Sul lavoro durante le ore mattutine sono solito ascoltare una radio che si vanta del fatto che “comincia tutto lì”. La musica che passano non rientra al 90% nei miei canoni (stima molto generosa), ma sul lavoro ho bisogno di gente che parla e mi tenga sveglio (il mio lavoro è spesso ripetitivo) e la radio in questione tende a privilegiare, almeno fra dieci e le dodici, le chiacchiere ai brani musicali. Ok, ascolto Deejay Chiama Italia, e mi piace nonostante sia spesso in disaccordo con quello che pensano Linus e Nicola Savino. Mi dà soprattutto fastidio, e lo so che sono un cagacazzo, quel vantarsi che “comincia tutto lì”: da un paio di settimane ad esempio passa un nuovo brano di Birthh, che avevamo omaggiato di un racconto qui, e al di là della gioia di vedere un’artista che ho seguito fin dal primo disco passare su una radio a diffusione nazionale ammetto di temere il momento in cui i due speaker si attesteranno la scoperta (che non è neanche nostra, sia ben chiaro: i complimenti vanno fatti all’etichetta We were never being boring). Lo temo perché l’ho visto già fare, proprio in questi ultimi mesi, vantandosi di aver passato prima di tutti gli altri il brano Mercy di The Blessed Madonna. Davvero? Vantarsi di aver passato nel 2023 il brano di una dj che fa musica dalla fine degli anni 90? Eh sì, comincia proprio tutto lì.
Ma perché mi sono ficcato in sta diatriba? Perché The Blessed Madonna non è il primo moniker adottato da Marea Stamper, che prima si faceva chiamare The Black Madonna e ha deciso di modificarlo per rispetto verso parte della comunità nera che trovava offensivo il fatto che una donna bianca adottasse quel nome. Questo dettaglio la accomuna alla band di questa settimana, la Gilla Band, che per “evitare di propagandare una cultura di non inclusività” ha deciso che l’iniziale Girl Band si adattasse male a un gruppo composto da quattro uomini: mentre voi ragionate sulla scelta (magari evitando il “non si può più dire niente”, ricordatevi che lo affermano anche Pio e Amedeo: piuttosto è interessante questo punto di vista che chiama in causa anche Steve Albini) io passo a presentarvi Lorenzo Santangeli, che ci ha donato il suo racconto.
Sarebbe meglio dire ripresentarvi, perché Lorenzo è già stato ospite di queste schermate poco meno di un anno fa. Giramondo che ha abitato a Vienna, Dortmund, Lione, Kyoto (avendo da poco visitato il Giappone quanto lo invidio per questo) e a Londra, da poco è ritornato in Italia e precisamente a Roma: non ha smesso invece di scrivere, soprattutto racconti che gli sono stati pubblicati da Sulla quarta corda, Sigari e Playboy.com, mentre il testo in inglese On a sad disease è finito nella short list del Bath Flash Fiction Award. Lui forse non lo sa, ma c’è un romanzo Harmony che lo vede protagonista: se volete aiutarlo a diventare un playboy milionario come il personaggio principale andate a comprare tutti il suo di libro, Kernel, edito dalle edizioni Ensemble, se invece volete solo renderlo felice andate a curiosare su questo profilo Anobii.
Come già capitato per Eiko Ishibashi anche in questo caso Lorenzo si è preso la briga di introdurre la band, per cui faccio silenzio e gli lascio la parola.
“La Girl/Gilla Band, da leggere con la g dura, è un gruppo di quattro irlandesi, Dara Kiely alla voce, Adam Faulkner alla batteria, Alan Duggan alla chitarra elettrica e Daniel Fox al basso. Nel 2012 fanno uscire il loro primo Ep e nel 2014 si fanno notare con la canzone Lawman. Il disco d’esordio, dal titolo Holding Hands With Jamie, è uscito nel 2015, a cui è seguito un periodo di circa quattro anni di silenzio causato più o meno completamente da problemi personali del cantante. C’era già chi credeva che il gruppo fosse estinto, ma nel 2019 sono tornati con The Talkies e durante la pandemia hanno scritto e registrato Most Normal, il loro ultimo lavoro uscito nel 2022.
I pregi di questo gruppo sono molteplici. Prima di tutto, la loro musica ha stile. La formazione sulla carta è quella trita e ritrita di qualsiasi vecchio gruppo rock, ma quasi niente nei loro dischi ha un suono prevedibile. Chitarra e basso sono rielaborati come fossero due sintetizzatori da suonare a corde e plettro. In un’intervista a Sound on Sound, il bassista parla dell’influenza subita dalle chitarre in DI della prima St. Vincent. Le corde suonate vengono sparate direttamente in registrazione e poi rilavorate in circolo, buttate fuori da amplificatori, filtrate attraverso pedaliere selvagge, il segnale originale si perde nella trasformazione e un pensiero viene alla mente: che questi strumenti sono stati inventati per far uscire proprio quei suoni. La parti dei due strumenti talvolta si intrecciano in intelaiature di rumori, con tecniche di contrappunto o parti più orecchiabili. Nel pezzo d’apertura dell’esordio, Umbongo, già si trova tutto questo. Il chitarrista gioca con un motivetto semplicissimo, pizzicato su uno degli ultimi tasti della chitarra. Quel motivetto diventa linea guida per basso e batteria, che dopo una breve pausa ne seguono il pattern e lo trasformano. Sotto la voce spezzata di Dara Kiley rimane la batteria, fino a quando il basso in levare non preannuncia il ritorno furioso della materia sonora, che è stellare o anzi è una stella deflagrante nell’appartamento male insonorizzato dei vicini (introversi).
Il vicino introverso è indubbiamente il cantante Dara Kiley. Il suo canto è un taglio ritmico piuttosto che una melodia. Si muove tra il lamento rabbioso e il baritono drogato, ogni tanto falsetti (pochi), ogni tanto parlato. Il suo modo di attaccare il tempo determina il successo, ma anche la capacità di uscire dalla ripetizione un attimo prima che quella diventi davvero ripetitiva. Col passare dei dischi l’effetto ipnotico si è arricchito, in inglese si direbbe enhanced, con la post-produzione che esaspera questo approccio, capitalizza sulla ripetizione di frammenti, strania l’ascoltatore effettando parole e sintagmi, aumenta il sexy e l’oscuro, l’indifeso e l’urlo, il surreale sofferto in embrione. Il risultato è una voce che è in tutto e per tutto un altro strumento, ma che non perde mai la sua centralità nel dare volto alle canzoni.
Infine c’è la batteria, il vero motore di questo progetto. Adam Faulkner è letteralmente il cuore di questo organismo nervoso. Il suo battito è marziale e ballabile, la danza tribale comincia e finisce con lui. Nei tre dischi usciti finora la batteria è sempre un affare molto fisico e disciplinato e che finisce per suonare come il metronomo di un villaggio appena bombardato nella notte da cui tutti gli abitanti fuggono in preda al panico mentre lui tiene a bada le fiamme. Per l’amante del genere, la tag da cercare è probabilmente noise-rock, ma per andarli a vedere a Londra bisogna comprare il biglietto di una discoteca. Il mix di tecno, industrial, punk, new wave, dance avviene, come per gli effetti, giocando, anche qui provando a rifare quella o quell’altra particolare cosa sentita di sfuggita e, come dice sempre il bassista del gruppo, fallendo, dando così risultati nuovi e più in linea con i gusti del gruppo. L’abrasione è innegabile e inevitabilmente distanzia, ma per chi non ha paura la folgore è garantita.
Un’ultima nota sui testi, che sono ironici, sporchi, luridi e romantici, ci sono incomprensioni, pere banane e nutella, amori e disagi, a leggerli si capisce bene che le note e le frasi di Dara Kiley sono il risultato di come vede le cose. Anche le sensibilità quotidiane passano sotto il trattamento degli effetti, quelli dello strumento linguistico, uno dei sistemi più portentosi. Non sono testi eruditi, estratti da mille letture, ma è il nudo e crudo, come un’acqua di sorgente, il sangue di una ferita rimediata con un incidente goffo e spaventoso, personalissimo e che molti inseriscono nella triste cornice dei problemi mentali. Soluzioni a basso costo per la soluzione di testi che sono il perfetto compagno alla musica, commedia adolescenziale nera e surreale in prosodia. Sarebbe facile riportare qualche frase, meglio andare a leggersi i testi completi, per esempio Baloo, presa dall’esordio del 2015, con cui si balla mentre la gatta si muove nel giardino dei vicini alla ricerca del posto giusto dove lasciare una traccia.”
Baloo è la terza traccia di Holding hands with Jamie, una canzone che ondeggia fra momenti tarantolati in cui Kiely dà libero sfogo alla propria voglia di rovinarsi le corde vocali e altri in cui mormora nei più classici momenti di calma prima della tempesta. Lorenzo ha abbinato a questa canzone un racconto che sa di Bolaño, sarà per l’ambientazione calcistica che mi ricorda Buba (da Puttane assassine), sarà per quel modo di includere l’irreale nella realtà che caratterizzava anche il precedente testo che ci ha mandato, sarà anche perché ho appena finito di leggere Chiamate telefoniche dell’autore cileno. Se volete confermare o dissentire da questa opinione non vi resta che andare a leggervi la parabola (discendente? Ascendente?) di Ciro Grotto, che trovate come al solito dopo il brano che l’ha ispirato: buon ascolto e buona lettura.
Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).
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Taglia luce, di Lorenzo Santangeli
Al ‘34 del primo tempo, durante un contrattacco degli ospiti, Ciro Grotto fa la diagonale per marcare il trequartista della squadra avversaria; siamo tutti certi che lo fermerà, ma quello lo inganna con un velo, tagliandolo di fatto dall’azione che porterà la sua squadra in vantaggio. Mentre gli altri si ricompongono Grotto, “l’invincibile Grotto”, in un’immagine ormai famosissima e altrettanto amara alza il braccio al cielo e chiede il cambio. Io sono in panchina, l’allenatore mi chiama e mi urla -Fedora, alzati che tocca a te -. Quando Grotto arriva a bordocampo gli chiedono cosa è successo, dove ha sentito dolore, ma lui dice soltanto – Un piano di luce, è incredibile, è incredibile –, e lo dice in brasiliano, la lingua dei suoi nonni, con le lacrime agli occhi. La conferenza del giorno dopo è storia nota, il ritiro dal calcio di Ciro Grotto a soli 27 anni è uno dei racconti più riciclati dal giornalismo sportivo. Due mesi dopo parte per Rio de Janeiro e presto nessuno, neanche la moglie, ne sa più niente.
In molti si sono chiesti cosa accadde: qualcuno parlò di depressione, altri di una patologia cardiaca rarissima. Un grandissimo allenatore, Nico Leiva, scartate queste soluzioni a basso costo parlò invece di quel velo con cui Grotto era stato neutralizzato al ‘34. – Ci sono circostanze in cui la realtà mostra la sua finzione, può accadere con ogni gesto. Movimenti in armonia con l’universo, intersezioni di piani fondamentali, collassi estatici che rivelano l’assurdo e risvegliano dall’allucinazione -, disse, minando per sempre la propria credibilità persino ai miei occhi pieni di stima. Questo fino a settimana scorsa, quando ho incontrato Grotto qui a Roma.
Stava seduto su un palco insieme a un gruppo di ragazzi. Nessuno l’avrebbe riconosciuto, grasso, strabordante, pochi capelli in testa, gli occhiali da sole. Ho capito che era lui non appena ha aperto bocca. Parlava di stile, di colori. Parlava di aironi fermi sulla superficie del lago. Di una donna nuda che esce dalla vasca da bagno. Di uno squarcio nel mondo, una parete di luce viola e arancione da cui irradia un suono tiepido e assordante. Non ci ho capito niente, ma appena si è ritirato l’ho visto camminare via dal gruppo e l’ho inseguito. L’ho raggiunto di fronte a un palazzo dove sostava come sovrappensiero, gli ho parlato e lui con grande sorpresa mi ha riconosciuto. Mi ha chiesto come stavo, come era andata la mia carriera. Puzzava di alcool da ubriacarmi, ma era lucidissimo. Abbiamo parlato presto di quello che accadde durante la partita. Cosa aveva fatto tutti questi anni? – Ho urlato -, ha detto.
Ci ha raggiunti una ragazza, bella da mozzare il fiato, sguardo omicida – Corta Luz -, si è presentata. -Lui come noi? -, ha chiesto. – No no- , ha risposto Grotto, – parlagliene se vuoi -. Ascoltandola rivedevo le immagini del cambio, quelle lacrime da miracolato. Non avrei mai capito, pensavo, ma di una cosa ero certo: avrebbero annientato pure me.
Li ho lasciati soli, non se ne sono neanche accorti.
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Una opinione su "Racconto in musica 151: Taglia luce (Gilla Band – Baloo)"