Progetta un sito come questo con WordPress.com
Crea il tuo sito

Ossessioni gotiche in Neroconfetto, l’esordio letterario di Giulia Sara Miori

Conoscete la fiaba Le scarpette rosse? Scritta da Hans Christian Andersen, racconta la parabola di perdizione della piccola Karen che, salvata da una vita di povertà da una ricca benefattrice, finisce per crescere nel culto della vanità, rappresentato dall’ossessione per le proprie scarpette dal colore del fuoco. Distratta dalla fede e dagli obblighi verso la madre adottiva da quelle calzature che sfoggia persino in chiesa, viene condannata da un angelo a danzare in eterno di città in città, come monito vivente per i giovani: Karen arriverà a farsi tagliare i piedi da un boia per sfuggire alla maledizione, ma sarà solo una vita di pentimento passata a fare da domestica al pastore della propria chiesa a permetterle di ricevere il perdono, dando la possibilità alla sua anima di volare in paradiso. Non vi viene voglia di raccontarla ai vostri figli, questa edificante storiella in cui moncherini danzanti vietano l’ingresso alla chiesa e il perdono viene concesso solo quando il cuore della protagonista si spezza, nel senso letterale del termine?

Questa fiaba è stata raccontata da Sara Giulia Miori al Salone del Libro di Torino, in occasione di una presentazione del suo libro Neroconfetto, uscito a Giugno 2021 per Racconti Edizioni (casa editrice che l’ha scoperta grazie al concorso letterario 8×8, di cui Miori è stata finalista nel 2020). Nel definirla la sua fiaba preferita l’autrice voleva esplicitare il legame della sua raccolta sia col territorio della favola che con quello dell’orrore, due temi che spesso si coniugano nelle storie mortalmente moralistiche di Andersen (a noi spesso giunte in forma edulcorata, più di una volta grazie a/per colpa di Walt Disney), ma c’è un altro elemento che emerge prepotente in questi ventuno racconti e che sta alla base anche della storia della povera (maledetta peccatrice) Karen: l’ossessione.

Il mondo di Miori è un territorio di ombre in cui il mistero può entrare nelle vite dei personaggi in qualsiasi momento, all’atto di comprare un cappotto o rispondendo a un annuncio per il ruolo di babysitter, ed è anche un mondo dove le ossessioni divorano i personaggi: spesso è quella per una persona ad agire come motore delle vicende, ma le donne dipinte dall’autrice (e in maniera minore gli uomini, protagonisti di soli due racconti) sono prigioniere anche nel quotidiano di atti ripetuti ciclicamente, costrette in vite senza prospettive da cui non sanno come evadere. L’autrice mette sapientemente in luce con la sua scrittura questi gesti, concentrandosi sui dettagli e facendo così emergere le piccole e grandi manie dei suoi personaggi: c’è chi continua a pulire la propria casa, nel vano tentativo di riportare ordine nella sua vita sconvolta da un caso di pedofilia (Candeggina), chi profonde tutta la propria meticolosità nel preparare una cena perfetta per l’uomo fedifrago di cui si è innamorata (Occhiali) e chi ricorda la moglie morta attraverso determinati particolari che tornano lentamente a perseguitarlo (Notturno).

Da quando era successa la tragedia, l’ordine e la pulizia erano le uniche attività che le davano soddisfazione. I vetri, i lampadari, l’interno dei cassetti: ogni cosa doveva essere disinfettata con la candeggina finché non era perfettamente pulita. Valerio non amava questo suo nuovo passatempo, e tuttavia per un po’ l’aveva tollerato: aveva chiuso un occhio, ma un giorno le aveva detto basta, basta Nora, ti stai ammalando. Le aveva detto così, e allora lei aveva cominciato a pulire quando lui era al lavoro, e piano piano, giorno dopo giorno, mese dopo mese, avevano iniziato a fare finta di niente, e per fortuna i discorsi su Sofia si erano diradati fino a scomparire.

Candeggina

Miori spalanca le porte sull’ossessione particolarmente nei racconti scritti in prima persona, mostrando i meccanismi mentali che operano nella mente dei personaggi. Qui la ripetitività diventa stile, nomi e particolari evocati in continuazione da protagonist* fissati su un unico obiettivo, che sia una compagna di classe vittima di bullismo (Alice), la persona amata (Camilla, Isabel), lo stato dei propri capelli (Capelli) o il tempo (L’aereo): è un escamotage che l’autrice dosa con sapienza, piazzando i vari racconti in punti strategici della raccolta, ma che non evita l’insorgere di una sensazione di deja vu.

E mi dispiace se hai sofferto, Lucille, ma tutto quello che ho fatto era necessario per cercare di guarirti, e anche se sapevo che non sarebbe servito a nulla, io l’ho fatto lo stesso: le iniezioni erano necessarie, lo sciroppo era necessario, la minestra era necessaria, e lo sai anche tu, Lucille, lo sai anche tu che quando obbedivi allora andavamo d’accordo, lo sai anche tu che io lo facevo solo per starti vicina, solo per aiutarti a stare meglio, solo per prendermi cura di te.

Lucille

Neroconfetto è denso di storie in cui un elemento di rottura porta il cambiamento nella vita dei personaggi, spesso in negativo e a volte, esasperando il modello fornito da Andersen, quasi come un monito a chi dalla vita cerca qualcosa in più. Spint* a fare attenzione ai dettagli, calat* in atmosfere inquietanti da cui si viene portati a immaginare il peggio, diventa automatico per chi legge cercare di prefigurare il destino che attende l* malcapitat* di turno: quando ci si azzecca, e succede in più di un’occasione (a me è capitato in particolare con La babysitter e Occhiali), si esce dalla lettura con una certa delusione, sensazione che rimane addosso fintanto che non ci si imbatte in una risoluzione a sorpresa o in uno svolgimento che esce dagli schemi prestabiliti. La raccolta di Miori mi ha fatto spesso ondeggiare fra l’entusiasmo e il ridimensionamento delle aspettative, non tanto per la qualità intrinseca dei racconti quanto per la presenza di vicende che, al netto del cambio di personaggi (con nomi che tornano ciclicamente, quasi a costringere il lettore in una realtà chiusa e claustrofobica), finiscono per presentare dinamiche troppo simili.

Quando Miori si permette di uscire dal seminato, però, arrivano grosse sorprese. È il caso de La clinica, un racconto in cui il mistero che ammanta la struttura dove la protagonista (identificata solo col numero della sua divisa, Trenta) si reca volontariamente per dimagrire non viene mai svelato, solo suggerito, mantenendo alta la tensione per tutte le diciassette pagine della sua lunghezza; del già nominato Capelli, che in uno spazio brevissimo riesce a spiazzare con un twist che, attraverso le sensazioni della protagonista e la sua percezione dello sguardo altrui, lascia raggelati; de Il colloquio, in cui l’arco narrativo di Mara porta in territori inaspettati da cui si esce (o forse no?) spaesati e senza punti di riferimento. Sono questi i momenti in cui Miori dà il meglio di sé, tracciando nuove rotte creative che lasciano emergere un male diverso, più perturbante, in cui la morte è solo uno degli elementi in gioco e non per forza quello più inquietante.

Anche quando era nato, le avevano detto che andava tutto bene, ma lei si era accorta subito che il bambino non aveva pianto. «Perché non piange?» aveva chiesto. Va tutto bene, signora, aveva detto l’ostetrica. Va tutto bene, avevano detto le infermiere. Ma non era normale che il bambino non piangesse. Lei lo sapeva. Non è normale che il mio bambino non pianga. L’ostetrica aveva riso di gusto, come se un’idea del genere fosse assurda. Aspetti un attimo e si calmi, le aveva risposto con una lieve irritazione. Poi Greta aveva sentito quel verso. L’aveva sentito per la prima volta in sala parto, e la verità è che aveva avuto paura.

La culla

Che sia fra le strade di una città reale (Milano, Trento e Amsterdam fanno da sfondo ad alcuni specifici racconti che, secondo quanto raccontato dall’autrice, non avrebbero potuto essere ambientati altrove) o in un non luogo dai contorni evanescenti, le storie narrate da Miori hanno il sapore di novelle gotiche aggiornate alla nostra epoca. L’autrice mostra con efficacia quanto i fantasmi possano spaventare anche al giorno d’oggi, nascondendosi fra gli oggetti di un negozio di abbigliamento vintage come in un soprammobile, ma è solo discostandosi da quel tipo di narrazione che riesce a dare nuova linfa vitale alla raccolta: Neroconfetto è il parto creativo di una voce sicuramente personale, i cui margini di crescita sono tanto ampi quanto più si darà modo di uscire dalle strette gabbie in cui rinchiude, aguzzina ammiccante, i propri personaggi.

Ti è piaciuto questo racconto/articolo? Segui la pagina Facebook di Tremila Battute!

Pubblicità

Pubblicato da Ficky

Nel (poco) tempo libero scrivo racconti, guardo film e serie tv, leggo libri, recito in una compagnia teatrale, partecipo a eventi culturali e vado a vedere un sacco di concerti. Ho scritto per anni di musica (Indie-zone, Stordisco, Asapfanzine) e spero di trovare il tempo di farlo ancora per molti anni a venire.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: