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L’estetica del vuoto nel nuovo Ep di Gold Mass

Capita spesso che, perdendomi fra band (immeritatamente) poco conosciute, io finisca per scoprirne notissime fuori tempo massimo, o quasi. Coi Röyksopp è andata più o meno così: li conoscevo per quelle canzoni che tutti hanno sentito (chi non ha mai visto il video di Poor Leno alzi la man…oh cazzo, è del 2001! Alzi la mano chi sta leggendo questo articolo e quell’anno non era ancora nato), ma non ho mai approfondito la loro musica prima dell’uscita di The inevitable end, anno domini 2014, album con il quale hanno chiuso la carriera discografica pur continuando nell’attività musicale. Titolo a parte sono molti i brano del disco che lasciano percepire una sensazione di distacco (da You know I have to go alla conclusiva e lapidaria Thank you), come se le tracce che Torbjørn Brundtland e Svein Berge hanno composto non potessero prescindere dal vuoto che andavano creando nel panorama musicale.

Per molti versi Safe, il nuovo Ep di Gold Mass (moniker scelto per il suo progetto dalla musicista e cantante Emanuela Ligarò), mi ha ricordato l’ultimo disco dei Röyksopp. L’artista ha deciso di virare ancora di più verso l’elettronica rispetto a Transitions (2019), l’album d’esordio prodotto da Paul Savage, trovando una via personale fatta di suoni ridotti all’osso e la voce (spesso usata come un vero e proprio strumento, grazie ad alcuni effetti) a riempire gli interstizi, un approccio che già si ricorda agli arrangiamenti raffinati del duo norvegese: è nell’atmosfera però che le due opere si avvicinano ulteriormente, quel vuoto che in The inevitable end era segno di un futuro già deciso mentre qui sembra associarsi a dinamiche più profonde.

Safe si compone di quattro tracce di cui solo una, ovvero la title track, apertamente positiva nel suo parlare di allontanamento da una situazione tossica: non è però la traccia conclusiva, perché all’interno di un discorso di liberazione che è centrale per l’artista (l’Ep è stato prodotto e registrato in completa autonomia dalla stessa Ligarò) se ne innesta uno più universale, volto a indagare i nostri veri bisogni e a contemplare le nostre mancanze. Ecco allora che lo spazio di cui canta Gold Mass nella traccia d’apertura, Space, appare pieno di gente ma vuoto d’emozioni, un luogo dove i rapporti umani sono spezzati come la ritmica di fondo e in cui non è possibile trovare un vero riparo (Aims your recover out of the space we know sono le parole con cui si chiude la canzone). Safe non può essere la traccia conclusiva perché nel mondo che abitiamo non basta più arrivare ad essere completi come individui: c’è da ricreare un tessuto sociale, fare in modo che quella liberazione sia condivisa e si arrivi a un’unità che possa aiutarci a intravedere i legami che ci uniscono, anziché fissarci sulla nostra singolarità di atomi distaccati.

And people stay in silence / cause we see we’re islands, così recita un frammento del testo di Souls, terza traccia dell’Ep, a rimarcare la distanza che ci separa e che ci porta a non comprenderci. Qui la musica si fa lieve, consolatoria, pervasa della malinconia per quelle parole che abbiamo perso: il contatto fisico non basta più ad avvicinarci e camminare mano nella mano non aiuta a conoscerci veramente (we walk hand in hand / but we’re just unknown souls). In Gravity, la traccia conclusiva, si esemplifica chiaramente questa incapacità di comunicare attraverso parole che perdono di consistenza a causa del reverse (will it ever last your sound?), rimarcando quel I can fell you hesitate / I can feel me hesitate che la musica incornicia in maniera memorabile con un’effetto circolare e raggelante e chiudendo in maniera quasi dimessa, a monito di una ricerca lontana dalla sua conclusione.

Gold Mass con questo nuovo lavoro crea un’opera completa nella sua incompiutezza, coerente sia a livello tematico che estetico (anche nella parte grafica, opera di Juri Ronzoni). Grido d’allarme in cui si accende una fiammella di speranza, Safe riesce a risuonare negli spazi vuoti dentro di noi, lenendo le ferite mentre ci fa percepire chiara un’assenza di orizzonti che deve scuoterci: sta solo a noi muoverci e avvicinarci al prossimo con la stessa delicatezza di questi brani, allontanando quel destino solitario che, come la fine evocata dal disco dei Röyksopp, appare ancora inevitabile.


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Pubblicato da Ficky

Nel (poco) tempo libero scrivo racconti, guardo film e serie tv, leggo libri, recito in una compagnia teatrale, partecipo a eventi culturali e vado a vedere un sacco di concerti. Ho scritto per anni di musica (Indie-zone, Stordisco, Asapfanzine) e spero di trovare il tempo di farlo ancora per molti anni a venire.

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