Non so come immaginate la mia vita, ammesso che la immaginiate. Parte di questa si svolge in una piccola fabbrica dove produciamo bottoni (una cosa che affascina molti, ma alla fin fine sempre metalmeccanica è), in parte per la moda e in parte per le forze dell’ordine, per cui quando un carabiniere vi ferma per un controllo sappiate che c’è una certa probabilità (non la sicurezza, non siamo l’unica fabbrica di bottoni in Italia e ho scoperto con gli anni che ce ne sono un sacco sparse qua e là: siamo in mezzo a voi) che i bottoni della sua divisa li abbia fatti io con le mie sante manine e i macchinari vetusti con cui li produciamo: non vogliatemene. Ci lavoro da diciotto anni e da altrettanto tempo ho una collega più o meno della mia età, con cui giornalmente o quasi finiamo a parlare di musica, principalmente per punzecchiarci a vicenda: la stragrande maggioranza di ciò che le nomino io non sa cosa sia (e io lo so), la quasi totalità di ciò che mi nomina lei lo conosco ma mi fa orrore (il suo mito è Albano, per dire). Qualche giorno fa ho svolto con lei un esperimento antropologico (per il quale sto aspettando una laurea honoris causa dall’Università dell’inutilità) chiedendole di ascoltare una canzone di un’artista che non conosceva, provando a sfidare i suoi gusti ma senza buttarla direttamente addosso agli Ufomammut o anche solo ai Massimo Volume che so essere un’impresa impossibile (un po’ come prendere una laurea honoris causa per questo esperimento antropologico): l’esperimento è andato a buon fine, la canzone le è piaciuta e in cuore mio rimane la speranza che lei ora non torni ad ascoltare Felicità o a sperare che Albano e Romina si rimettano insieme, ma temo che questo sia pura utopia. Insomma, il solito preambolo inutile per dire che quella canzone era di Giorgieness e che il racconto di questa settimana nasce da una sua canzone.
Il nome di Giorgieness, moniker dietro al quale si cela la cantautrice e chitarrista Giorgia D’Eracleo, mi è rimbalzato attorno parecchie volte negli anni, senza però che questo si concretizzasse in un ascolto o nella partecipazione ad un suo live (e adesso, ahinoi, è il momento più difficile per recuperare, anche se…). Siccome però ci metto un’ora di macchina ad andare alla fabbrica dei bottoni di cui sopra non potevo che cominciare a recuperare un bel po’ di nomi che mi si erano stampati in testa: eccomi allora a ripercorrerne la carriera al volante, una carriera che inizia nel 2011 e la decisione, dopo un primo periodo passato a cantare in inglese, di scrivere canzoni in italiano. Il primo Ep, NOIANESS, esce autoprodotto due anni più tardi e D’Eracleo comincia a macinare live assieme alla sua band composta da Andrea De Poi (batteria) e Samuele Franceschini (basso). Il primo album La giusta distanza arriva nel 2016, pubblicato da Woodworm e contenente tre brani dell’Ep riarrangiati oltre a sette nuove tracce: suoni grintosi, testi intimi (ma non solo, basta ascoltare Il presidente) intrisi di rabbia e disillusione, una voce che osa nei momenti distorti e si fa fragile nei brani più delicati. Fra il 2016 e il 2017 l’attività live si intensifica, con date d’apertura per nomi come Garbage, American Football e Placebo, ma il tempo basta (non so come) anche per registrare e far uscire un nuovo album, Siamo tutti stanchi, sempre per Woodworm, sempre con una bella dose di sacrosante distorsioni e sempre con la stessa formazione (il fido Andrea De Poi, passato al basso, Lou Capozzi alla batteria e Davide Lasala che, oltre a suonare chitarra e tastiere, è produttore di entrambi i dischi). Nel 2018 esce l’Ep Nuove regole, contenente tre remix e il brano inedito Questa città, poi nel 2019 il trasferimento da Milano a Torino e un tour acustico di tredici date, in attesa di mettersi a lavorare su un nuovo disco inizialmente previsto per autunno 2020 per l’etichetta Sound to be ma che, come capitato a un sacco di artist*, si ritrova ad avere a che fare con la pandemia. D’Eracleo ha annunciato proprio in questi giorni di aver finito le registrazioni, e chissà che il 2021 non ci regali la terza prova discografica di Giorgieness (di cui abbiamo già potuto ascoltare ben quattro tracce di cui una, Hollywoo, mi stringe il cuore per il suo chiaro omaggio a Bojack Horseman): intanto ci regalerà alcune date in acustico in attesa di terremotare i palchi con la band al completo, per cui tenete d’occhio la sua pagina Facebook ufficiale. Negli anni D’Eracleo ha trovato anche modo di collaborare a vario titolo con un nugolo di artisti come L’orso, Zen Circus, Endrigo, I botanici, Avincola e, assieme ad altri ventisette artisti, con i Mercanti di liquore per la rivisitazione del loro brano Lombardia, che potete acquistare qui per sostenere Emergency, a cui verranno devoluti tutti i proventi. E a proposito di cause sociali concludiamo con questa intervista-sfogo in cui D’Eraclo parla di cosa vuol dire essere una donna nel sistema musicale, a seguito della quale il patriarcato che abbiamo in testa non ha mancato di mostrare il proprio lato peggiore (sempre che ce ne sia uno migliore) su Facebook: meditiamo gente, e diffondiamo perché il mondo cambi.
Che cosa resta è uno dei singoli estrapolati dal secondo disco, Siamo tutti stanchi, e riesce in poche righe di testo a restituire l’immagine di una convivenza finita senza troppi drammi, sfumata nella vita di tutti i giorni senza cancellare la domanda che rimane stampata in testa: che cosa resta alla fine? Ho preso alcuni di quei dettagli per costruire un futuro alternativo alla coppia descritta nella canzone, mostrando il percorso di allontanamento e riavvicinamento senza che ormai l’amore, almeno quello con la A maiuscola, abbia più senso di esistere: ma dovremmo essere in qualche modo grati a chiunque entri a far parte della nostra vita e ci fa diventare quello che siamo. Trovate il racconto subito dopo la canzone, a me non rimane che augurarvi buon ascolto e buona lettura.
Se volete ascoltare questo e tutti gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti, questo è l’unico dove sono riuscito a trovare tutte le canzoni).
Noi non cancelliamo
C’è un’immagine precisa che collego al nostro amore. Tu torni a casa da lavoro, accaldato per il viaggio in treno in piena estate, butti la camicia sul divano appena entrato e corri verso il frigorifero per bere acqua ghiacciata a lunghe sorsate, veloce tanto da farti venire le fitte alla testa e non per la prima volta, perché mai che impari dai tuoi errori.
Io ti aspetto con indosso solo la maglietta che non ti va più bene, quella col logo di una band metal norvegese che mi hai trascinato a vedere solo per accorgerti che dal vivo fanno cagare, sorseggio il mio tè nero che ti fa venire caldo solo a guardare quando mi atterra in faccia qualcosa.
Apri un occhio a fatica mentre ti si sconquassa il cervello e mi vedi lì, mezza dentro mezza fuori dalla tua camicia sudata, che ti fisso da sotto in su come un’attrice hollywoodiana di un’epoca andata. Ci mettiamo a ridere all’unisono, dovrei mandarti a cagare e invece mi faccio pure fotografare, in quella posa ridicola con le nostre imperfezioni addosso. In quel momento siamo sinceri e veri.
Sinceri non lo siamo sempre stati: tu avevi i tuoi errori da cui mai che impari come il tradirmi una volta di troppo, che il perdono una volta è fiducia ma due volte è stupidità; io avevo il mio modo di ridere forte, anche senza ragione, per zittire la vocina che mi diceva Non è davvero amore. Me ne sono andata da un giorno all’altro, senza niente, lasciando lì anche il gatto che ora sta un po’ da entrambi come il figlio che non abbiamo mai cercato. Ci ha costretti a rimanere uniti, a parlare, il mezzo per ammettere che è così che doveva andare.
Quelli che hanno gioito di più sono i nostri amici, perché per loro il dramma di tutta questa storia era il doverci vedere a giorni alterni, in un periodo della vita dove il tempo non basta mai per niente. Alle serate in compagnia sorridiamo tutti, un po’ forzate le persone che ci riempiono la vita: vorrebbero ci odiassimo, ma io riesco a odiare solo lei e non per averti portato via, ma per avermi sottratto l’illusione di quello che avevamo. Me la immagino sul divano, con la mia tazza col cuore che diventa rosso col calore e il tuo libro preferito nell’altra mano, vestita solo di quella stupida maglietta che certo non avrai buttato.
Ricordiamo i vecchi tempi e loro schiumano di nascosto, a casa lui farà l’offeso e ci scommetto che anche lei avrà il suo spettacolino già pronto. Ci rinfacciano le foto sui social dove ancora siamo insieme, perché per loro il dolore va eliminato e il nuovo territorio marcato con linee rigide e severe. Non capiranno mai la promessa che ci siamo fatti, l’unico voto che non hai mai violato: non dimenticheremo il bene che ci siamo fatti, ciò che ci ha permesso di diventare quel che siamo.
Comunque vada, noi non cancelliamo.
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2 pensieri riguardo “Racconto in musica 64: Noi non cancelliamo (Giorgieness – Che cosa resta)”