Qualche anno fa ho scritto un articolo in cui evidenziavo le caratteristiche di tre film horror, auspicando che fossero prese ad esempio per trovare nuovi modi di fare paura. In quel trittico figurava It follows, fra i primi esempi di quello che nei casi migliori possiamo chiamare “elevated horror” (al netto delle lamentele di chi pensa non ci sia niente da elevare) e nei casi peggiori “film in cui il mostro/la vicenda è una metafora gigante con qualche spavento attorno”, e nello stesso 2014 in cui usciva la pellicola del non più così fortunato David Robert Mitchell anche un altro film si era fatto notare parecchio: The babadook. Diretto dall’australiana Jennifer Kent (cui il buon successo di pubblico e critica non sono bastati a farsi distribuire in Italia il successivo The nightingale, ma hanno convinto Guillermo Del Toro ad affidarle la direzione di un episodio del suo Cabinet of curiosites),The babadook ha il pregio di costruire un’atmosfera inquietante partendo dal mondo delle favole per bambini, terreno non nuovo ma trasposto in maniera originale all’interno di un film che avrebbe potuto accontentarsi di portare avanti le sue tematiche elevate (il lutto, le difficoltà e le pulsioni di una madre single e quelle di un bambino che non ha mai conosciuto la figura paterna) senza costruirci sapientemente la tensione attorno. Il film mi è tornato in mente (e me lo sono rivisto giusto qualche giorno fa) dopo aver ascoltato BOHÈME, il nuovo disco di Kety Fusco uscito per A Tree In A Field Records il 19 settembre, che alla sua maniera riesce a ricreare in musica atmosfere simili.

Arpista e compositrice di fama internazionale, Fusco ha intuito il potenziale che il suo strumento poteva avere anche in territori inusuali: da qui nasce il connubio con un’elettronica ombrosa, coadiuvata da percussioni scarne e piccoli ma preziosi accorgimenti sonori (fate caso ai respiri trattenuti che puntellano gli stop and go di BLOW), su cui la sua arpa apre squarci di luce che rendono il tutto la perfetta colonna sonora per favole nere (o per le originali versioni di molte favole che conosciamo, in cui le scarpette di vetro prevedono amputazioni per chi prova ad indossarle senza averne la legittimità). Arriva presto anche il babau, incarnato dal vocione cavernoso della guest star Iggy Pop (uno che, dopo i Leatherette, dimostra di avere l’occhio lungo sul mondo della musica indipendente italiana) che in SHE pronuncia reiteratamente la stessa frase, accompagnato da un motivetto simil-Goblin su cui l’arpa spande luce senza dissipare completamente le tenebre. naima prima e Resistance poi trovano ognuna il proprio modo di mantenere intatta questa atmosfera onirica fra scricchiolii, tappeti di synth usati con parsimonia e, ovviamente, le corde dell’arpa, fulcro di una sperimentazione sonora mai fine a sé stessa, neanche quando Fusco la porta sott’acqua per registrare la breve traccia d’apertura Hi, this is Harp.
Karma e Nocturne abbandonano parzialmente la tessitura sonora fin lì esplorata, mantenendo un’atmosfera soffusa ma ammantandosi di suggestioni orientali non solo grazie al sitar che compare nella prima (suonato da Nicolas Rabeus, compositore di colonne sonore che coproduce il disco), prima che sia un’azzeccatissima Ninna nanna a chiudere il cerchio riportando la musica nel pieno territorio del sogno (su cui si appoggiano i delicati vocalizzi della madre dell’artista), questa volta privo di ombre. Non è però così che si conclude il disco, bensì con Für Therese, rivisitazione della celebre Per Elisa beethoveniana che cerca di dare voce a Therese, allieva del compositore cui pare fosse inizialmente dedicata. In questo brano Fusco porta ai limiti più estremi la commistione fra arpa e processazione elettronica, arrivando in alcuni punti a coniugare musica classica e dubstep senza che questo appaia eccessivo: la buona riuscita dell’esperimento non toglie però la sensazione che la canzone stoni con l’atmosfera generale del disco, e che rappresenti, pur con ottime intenzioni, un sentito omaggio più che qualcosa che sia stato concepito insieme al resto dell’album.
BOHÈME è un disco che migliora ascolto dopo ascolto, capace di svelare lentamente tutte le finezze di cui è disseminato pur nella semplicità della confezione. Non servono in fondo molti elementi per creare un buon album, ma la capacità di saperli usare: alla terza prova discografica Fusco dimostra grande maturità e una visione personale, creando un’opera che non è per tutt* ma ha le caratteristiche adatte ad affascinare molt*,
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