoscenza musicale che ho io del genere e della teoria musicale in generale, ma avevo promesso quasi un anno fa che avrei scritto un racconto su una canzone di Manlio Maresca e le promesse vanno mantenute, soprattutto quando le fai con sincera convinzione.
Classe 1977, Maresca (di cui potete ascoltare qualcosa qui, tanto per farvi un’idea della sua musica mentre io provo a spiegarla male) era un nome che era passato attraverso le mie orecchie anche prima di conoscerlo personalmente ma vai a capire quando, come, perché e se per caso legato ad altri folli della scena sperimentale romana come i Vonneumann. Sta di fatto che era un nome, appunto, non una musica, e la musica che mi sono trovato di fronte vedendolo esibirsi alla libreria El Topo di Roma (che vi consiglio caldamente di frequentare) è incatalogabile. Performance solista chitarristico/elettronica fondata su glitch e presumo sul fare esattamente quello che non ti aspetti quando non te lo aspetti, che è quello che ho poi scoperto essere più o meno il sunto dell’ultimo disco L’importanza inderogabile del mio rendez-vous (Record Y, 2023), è entrato di diritto nella top 5 dei concerti più strani della mia vita assieme a Xavier Iriondo che pesta le corde della chitarra con un batticarne mentre guarda con occhi a palla il pubblico, un tizio di cui purtroppo non so come recuperare il nome in un centro sociale nell’hinterland milanese che faceva musica elettronica in passamontagna con effetti e registratori a cassetta (e che a un certo punto è sceso anche a pogare fra il pubblico), il chitarrista himalaiano Tashi Dorji che spippola le corde per mezz’ora in apertura ai Godspeed You! Black Emperor e gli indonesiani Senyawa che fanno sperimentazione vocale su base di strumenti autocostruiti (e rimangono fuori le Hyper Gal, per dire). Maresca non è però solo questo, ma un jazzista dal curriculum lungo così (non aggiornato) che ha fondato un botto di progetti (con gli Andymusic ha esordito accompagnando Remo Remotti), esplorato a ogni disco approcci diversi, si è trasferito a Berlino per qualche anno e vai a capire se l’amore per l’elettronica strana gli è nato lì o se era qualcosa che sarebbe successo comunque perché in qualche direzione nuova la sua musica doveva andare. E io per descrivervela quella musica dovrei utilizzare i pochi ascolti del genere che ho, Ornette Coleman nello scambio fra fiati nei due dischi coi Manual For Errors (Hardcore chamber music del 2016, pubblicato da Jazz Engine, e Noisy games del 2020, pubblicato da Auand), Django come nume tutelare della sua fantasia chitarristica in Heavydance, l’album con gli Andymusic del 2014 (sempre Auand), ma che ci provo a fare che già Coleman usava due sax e non un sax e una tromba? E tutta la produzione musicale precedente, coi Neo e gli Squartet? Facciamo che fate voi, mi fido, una canzone la trovate qua sotto e il link per altre ce li avete: fatelo per me e anche per lui, che fra l’altro è una gran bella persona.
A volte la vita è brutta ma poi arriva sempre il momento peggiore è l’ultima traccia di Noisy games, sei minuti e mezzo di andamento mutevole, corse e rallentamenti, zoppichii e false incertezze che, se vogliamo appioppare una metafora che ben calza con il titolo della canzone, esemplificano perfettamente le difficoltà crescenti con cui ci troviamo ad avere a che fare nella vita… però con un gusto ironico e scoppiettante, che ti porta a sorridere anche quando sei nella merda fino al collo. Nel racconto che mi ha ispirato la canzone due persone parlano al bancone del bar, e una delle due non è messa benissimo: come ben esemplificato dalla famosa legge di Murphy però le cose possono anche andare peggio, e per scoprire come non vi resta che andare un po’ più in basso, subito dopo il link alla canzone e i miei auguri di buon ascolto e buona lettura.
Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero l* artist* accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).
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I tre giorni del cazzo
«…così inizio a tagliarle a metà, con le tenaglie, col capo che già mi guarda male perché lui diceva che me lo aveva detto che erano troppo grosse per entrare dove dovevano entrare, e cerco di fare in fretta mica che poi trova un altro motivo per darmi contro e non rinnovarmi il contratto. E indovina un po’?»
«Cosa?»
«Figa ti ho detto indovina, fai uno sforzo almeno».
«Boh. Ti ha detto che non andavano tagliate e che hai fatto di testa tua?»
«È venuto fuori che c’era una direzione in cui tagliarle. Che avevano un senso, e io mica ho guardato. Le ho mandate avanti, le hanno levigate e solo dopo si sono accorti che metà erano da buttare, e non avevamo neanche il materiale per rifarle».
Fa una pausa, beve un sorso di birra.
«E poi?»
«E poi?»
«Eh, e poi».
«E cosa vuoi che è successo? Ero lì da meno di un mese, l’ultima ruota del carro, e da ieri sul carro neanche ci sto più. Mi hanno contestato anche la perdita di tempo di chi le ha levigate, che però un’occhiata poteva darcela pure lui».
«Ma figa».
«E questo era due giorni fa. Non mi ha detto niente nessuno per il giorno dopo, così alla mattina timbro e tutto, poi dieci minuti neanche che ho iniziato arrivano e mi dicono che il contratto non è stato rinnovato, che c’è stato un problema di comunicazione fra me l’azienda e l’agenzia e blablabla e mi rimandano a casa. E indovina un po’?»
«Eeeeee cos’è un quiz? Cosa vuoi che ne so, t’è andata a fuoco la casa?»
«Magari. Doveva essere vuota, e invece quando entro sento dei rumori».
«C’hai trovato i ladri?»
«Ora ti sei preso bene col quiz eh? No, i rumori arrivavano dalla camera da letto. Risatine, sospiri, tutto quel campionario lì».
«Cristo».
«Già». Beve un sorso di birra. «Che poi erano sei mesi che scopavamo, ma sono comunque sei mesi buttati nel cesso. La sua roba invece l’ho buttata dalla finestra, dovevi esserci. Proprio quelle scene da film, secondo me qualcuno ha anche filmato e mi trovi sui social».
«Beh se l’è meritato». Avvicina il bicchiere per un brindisi. «Ora capisco perché c’avevi voglia di bere».
«Eh no». Scuote la testa. «Questo era ieri, e io ti ho chiamato oggi».
«E cosa è successo d’altro?»
«Sono andato dal dottore, ha detto che voleva vedermi». Indica con un cenno della testa il bicchiere. «Quella birra è analcolica».
«Noooooooo».
«Eh sì». Beve un sorso di birra. «Sono incinto».
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