Italia insolita, ovvero ciò che ho visto in vacanza e i legami con arte, musica, letteratura e cinema che vi ho scoperto (parte seconda)

Questo articolo uscirà a settembre inoltrato, quando chi più o chi meno saremo tornati a lavoro e gli unici che penseranno alle ferie al presente saranno quelli che si sono goduti le città semivuote ad agosto, per poi partire quando anche le località turistiche si sono svuotate. Perché sì, anche in questa estate 2020 post-Covid (meglio, intra-Covid) un bel po’ di gente si è mossa, o forse erano tutti ad Assisi quando ci sono stato io e poi sono tornati a casa, chissà. I Dondolaluva dicevano “sian benedetti quelli per cui vivere è arrivare a venerdì”, i Vintage Violence rincaravano la dose affermando che “la crisi ci ha convinti che è normale andare a lavorare per pagarsi la benzina per andare a lavorare, Agosto come fine esistenziale”: in attesa di trovare un’alternativa al capitalismo eccovi quindi qualche meta interessante per godervi il prossimo weekend o le prossime ferie.

Fonti del Clitunno, Campello sul Clitunno (PG)

La pace

Visitare questo luogo non vi occuperà molto tempo, ma vi rasserenerà la mente. Un piccolo parco dove da sorgenti sotterranee sgorga il fiume Clitunno, una volta navigabile fino a Roma (viene citato in una lettera di Plinio il Giovane) e oggi decisamente meno prorompente, le cui acque per i romani erano sacre: qui venivano a consultare l’oracolo del dio Giove Clitunno (poco più a valle sorge un Tempietto a lui dedicato, riconvertito in era cristiana a chiesa di San Salvatore), e la purezza delle sue acque nell’antichità è stata decantata fra gli altri da Virgilio, Properzio e Giovenale.

Nonostante il drastico ridimensionamento delle sue acque le fonti dell Clitunno rimangono una visione idilliaca, con un laghetto in cui sguazzano beati anatre e cigni, acque limpidissime, salici e pioppi cipressini a coronarne le sponde. Non è un caso che anche in epoche più recenti ne siano state cantate le lodi, tanto che fra il 1700 e il 1800 due massimi poeti vi fecero riferimento: Lord Byron nel quarto libro dell’Aroldo, e Giosuè Carducci, cui è dedicata una stele marmorea scolpita a bassorilievo, che ne cantò la bellezza in una delle Odi Barbare, intitolata proprio Alle fonti del Clitumno.

Tutto molto bello, ma per il resto della giornata che fare? La zona vi offre un sacco di alternative valide, dalla vicina Spoleto ai più lontani panorami dei Monti Sibillini (potrebbe venirvi voglia di andare a scovare il minuscolo Chirocefalo sulle sponde del Lago di Pilato, omaggiato in tempi moderni dagli Offlaga Disco Pax in Fermo!), ma se volete continuare il vostro giro nel segno dell’acqua la tappa d’obbligo è una sola: la Cascata delle Marmore.

Qui di acqua ce n’è in surplus

Parco dei Mostri di Bomarzo (VT)

La Balena non è fra le sculture più famose del parco, ma l’Orco lo avrete già visto tutti quindi la metto e bon

Salvador Dalì, visitandolo, ne parlò come di un’invenzione storica unica. Questo in effetti è il Parco dei Mostri, commissionato dal principe Pier Francesco Orsini nel 1567 a Pirro Ligorio: un enorme bosco (l’altro nome con cui è conosciuto è infatti quello di Sacro Bosco) in cui sono dislocate gigantesche statue rappresentanti creature fantastiche e mitologiche, accompagnate in alcuni casi da scritte enigmatiche che, più che spiegare il significato del progetto, ne amplificano la misteriosa genesi.

A differenza della Calamita Cosmica (vedi prima parte) qui le proporzioni non erano certo la priorità

Camminare fra un’enorme Ercole che lotta contro Caco, draghi, sfingi, elefanti ed edifici distorti (entrare nella Casa Pendente è un’esperienza da fare: l’equilibrio vi sembrerà una riscoperta sensazionale) è un’esperienza unica e davvero magica, e forse tutte le teorie che sono state fatte negli anni sui motivi della sua costruzione non servono poi a granché: l’importante è girare per i sentieri con la mente aperta e pronta alla meraviglia, di sicuro il principe ne sarebbe già soddisfatto.

Un giro nella Casa Pendente e non avrete più bisogno della droga per sballarvi

Se possiamo visitare questa opera unica al mondo è grazie alla dedizione dei coniugi Severi Bettini, Tina e Giancarlo, sepolti nel mausoleo all’interno del parco (dove forse è sepolta anche la moglie del principe Orsini, Giulia Farnese, a cui il bosco era dedicato). Il parco fu infatti abbandonato già dal 1585, dopo la morte dell’ultimo discendente della casata, e solo nella seconda metà del ‘900 fu oggetto di lavori di restauro che l’hanno riportato all’odierno splendore. Se andate a visitarlo fate un giro nella bocca dell’orco e provate a parlare a voce alta: io non l’ho fatto, ma wikipedia mi dice che la voce viene amplificata e distorta e sono curioso di sapere se è così.

Civita di Bagnoregio (VT), la città che muore

Il colpo d’occhio

Sono sempre stati affascinato dai paesi abbandonati, dalla sensazione che provoca passeggiare in luoghi dove la storia non la fa più l’essere umano. Forse è dovuto al fascino per il postapocalittico che Ken il guerriero ha instillato nel me preadolescente (altro che fasce protette negli anni ’80), forse alle ore perse a giocare a Fallout in anni più recenti, sta di fatto che se trovo una ghost town da qualche parte il desiderio di visitarla si fa subito altissimo. Civita di Bagnoregio da questo punto di vista è un’eccezione alla regola: non un paese abbandonato (tutt’altro, lo troverete imballato di turisti), ma un paese in abbandono o, come lo ha giustamente ribattezzato lo scrittore Bonaventura Tecchi (che vi ha trascorso la giovinezza), “la città che muore”.

Pensavo che l’abbandono del paese fosse dovuto alla fuga verso condizioni di vita migliore, ma il motivo per cui questa piccola frazione conta solamente sedici abitanti (dato aggiornato al 2011) è di carattere geologico: costruita su una rupe di tufo, la “base” su cui poggia il paese è in continua erosione, con rischio di crolli per gli edifici che si trovano sui bordi della rupe stessa. Un destino a cui poteva andare incontro anche Orvieto se non fossero partiti per tempo lavori di messa in sicurezza: non so dire se la situazione di Civita di Bagnoregio sia ormai irreversibile, ma il continuo spopolamento di certo non è un buon segnale.

Se il destino della città mette una certa tristezza il panorama per chi arriva a vederla è di tutt’altro tenore. Abbarbicata sul suo sperone, collegata al paese di Bagnoregio solamente da un ponte pedonale di cemento armato (costruito nel 1965), la frazione di Civita si erge dominante su uno spazio che offre già la visione bucolica dei calanchi, altro spettacolo naturale causato dall’erosione del terreno circostante. Bella anche all’interno, Civita di Bagnoregio soffre come tutti i luoghi del turismo di massa: godrete di più del panorama all’esterno che del traffico pedonale da scansare al suo interno, ma difficilmente riuscirete a trattenervi dal visitarla dopo averla vista ergersi di fronte a voi.

Qualche bel vicolo anche qui

A seconda del percorso che farete per arrivarci potreste trovare sulla vostra strada un piccolo paese, Lubriano, che si vanta di essere “la terrazza più bella sulla valle dei calanchi”. Certamente il panorama che si osserva dalle sue vie è mozzafiato, ma se volete trovare anche un motivo letterario per visitarla eccovelo servito: qui morì, il 16 marzo 1978, lo scrittore, poeta e critico letterario argentino Juan Rodolfo Wilcock. Amico di Silvina Ocampo, Adolfo Bioy Casares e Jorge Luis Borges, Wilcock si trasferì in Italia negli anni ’50 e scrisse molto nella nostra lingua, tanto da ricevere la cittadinanza onoraria post mortem. Non troverete qui la sua tomba (è sepolto nel cimitero acattolico di Roma), ma potrebbe interessarvi dedicargli un pensiero camminando per le strade che ha solcato: il caso vuole che abbia scoperto tutto questo solo dopo esserci passato, ma prima di mettermi a leggere il suo La sinagoga degli iconoclasti, di cui vi parlerò nelle prossime settimane.

Il panorama dalla “terrazza”

Pitigliano (GR) e le Vie cave

Ah, l’ignoranza! Quando uno ha delle lacune è giusto ammetterle, quindi faccio ammenda del fatto che ero convinto che Pitigliano fosse conosciuta col soprannome “la piccola Gerusalemme” per la sua estetica e non, come ho scoperto in seguito, per la presenza storica di un’ampia comunità ebraica. Questo non significa che Pitigliano non sia magnifica, e potete farvene un’idea guardando le foto che ho sparpagliato qua e là.

Accomunata a Civita di Bagnoregio e Orvieto dalla sua posizione in cima a una rupe di tufo, la cittadina è piacevole da visitare, ricolma di vicoli e piena di negozi di artigianato locale che le danno un’aria attiva, vitale. Da queste parti venne a vivere in latitanza su finire degli anni ’70 Marcello Baraghini, storico editore di Stampa Alternativa, dopo una condanna a 18 mesi di reclusione per incitamento all’aborto a causa della pubblicazione di Contro la famiglia. Manuale di autodifesa per minorenni, e ci rimase anche dopo l’amnistia ricevuta un anno dopo la condanna. Ideatore della collana Millelire nel 1989, oggi Baraghini dirige proprio a Pitigliano l‘Associazione Strade Bianche di Stampa Alternativa, in cui si è reinventato “editore al contrario” abolendo il copyright e facendo decidere il prezzo reale al lettore. Potete trovare maggiori informazioni sulla sua storia e i suoi progetti, passati e futuri, in questo interessante articolo, mentre a questo link trovate molti di quegli storici Millelire pronti da scaricare, resi gratuiti da Baraghini in questo 2020 tanto martoriato per l’editoria.

Una foto che rende poca giustizia alla libreria di Marcello Baraghini

Una bella città e una bella idea editoriale quindi, ma Pitigliano nasconde anche altro: fra il suo territorio e quello delle vicine Sovana e Sorano corrono infatti le Vie Cave, ciclopici corridoi simili a canyon scavati nel tufo. Vale assolutamente la pena di farci un’escursione, vi troverete pace e bellezza oltre a qualche resto etrusco. Anche Matteo Garrone ne è rimasto affascinato, tanto da girarvi alcune scene de Il racconto dei racconti: a voi scoprire quali.

Giardino dei tarocchi, Pescia Fiorentina (GR)

Benvenuti nella psichedelia!

Questa è la storia di un’artista e di un colpo di fulmine. L’artista è Niki de Saint Phalle, pittrice, scultrice, regista e realizzatrice di plastici franco-statunitense; il colpo di fulmine è quello scoccato con l’arte di Gaudì in occasione di una visita al celebre Parc Guell, a Barcellona; il posto in cui questo amore platonico ha visto sbocciare i suoi frutti è il Giardino dei tarocchi.

Pianificato negli anni ’70 e realizzato nell’arco di più di venti anni su un terreno messole a disposizione dai fratelli di Marella Caracciolo Agnelli, conosciuta durante un periodo di convalescenza a St. Moritz, il Giardino dei tarocchi è una sfrenata opera di fantasia multicolore (influenzata pare anche dalla visita al Parco dei Mostri di Bomarzo citato più in alto, una visita da cui è forse scaturita la decisione di non organizzare visite guidate per permettere ai visitatori di darsi da sé le risposte alle proprie domande). All’interno della sua area si possono osservare enormi statue in acciaio e cemento rappresentanti gli arcani maggiori dei tarocchi, rivisitati secondo una propria idea estetica, ricoperte da vetri, specchi e ceramiche colorate che rendono la visita un’immersione in un caleidoscopio di colori e riflessi.

Quell’ingranaggio in cima alla Torre si muove!

La visita tocca il cuore oltre che gli occhi, perché l’amore che De Saint Phalle ha profuso nella sua monumentale opera lo si riscontra anche da piccoli dettagli, pensieri vergati sui marciapiedi decorati o sulle opere stesse. Su una di queste c’è una sorta di lettera d’amore fantasiosa e commovente dedicata al suo secondo marito, Jean Tinguely, scomparso nel 1991 dopo tre decenni vissuti a stretto contatto (i due collaboravano anche artisticamente, e alcuni degli ingranaggi semoventi di Tinguely sono riconoscibili negli elementi del parco, ad esempio in cima alla Torre): il modo in cui affronta l’amore e il lutto con pochi fumetti dice molto sulla sua sensibilità, la stessa con cui si è premurata di costituire una fondazione allo scopo di preservare e mantenere la sua opera e che dalla sua morte, avvenuta nel 2002, gestisce e cura il parco in sua vece.

Lettera d’amore su idra multicolore

Perdetevi fra le sculture, godetevi gli effetti di luce e i riflessi, lasciatevi trasportare dalla fantasia e non perdetevi l’interno dell’enorme Papessa: un appartamento vero e proprio tutto composto da frammenti di specchi, in cui De Saint Phalle stessa ha abitato durante la realizzazione dei lavori.

Buon riposo!

La Scarzuola, Montegabbione (TR)

Il colpo d’occhio 2

Come il Giardino dei tarocchi anche la Scarzuola è la realizzazione della visione di una persona sola, in questo caso l’architetto milanese Tomaso Buzzi. Influenzato dalla lettura dell’Hypnerotomachia Poliphili, romanzo allegorico del 1499 che parla del sogno erotico di Polifilo vissuto quale vero e proprio viaggio iniziatico dal protagonista, Buzzi acquistò nel 1957 la proprietà di un ex convento francescano per costruire quella che alcuni definiscono la sua “città ideale”, concepita però attraverso la coniugazione di elementi architettonici e simbolici che creano fra loro relazioni volte a scatenare una trasformazione interiore.

Un dettaglio + me riflesso con la maglia degli Zeus!

Preparatevi a osservare riproduzioni di Partenone, Colosseo, Piramide e altro ancora unite in un’unica Acropoli, figure archetipiche che rimandano alle scoperte in campo psicoanalitico di Jung, un enorme anfiteatro ricoperto di simboli. Preparatevi anche al padrone di casa, Marco Solari, nipote di Buzzi e suo erede: fu lui a terminare l’opera alla morte dello zio, avvenuta nel 1981, e sarà la vostra guida durante la visita anche se ci tiene a precisare che “tanto non capirete un cazzo”.

Archetipi?

Nella sua descrizione della storia del posto la Scarzuola era una sorta di parco giochi dell’architetto, in cui si era spogliato delle proprie competenze per farsi bambino e creare una grande scenografia teatrale in continuo divenire, ma questo non sminuisce la sua valenza iniziatica. Per tutta la durata della visita guidata Solari sarà provocatorio e offensivo (il leit motiv “tanto voi non capite un cazzo” diventerà un mantra), ma i concetti di cui parla sono affascinanti e vale la pena seguirlo lungo il tracciato di questa opera visionaria, stando alle sue regole e prendendo ciò che di buono ha da dire…ed è molto.

Se il vostro ego è troppo grande evitate la Scarzuola, perché lei e il suo proprietario sono inscindibili l’uno dall’altra e per voi la visita sarebbe un’esperienza da dimenticare; se invece siete aperti alle esperienze e passate sopra a certi teatrini con niente più di un’alzata di spalle allora per voi si apriranno le porte di un’esperienza unica, in un luogo “terribile e notturno” ma foriero di riflessioni.

Abbazia di San Galgano, Chiusdino (SI)

Fate gli auguri agli sposi là in fondo, a cui abbiamo rovinato le foto del matrimonio

Nel racconto dei luoghi che io e la mia fidanzata abbiamo visitato ho cercato di inserire quasi sempre un dettaglio letterario, anche solo un semplice aneddoto, ma nel caso dell’Abbazia di San Galgano il legame è addirittura col mito, anche se il mito non è autoctono. Ma andiamo con ordine.

“Rubiamo il piombo che rinforza il tetto, cosa mai potrà andare storto?”

Costruita nei primi anni del 1200, l’Abbazia fu consacrata nel 1268 e da lì visse un secolo di splendore prima che gli stessi prelati che dovevano averne cura cominciassero a venderne i tesori, arrivando addirittura nel 1550 a vendere il rivestimento in piombo del soffitto. Quando nel 1786 un fulmine ne colpì il campanile, facendolo crollare sul tetto, la mancanza del piombo fu disastrosa per le sorti del complesso, che venne abbandonato e sconsacrato tre anni più tardi. Oggi la sua rovina è diventata il motivo per cui frotte di visitatori affollano le sue spoglie sale: un’intera Abbazia a cielo aperto è infatti uno spettacolo meraviglioso e insolito, certo più adatto a noi uomini moderni e senza dio che non ne abbiamo mai abbastanza di luoghi da poter postare su Instagram (l’ho fatto anche io).

San Galgano o Re Artù?

Ma chi era San Galgano? Rampollo di una famiglia nobiliare, dopo una vita disordinata e il servizio come cavaliere decise di farsi eremita, un voto che sigillò conficcando la sua spada in un masso per farne una croce. Ancora adesso la spada è custodita nel vicino Eremo di Montesiepi, costruito subito dopo la morte del santo nel 1181, e se una spada nella roccia vi ricorda qualcosa sappiate che la famosa estrazione compiuta da Re Artù entra a far parte della leggenda solo grazie al racconto in versi francese Merlino di Robert de Boron, poeta vissuto nella stessa epoca del santo. C’è un legame diretto fra i cavalieri della tavola rotonda e il santo toscano? Forse Avalon e Chiusdino non sono così lontane, e un santo che compie un gesto pacifico di rinuncia alla battaglia può aver ispirato la narrazione delle gesta guerresche di un re bretone da sempre sospeso fra storia e mito.

Andate in pace, Amen!

Ora avete un po’ di idee per le vostre prossime vacanze, fatene buon uso e nel frattempo leggete, ascoltate musica, aiutate l’arte e…vabbé, lavorate anche per mantenervi.

Pubblicato da Ficky

Nel (poco) tempo libero scrivo racconti, guardo film e serie tv, leggo libri, recito in una compagnia teatrale, partecipo a eventi culturali e vado a vedere un sacco di concerti. Ho scritto per anni di musica (Indie-zone, Stordisco, Asapfanzine) e spero di trovare il tempo di farlo ancora per molti anni a venire.

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