Vi ricordate di André 3000? A inizi anni duemila (lo so, sembra un gioco di parole) con il suo compare Big Boi andava fortissimo e gli Outkast sembravano lanciati verso una luminosa carriera… Schiantatasi praticamente subito, ma altamente remunerativa, perché tutt* ricordiamo almeno Hey ya!. Dopo lo scioglimento del duo tutt* si aspettavano una carriera solista, tutt* attendevano un disco, poi gli anni hanno cominciato a essere troppi e la gente ha cominciato a dimenticarsi di André 3000 almeno fino a quando, inaspettatamente, quell’album è arrivato. Solo che non era quello che la gente si aspettava da lui.
Questa storia l’ho scoperta tramite questa puntata del podcast Tienimi Bordone di Matteo Bordone (che è solo per gli abbonati de Il Post, ma se siete fra i primi dieci a cliccare sul link dovreste riuscire ad ascoltarla), in cui il giornalista e conduttore radiofonico parla anche dell’improbabile “drumless edition” di Random access memories dei Daft Punk, e all’inizio mi sono messo a ridere. Una grande promessa/realtà dell’hip hop che si mette a fare un disco ambient con inserti di flauti? Davvero? Pure lui deve essersi fatto la domanda, visto che la prima traccia di New blue sun si intitola I swear, I Really Wanted To Make A “Rap” Album But This Is Literally The Way The Wind Blew Me This Time ma, appunto, è quello che gli passava per la testa e il problema nasce dal fatto che noi lo ignoravamo: pensavamo che il signor André Lauren Benjamin fosse uno che faceva solo un certo tipo di musica, e invece in quei diciassette anni di silenzio è cambiato.
Ma come cavolo sono finito a parlare di hip hop da CLASSIFICA in un blog di musica indipendente? E che c’entra con Lili Refrain, musicista sperimentale di Roma? Ve lo spiego un po’ più in basso, subito dopo avervi presentato l’autore del racconto della settimana Gabriele Bitossi.
Viene dal fumetto Gabriele, nato a Cecina nel 1996. Nel 2021 si è infatti diplomato in Sceneggiatura alla Scuola Internazionale di Comics, e negli anni ha collaborato e tuttora collabora con numerose realtà come Spaghetti Comics, Kleiner Flug, Coltello Comics, Future Fiction e Radici. Appassionato di scrittura a tutto tondo, ha frequentato anche corsi di scrittura tenuti da Vanni Santoni e Graziano Gala e a ottobre di quest’anno si è laureato in Italianistica a Pisa con una tesi sul rapporto tra letteratura italiana e droga. Fra i molti suoi progetti che potete trovare con una rapida ricerca online noi vi segnaliamo in particolare Oltre la collina, reinterpretazione a fumetti dell’Antologia di Spoon River di Edgar Lee Masters che Gabriele ha scritto e curato col supporto del collettivo Misticanza.
Con Lili Refrain non si arriva certo agli estremi toccati da André 3000, ma chiunque ascoltasse il suo omonimo esordio del 2007 e ascoltasse poi Mana, il disco edito nel 2022 sotto Subsound Records, si ritroverebbe catapultat* in scenari completamente diversi uniti dalla voglia di sperimentare che contraddistingue tutta la carriera della musicista romana. La chitarra è sicuramente l’elemento portante della gran parte della sua carriera, lo strumento con cui crea strutture di loop affascinanti e oscure che pescano dal metal, dal blues, dalla psichedelia, dal folk e dall’ambient, un mix difficile da descrivere a cui si aggiunge l’elemento vocale. Refrain sperimenta a tutto tondo e anche la voce diventa uno strumento nelle sue composizioni, un cantato che non ha parole intellegibili e che diventa sempre più presente e importante lungo la sua carriera. Il secondo album 9 esce nel 2009 per le etichette Trips Und Traume e Three Legged Cat ed espande ulteriormente questo cosmo, ma è a mio umile parere Kawax (2013), il primo disco per Subsound Records, a segnare un punto di svolta. Le atmosfere delle canzoni di Refrain si fanno più dilatate, esoteriche, la voce crea melodie che portano in un mondo magico allo stesso tempo affascinante ed inquietante e alla cui malia ci si abbandona sognanti. Al disco collaborano vari musicisti come Nicola Manzan, Valerio Diamanti dei Dispo e Inferno Sci-Fi Grind’n’Roll e Roberto Cippitelli dei Juggernaut (band quest’ultima che a Tremila Battute conosciamo bene), e per sette anni rimane l’ultima opera della musicista, che nel frattempo collabora ad altri progetti e continua a portare in giro la sua musica in Italia e in Europa, mantenendo la struttura della one woman band e unendo alla capacità di gestire più strumenti contemporaneamente (attualmente utilizza tre diverse loop station, come afferma fra le altre cose in questa interessante intervista) performance piene di pathos (a cui ahimè non sono ancora riuscito ad assistere), con l’apoteosi del concerto tenuto nel 2020 di fronte alla piramide che sorge al centro del Labirinto della Masone (di cui vi avevo accennato qualcosa qui).
Proprio il 2020 vede la fine del lungo silenzio, interrotto dall’uscita di Ulu. Il disco contiene una sola traccia di ventidue minuti divisa in tre “movimenti” (Gula, Terra 2.0 e Mul, ognuno contraddistinto da una propria atmosfera ma sapientemente amalgamato con gli altri), registrata in presa diretta al 16th Cellar Studio di Roma, un ritorno fuori dagli schemi che esplicita ancora una volta la libertà compositiva dell’artista (i cui brani, per sottolinearne la componente evocativa, sono stati usati da vari registi come colonne sonore di film, documentari e spettacoli teatrali) e la sua capacità di seguire la corrente ovunque la porti. Si arriva così a Mana, un disco in cui la chitarra viene oscurata dai synth, un cambio radicale che spariglia le carte in tavola ma sembra assolutamente naturale se si è seguito tutto il percorso: nel disco Refrain suona un numero imbarazzante di strumenti (imbarazzante per me che so suonare solo la chitarra, e male), dal gong all’air conditioner metal tube (?), passando anche per strumenti esotici come il taiko, un tamburo tipico giapponese. La musicista continua a mietere consensi ovunque (basti dire che nel 2022 si è esibita sul palco dell’Hellfest in Francia di fronte a 85000 persone), è da poco tornata da un tour di dodici date nel Regno Unito (con una tappa pure a Dublino) al fianco dei Death Cult, giunto dopo due tour fra Europa e UK che l’hanno vista accompagnarsi per mesi agli Heilung prima e ai Cult poi: io aspetto invece che ritorni nel milanese per non perpetrare l’errore di perdermi un suo spettacolo dal vivo.
666 Burns è la settima traccia di Kawax, un’incedere sempre più oscuro comandato da un arpeggio ipnotico che resta sempre in sottofondo a dettare il ritmo, anche nel momento in cui distorsioni apocalittiche schiantano le orecchie verso l’inferno che il titolo promette. Il ritmo e l’atmosfera della canzone sono parsi a me e a Gabriele ideali per un racconto che si svolge lungo più serate di Halloween, coinvolgendo tre personaggi le cui interazioni sono avvolte da un mistero insondabile e sempre più torbido. Trovate il racconto subito dopo il brano che lo ha ispirato, più in basso: a me non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.
Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).
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Halloween, di Gabriele Bitossi
Per Halloween ci piace travestirci da mostri perché possiamo mostrarci per quello che siamo, senza compromessi. Festeggiamo in locali addobbati per l’occasione e balliamo, ognuno con le proprie storture, con le proprie mostruosità, e ridiamo, ridiamo, ridiamo, fino a mattina. Siamo felici perché una volta all’anno possiamo vederci per quello che siamo.
Meditiamo sul futuro tra zucche incise e scheletri deformi. Proprio un anno fa F. è entrata in tesi e, durante una delle nostre solite feste, ci ha confessato di voler uccidere il suo relatore. L. aveva in mano una falce perché era vestita da Morte e l’accostamento con quanto detto da F. ci fece ridere, forse troppo. Io ero truccato come uno zombie, ma non trovavo nessi con la situazione.
La festa di quest’anno si svolge all’interno di un locale sulla spiaggia, il mare è in tempesta e non potrebbe essere più coerente. F. è in lacrime, piange perché il relatore, quella stessa mattina, è stato trovato morto: le cause del decesso sono ignote. Proviamo a calmarla, le facciamo bere qualcosa e fortunatamente si riprende. Dopo pochi minuti è già sopra un tavolo, indiavolata.
L. si avvicina e mi sussurra che è stata lei a ucciderlo. Perché sì, risponde al mio sguardo sbalordito. Brandisce ancora la sua falce e mentre continua a guardarmi cammina all’indietro, verso la folla. A me, povero zombie, non rimane altro che conquistarmi un angolino e ballare, da solo.
Dopo un po’ F. ritorna da me, lo sguardo pieno d’odio. Dice di avercela con quella troia di P. per aver sfiorato R., nonostante questi abbia ballato tutta la sera con lei. Come cazzo si permette, esplode. Alle sue spalle compare L., ascolta affascinata la nostra conversazione. Io mi tappo le orecchie e cerco un altro rifugio ma queste due mi seguono ovunque vada. F. con la sua logorrea, L. col suo silenzio.
Chiudo gli occhi, mi concentro solo sulla musica e immagino la festa dell’anno prossimo. Posso già ascoltare la voce di L. che mi confesserà di aver ucciso R., mentre F. ballerà sfrenata dopo essersi ripresa dalla crisi, in cerca di altre lacrime.
Li riapro e vedo L. che mi fissa e sorride, già pronta per il prossimo Halloween.
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2 pensieri riguardo “Racconto in musica 157: Halloween (Lili Refrain – 666 burns)”