In uno dei primi articoli del blog, quando “grazie” alla pandemia e alla conseguente cassa integrazione potevo scrivere gli articoli di pomeriggio invece di sacrificare ore di sonno (e potevo anche completare la mia prima raccolta di racconti, ancora inedita: editori fantasma che leggete Tremila Battute, fate tesoro di questa informazione e fate a gara per coprirmi di soldi), mi vantai di aver riconosciuto al volo la mano di Carter Burwell nella colonna sonora di The morning show. Mi accorgo, a distanza di anni, che quell’articolo poteva dare adito a un disguido, ovvero far pensare che io sia un esperto di colonne sonore: non è così. Appassionato di cinema sì, attento al lato sonoro certamente, ma la mia conoscenza dell* autor* di colonne sonore inizia e finisce con Burwell. Sono anche piuttosto ignorante sul panorama italiano di compositori, visto che saprei citare a memoria solo il nome di Ennio Morricone e mi si fermano sulla punta della lingua una manciata di altri nomi: a coprire parzialmente questa lacuna arriva Christina Nike Gagliardi, gradita new entry fra l* collaborator* del blog, che ha deciso di ispirarsi per il suo racconto alle note del musicista e compositore di colonne sonore Luigi Frassetto.
Christina nasce a Cagliari nel 1983. Laureatasi in Lettere, negli anni collabora con diverse riviste culturali (Critica letteraria, L’indiependente, Succede oggi, S&H e varie fanzine sarde) scrivendo articoli, recensioni letterarie e musicali e ritrovandosi anche a intervistare un certo Jacopo Incani aka Iosonouncane (di cui vi avevamo parlato qui) durante la lavorazione di Die. Nel 2014 vince il premio Sinergie Creative con il racconto Prima persona singolare, mentre Una convivenza difficile le viene pubblicato sul secondo numero della rivista internazionale Interpret Magazine (tradotto anche in francese e inglese). Quest’ultimo racconto entra a far parte della sua prima raccolta Qui e altrove, pubblicata quest’anno dalla casa editrice Dialoghi, in cui Christina unisce ad uno spiccato gusto per il fantastico nelle sue derive più perturbanti una vena di critica sociale. Attualmente vive e lavora a Sassari, e possiamo già annunciarvi che questo non sarà l’unico suo racconto che leggerete su queste schermate.
Molte delle informazioni su Frassetto invece mi arrivano direttamente da lui, grazie al tramite della stessa Christina. Nato nel 1980 a Sassari, consegue il diploma di Bachelor of Recording Arts presso il SAE Institute di Londra e successivamente frequenta i corsi di composizione di musica per film presso il Conservatorio di Cagliari (corsi tenuti dal maestro Franco Piersanti, storico collaboratore fin dagli anni 70/80 di registi come Nanni Moretti e Gianni Amelio e vincitore di ben tre David di Donatello) e presso il Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma. Chitarrista e membro fondatore della punk/rock/surf band sassarese Rodeo Clown, attiva fin dal 1996, Frassetto ne fuoriesce nel 2013 dopo dieci album e svariati tour in tutta Europa per concentrarsi sulle colonne sonore: lavora, oltre che a numerosi cortometraggi, nel film Luci a mare (2014) di Stefania Muresu, cui fanno seguito il documentario Ananda di Stefano Deffenu (2020, ma uscito nei cinema nel 2022), il film I giganti di Bonifacio Angius (2021) e il docufilm Ignazio: storia di lotta, d’amore e di lavoro di Marco Antonio Pani (2022). Per un certo periodo si trasferisce a Londra, dove oltre a lavorare come musicista e ingegnere del suono nel 2013 registra, con la collaborazione del produttore Rob Jones (one man band nel progetto The Voluntary Butler Scheme) e del polistrumentista Marco Testoni, l’Ep The R.J. Sessions, cinque brani dalla grande varietà in cui emerge l’amore (come afferma lui stesso in questo video) per gli anni 50 e 60, dalle colonne sonore di film come Scandalo al sole ad artisti come Umberto Bindi e Sergio Endrigo, anche se nel brano Super tele le influenze si fanno più seventies. Nel 2019 raccoglie alcuni dei brani scritti per corti e film nell’album 33 1/3.
Dal 2017 Frassetto, ritornato in Sardegna, cura il Club del Disco (serie di incontri dedicata all’ascolto musicale condiviso) e dal 2022 è direttore artistico del Billèllera – Sorso Music Festival, giunto quest’anno alla seconda edizione (comprendente nel programma una vecchia conoscenza di Tremila Battute, Gold Mass): nel frattempo continua ad approfondire la conoscenza musicale, essendo in procinto di completare gli studi di composizione presso il Conservatorio Luigi Canepa di Sassari.
Viale degli oleandri è la penultima traccia di 33 1/3, un breve brano malinconico affidato unicamente alle rade note della chitarra: su questa ossatura Christina costruisce la figura di una donna sconfitta, una Pinocchio al femminile per cui la vita non è altro che un’esistenza da burattina senza scopo. L’unica pace che riesce a trovare è temporanea e illusoria, ma per scoprire quale non vi resta che leggere il racconto più in basso, subito dopo la canzone che l’ha ispirato: a me invece non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.
Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).
Scarica il numero Zero e il numero Uno della fanzine di Tremila Battute!
Pinocchio, di Christina Nike Gagliardi
Passo la lingua sulla gengiva nuda tra i due incisivi. Sento il sapore del sangue miscelarsi a quello del fumo mentre aspiro dalla cicca.
Piove. Piove su di me, sui capelli unti che mi si incollano alla faccia. Sul tavolino dimenticato sulla pedana all’aperto del bar, su di me dimenticata al tavolino. Piove sul posacenere dove galleggiano palline di carta e filtri di sigarette, gialli e gonfi come corpi in sfacelo. Piove nella mia birra calda, sulle mie ciglia. Minuscole gocce mi penetrano negli occhi, che sono grigi com’è grigia la città quando piove.
Non sono mai stata un bel tipo. Non posso nemmeno dire che sia stata la vita a rovinarmi, anzi. È come se un demiurgo crudele si sia divertito con me, prendendo la peggiore tra le sue marionette — quella con le gambe storte e le braccia troppo lunghe — e tracciandovi sul volto i lineamenti in maniera rozza. Come preso da malefica foga l’ha sfregiato con un pennarello a punta grossa, abbozzandovi due gocce di piombo orientate all’ingiù, per poi con altrettanta sciatteria disegnare al posto della bocca una linea sottile e incerta, gli angoli rivolti verso il basso, le labbra inesistenti.
Mi frugo in tasca. Conto gli spicci, assieme alle monete esce anche il portachiavi a forma di Pinocchio.
Ce l’ho da quando ero ragazzina e mia madre mi diceva Sei magra come un Pinocchio.
Sei un mucchio d’ossa.
Da quando mi diceva Non troverai mai nessuno.
Almeno mettiti addosso qualcosa di femminile.
Poi un giorno lei è morta e in un cassetto ho trovato questo. Mi è sembrato un segno, così l’ho tenuto e ci ho messo le due chiavi – una del cancello e una del portone – che dicono che da qualche parte ho una casa.
Mi alzo e mi aggiusto i pantaloni, sono diventati larghi. Bevo ciò che è rimasto del mio bicchiere di pioggia e Ichnusa, sa di bettola e campi brumosi. Mi è sempre piaciuto l’odore della strada dopo la pioggia. Anche se le persone al mio passaggio si scostano, sono di buonumore.
Mauretto è ai giardini come al solito. Mi dice Ma che cazzo, sei in ritardo, mica posso starmene qui ad aspettare sua maestà. Scambiamo ciò che dobbiamo scambiare e me ne vado. All’angolo tra Via dei Gremi e la stazione scende dall’autobus una che ha l’aria da professorina. Mi scorge da lontano e quando è vicina abbassa lo sguardo, ma nel momento in cui ci incrociamo non può fare a meno di sbirciare.
Almeno adesso saprà. Si ricorderà che, seppure qualcosa nella sua vita è andato storto, non è diventata come me. Persino la mia esistenza da burattino può svolgere un servizio.
Trattengo questo pensiero, mi fa sentire infinitamente generosa. Mi ci trastullo anche a casa, sul letto che galleggia come il dorso di una balena tra le cementine della stanza vuota. È un serpente caldo che infiamma le viscere e mi fa venire le lacrime agli occhi, un’onda che mi avvolge e mi sputa nuda sulla risacca mentre la Lenta sale e naviga attraverso linfa e giunture, mentre le membra si posano disciplinate e immobili accanto al corpo ligneo, il capo che si piega quieto sul petto di tiglio.
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2 pensieri riguardo “Racconto in musica 149: Pinocchio (Luigi Frassetto – Viale degli oleandri)”