Racconto in musica 190: Fuori tutto UniNeuro (Post Nebbia – Freni inibitori)

I miei genitori non si sono mai concessi vacanze, al massimo gite. Le mie estati fino a vent’anni le ho passate in parte sulle sponde del Ticino (“vicino a San Martino”, come canta il mio conterraneo Bugo) e in parte girando in motorino per la desolazione padana, ma frammenti dell’Italia mi sono passati davanti agli occhi in altre occasioni: visite in giornata a Crodo e Bognanco che mi fanno chiedere, a più di trent’anni di distanza, quale fascinazione avessero i miei per le acque minerali (delle terme non abbiamo mai usufruito, e penso di non aver mai visto nemmeno IL MURO DEL DIAVOLO a Crodo), più le mete spirituali come il Santuario di Oropa e, allargandosi al Veneto da cui arrivava mio padre, Padova. Padova che avrà sicuramente i suoi lati interessanti, gli angoli caratteristici, ma che per me è stata sempre e solo la Basilica di Sant’Antonio. Ho visto solo quella, ricordo frammenti solo di quella: la città è un corollario che non si è impresso nella mia mente, attraversata di fretta o forse dimenticata dal me stesso di allora che probabilmente preferiva essere al Ticino piuttosto che lì, e che ha influenzato il me stesso di oggi che, quando va a visitare una famosa cattedrale, si guarda in giro pensando “ok, un’altra chiesa”. Che vita grama, direte voi, ma c’è di peggio. Che cazzo ce ne frega delle tue vacanze da piccolo, obietterete anche, ma vi spiego subito il collegamento: nella mia testa, oltre alla Basilica, Padova si sta ormai stabilmente associando a furia di ascolti ai Post Nebbia.

Nella mia desolata provincia novarese i primi passi per imparare a suonare decentemente uno strumento li ho fatto prendendo lezioni di chitarra dai Cantori del paese da appena maggiorenne: Carlo Corbellini, deus ex machina dei Post Nebbia, alla musica si è approcciato fin dai dieci anni in una scuola di musica parrocchiale, lasciata a quattordici anni per cominciare già a sperimentare in proprio ma non prima di aver conosciuto Niccolò Bosio, Andrea Cadel e Riccardo Chillin, rispettivamente tastierista, bassista e batterista di quelli che di lì a qualche anno saranno i Post Nebbia. Il frutto degli esperimenti di home recording di Corbellini e dell’amalgama successiva coi compari verrà alla luce nel 2018, anno in cui i membri della band chi più che meno sono appena maggiorenni (alla stessa età io imparavo orgogliosamente a furia di bestemmie il barré, deludendo sia Sant’Antonio da Padova che il locale Beato Pacifico da Cerano): Prima stagione è un’autoproduzione che frulla testi di contorta introspezione a una musica che può essere riassunta, facendole un torto, nella formula psych pop; echi dei Tame Impala mai negati che si mischiano a una certa plastificazione ottantiana nostrana e ad inserti di funk, voci fuori campo e tante altre cose che si sposano efficacemente, restituendo l’immagine di una band che non stona in un panorama dove Tommaso Paradiso sta cercando di trasformarsi in Umberto Tozzi ma che ha qualcosa di più profondo da dire rispetto. La Tempesta e Dischi Sotterranei non per niente si interessano a loro, pubblicando insieme il successivo Canale paesaggi (2020), un disco che arriva dopo un lockdown autoimposto di Corbellini per scrivere i brani (il cantante e chitarrista della band è autore sia dei testi che della muisca, come spiega in questa intervista dove usa la metafora della “dittatura nazista” per spiegare che si fanno solo le sue cose, anche se lo stare insieme e lo sviluppo in studio delle idee influenza per forza di cose la sua scrittura) e uno imposto successivamente dal Covid, prove alle quali per fortuna il leader dei Post Nebbia sopravvive: il secondo disco della band gira intorno al mondo televisivo, quello dei tg regionali e delle pubblicità di auto il cui possesso dovrebbe regalarti la felicità, dicendolo con le loro parole “esplora l’esperienza emotiva e sensoriale dello spettatore televisivo, prendendo ispirazione dal flusso commerciale della televisione regionale, da alcuni scritti di David Foster Wallace e dalla nuova comicità americana dell’assurdo” e lo fa affinando ancora di più la penna di Corbellini e rendendo ancora più caleidoscopico il mondo sonoro che fa da quadro alle Televendite di quadri e alle altre storture indagate dal quartetto, non mancando di coinvolgere il concetto di bolla (“sto scegliendo i miei mezzi di informazione per confermare quello che so già” cantano in La mia bolla) e l’iperpervasività dell’ironia che pure loro stessi utilizzano (“con tutta questa ironia non capisco più cosa vuoi comunicarmi”, Vietnam).

Dischi sotterranei resta al fianco della band, che nel frattempo continua a farsi un nome girando tutta la penisola e partecipando a festival come il MiAmi, anche per il successivo Entropia Padrepio (2022), anticipato l’anno precedente dalla “hit estiva” Veneto d’estate che con Nico LaOnda rilegge ironicamente la canzone del duo Fabi-Gazzé. Il terzo disco dei Post Nebbia si sposta dal mondo televisivo a quello religioso, vorticandoci intorno a tutto tondo ed operando una sintesi fra l’assurdità della fede e il bisogno di credere: il mio primo timido approccio con la band è iniziato con questo disco, complice Matteo Bordone e questa puntata del suo podcast Tienimi Bordone (potete ascoltarla solo se siete abbonat* a Il Post, sorry), e riascoltato a nastro nelle ultime settimane non perde niente della sua carica, della profondità dei suoi testi e della musica, che si fa più weird piazzando bordate di synth nei punti giusti e piccoli dettagli qua e là che sembrano meravigliosamente fuori posto, allegria nell’inquietudine o inquietudine nell’allegria. Fra la morbidezza di Viale Santissima Trinità in cui pullman di calabresi arrivano in città perché “qualcuno ha visto Gesù dentro al parcheggio della pizzeria” e le asperità tenebrose di Voce fuori campo (“Sarò uno schiavo, un soldato, un burattino di legno/ Di un’entità che si rifiuta di mostrarsi a me” è una frase esplicativa di quanto Corbellini esplori attentamente tutto l’ambito che riguarda la fuga delle persone da sé stesse) trova spazio anche il citazionismo ermetico di un capolavoro come Neon Genesis Evangelion in Oltre la soglia, brano che chiude un album che nel “Padrepio” scritto tutto attaccato del titolo “controbilancia con leggerezza un disco che non è affatto leggero”, come racconta lo stesso Corbellini in un’intervista per La Repubblica. Prodotto da Fight Pausa dei 72-Hour Post Fight (che qui apprezziamo molto), Entropia Padrepio vede anche un cambio di formazione all’interno della band, con l’uscita di Chillin e Bosio e l’ingresso al loro posto di Giovanni Dodini alla batteria e Giulio Patarnello alle tastiere.

Nell’intervista linkata più in alto Corbellini ha modo di parlare di Momentum dei Calibro 35 (altra band che qui apprezziamo molto), disco che lo affascina molto perché “loro hanno rinunciato a definire un concept narrativo come avevano fatto in altri dischi in cui c’è una direzione precisa. Vorrei riuscire a fare qualcosa così”: uscito da poche settimane, Pista nera è forse il disco dei Post Nebbia che più si avvicina a questa libertà di spaziare. Più diretto e coeso rispetto ai dischi precedenti, l’ultimo lavoro della band è anche il meno ironico: scritto tenendo conto della resa sul palco, come afferma Corbellini in quest’altra intervista (quanti link oggi!), Pista nera è pervaso da un forte senso di pessimismo dovuto parzialmente al fatto che, utilizzando le sue stesse parole “il mio ideale di vita felice sembra legato a un’epoca che si è deteriorata, che non esiste più”. L’entropia del disco precedente comincia a mangiarsi tutto, a partire da Non lo so (“Io non lo so/ so solo che/ non rimarrà/ nulla di noi” recita Corbellini mentre sotto la sua voce il ritmo ti invoglia a danzare sul disastro) per arrivare alla solare e scanzonata Piramide, in cui l’arrivismo odierno viene espresso perfettamente nella frase “vedo i tuoi occhi scintillare/ mentre ti aggrappi con le mani/ alla catena alimentare”. Disilluso ma tutt’altro che arreso, nonostante quella disillusione abbia toccato profondamente Corbellini, l’ultimo disco in ordine cronologico dei Post Nebbia è un altro centro e la band lo sta già portando in giro in Italia e in Europa: da Milano passeranno a fine gennaio ai Magazzini Generali e io sono pronto a farmi come regali di Natale il biglietto per il loro live.

Freni inibitori è l’ottava traccia di Entropia Padrepio e una delle canzoni che ho ascoltato più ossessivamente in questo 2024: attraverso immagini di rara efficacia Corbellini restituisce nel testo tutta l’assurdità e la drammaticità della situazione di chi vorrebbe buttarsi e non riesce a farlo, con frasi come “cazzo ho dimenticato le chiavi/ qualcuno venga a rubare il timore da me” o “dammi la forza di pensare poco/ senza paura di farmi del male”, il tutto su una canzone che mescola leggiadria e tinte noir. Nel racconto che mi ha ispirato una sorta di venditore interiore cerca di svendere aggratis tutte queste catene, e visto che siamo quasi a Natale ed è ormai tradizione dedicare un racconto alla festa consumistica per eccellenza chi poteva mai essere l’acquirente? Scopritelo più in basso e ricordatevi che, in tempi in cui anche uno scrittore che ha vinto il Premio Strega viene sottoposto a TSO, la salute mentale è un tema su cui scherzare solo nel mondo della finzione: buon ascolto, buona lettura e buona nascita di Gesù.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero l* artist* accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

Scarica il numero Zero, il numero Uno e il numero Due della fanzine di Tremila Battute!

Fuori tutto UniNeuro

Venga venga, si accomodi! Mi fa piacere che sia riuscito a venire, so quant’è occupato in questo periodo. Pure per noi è un periodo difficile, sa? Eh, i ricordi felici… Chi li ha mai visti? Noi qui solo traumi a lenta macerazione ma si sa, le emozioni invecchiate sono più preziose.

Ma si figuri, mica è un modo di trattare sul prezzo! Le pare? Noi che facciamo una cosa del genere, a lei poi? Qui siamo alla frutta le dico, alla frutta! Non è mica una svendita, noi regaliamo tutto! Guardi qui e mi dica se non è un’occasione da portarsi via subito: freni inibitori oliati regolarmente. Il bambino vuole buttarsi dal balcone? Vuole iscriversi a calcio, con tutto il fango sui vestiti che comporta? Ma blocchiamolo subito, poi vediamo se si riesce a sbloccarglieli più avanti!

Qui abbiamo un po’ di sacro timore reverenziale, e se non lo sa lei quanto tira il sacro in questo periodo. È il tipo di cose che serve oggi per i bambini cattivi, il carbone ormai è obsoleto! Anche per una questione ambientale, lei che va in giro con le renne da una vita dovrebbe essere abbastanza sensibile all’argomento.

Questo blocco nero? Mah guardi, se sa a chi portarlo può anche essere utile, ma va maneggiato con attenzione. Rancore purissimo, covato per anni e mai rilasciato. Eh sì, ce n’è in abbondanza in quelle macchine schifose, ma di questa qualità è ben raro trovarne. Nel bambino giusto può anche funzionare da calmante: uno lo attiva, si fa le sue fantasie di vendetta e poi zac! Un bel complesso di inferiorità e tutto si ferma lì. A quanto lo faccio? Ma gliel’ho già detto che buttiamo via tutto!

Abbiamo il magazzino pieno di buone dosi di cautela, metta che vuole tenere un po’ a freno i manager del futuro… sì li vogliono spietati, poi quando però l’assicurazione medica non paga fanno il tifo per chi gli spara. Che mondo eh? Eh certo, oh oh oh, ridiamoci sopra e speriamo nel futuro. Ah, abbiamo anche questa bella zavorra per il cuore: se lo si nasconde abbastanza in basso come si fa a spezzarlo?

Il giro l’abbiamo finito, come vede non ci è rimasto molto: quando vivi di poche emozioni quelle finiscono per mangiarsi tutto. Davvero le interessa quello? Tutto intero? Ma è perfetto! Le faccio anche un bel pacchetto regalo! Solo… vede… c’è una piccola clausola. No ma si figuri, mica deve pagare niente! Per chi mi ha preso? È che abbiamo tutta questa paura di farci del male, in abbondanza, e pensavamo a tutti quei poveri masochisti in erba che potremmo salvare con le nostre scorte. A lei quanta ce ne starebbe in slitta? Mmm… facciamo un pochino di più? Le diamo anche una mano col trasporto, dai.

Ooooooh, lo sapevo che si poteva trovare un accordo! Tutti felici, lei ha i suoi regali per bambini buoni e cattivi e noi siamo un po’ più scarichi. E a Natale lo sa che facciamo per festeggiare? Un bel doppio carpiato dentro al tritacarne, non vediamo l’ora di iniziare così la giornata! Ma si figuri, grazie a lei! E a non rivederci!

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Pubblicato da Ficky

Nel (poco) tempo libero scrivo racconti, guardo film e serie tv, leggo libri, recito in una compagnia teatrale, partecipo a eventi culturali e vado a vedere un sacco di concerti. Ho scritto per anni di musica (Indie-zone, Stordisco, Asapfanzine) e spero di trovare il tempo di farlo ancora per molti anni a venire.

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