In presentazione di uno dei racconti su questo blog mi ponevo una domanda: perché il cinema horror non sfrutta il giorno e la luce come ambientazione? Per quanto sia difficile creare tensione senza utilizzare i cliché tipici del genere (soprattutto il jump scare è ormai abusatissimo, e utilizzato pure nei trailer per truccare da spaventoso un film con ogni probabilità banale) ci sono film che, negli ultimi anni, sono riusciti a sfruttare una buona dose d’inventiva per dire qualcosa di nuovo. Me ne vengono in mente tre in particolare, forse non perfetti ma in grado di portare una ventata di originalità nel genere.
I tuoi incubi non spariranno all’alba: Midsommar di Ari Aster

Qualche anno fa, durante una delle serate a base di film trash che organizzavamo fra amici, sono incappato in un piccolo gioiello di comicità involontaria che avrebbe fatto impazzire anche Ed Wood. Il film si chiama Il bosco 1, è un horror che fa il verso a La casa di Sam Raimi (se vi state chiedendo il perché dell’uno nel titolo sappiate che il regista, immotivatamente fiducioso, sperava di farne uno o più sequel) ma sbaglia più o meno tutto quello che si può sbagliare: movimenti di camera frenetici dopo i quali non succede niente, una trama a dir poco confusa, attori senza un briciolo di talento (la palma di migliore la vince a mani basse la poveretta che è stata costretta a recitare con un accento inglese ricalcato da quello delle imitazioni della Tatcher a Striscia la notizia) ed effetti speciali casalinghi lo rendono indimenticabile solo per chi, come me, riesce a entusiasmarsi di fronte alla bellezza dell’orrido. Perché ne parlo? Perché nel finale la protagonista, dopo essere sfuggita all’orrore del bosco (che ce l’ha messa tutta per farle avere salva la vita), arriva in una radura dove il sole la accoglie e lei ringrazia un fantomatico “signore della luce”: in un mondo giusto sarebbe finita direttamente in mezzo alla comunità di Midsommar.
Ari Aster, enfant prodige del cinema horror che già con Hereditary si era fatto parecchio notare (infilando anche lì delle scene che riuscivano a creare tensione senza bisogno delle ombre), con il suo secondo film ha deciso di alzare l’asticella e creare un horror che si svolge perlopiù alla luce del giorno. Trasportando in una comunità idilliaca in Svezia alcuni dei suoi feticci narrativi (famiglie problematiche in primis), Aster non cerca l’originalità tanto nella trama, perché sappiamo fin da subito che cinque giovani che si infilano in una festa pagana non potranno uscirne illesi, quanto nel modo in cui farla procedere. Midsommar si prende i suoi tempi, non ha fretta di mostrare ciò che la comunità sta preparando per i suoi festeggiamenti, ma quando lo fa il tutto accade con naturalezza e viene mostrato come se fosse una cosa normalissima…solo che di normale non c’è proprio niente.

Personalmente ritengo che il ritmo del film rallenti troppo in alcuni momenti, ma va dato atto ad Aster di avere una visione globale in cui anche i difetti fanno parte dell’estetica con cui ha deciso di raccontare la storia che aveva in mente. Sdoganare l’orrore alla luce del sole è poi, ovviamente, il suo maggior merito, e aspetto di vedere chi raccoglierà la sfida.
Il male che ti raggiunge lentamente: It follows di David Robert Mitchell.

David Robert Mitchell non è un nome noto dell’horror, tanto che il suo esordio dietro la macchina da presa è stato con una commedia romantica mentre il suo ultimo film, Under the Silver Lake, è un neo noir, ma quando nel 2014 fece uscire It follows riuscì ad attrarre l’attenzione degli appassionati. Questo piccolo horror indipendente, caratterizzato da un’estetica anni ottanta nonostante sia ambientato ai giorni nostri, è infatti riuscito a sfruttare in maniera del tutto originale l’idea della forza malvagia che ossessiona i protagonisti.
La trama gira intorno a una sorta di maledizione che si trasmette sessualmente, come fosse una malattia venerea: chi ne viene infettato deve “disfarsene” alla stessa maniera, pena l’essere perseguitato da un’entità che assume forme sempre diverse e non si ferma di fronte a niente. Il concetto è abusato, ma l’idea interessante è quella di dipingere le figure che perseguitano la protagonista come persone qualunque, indistinguibili a una prima occhiata (ma hanno sempre qualcosa che non va), e soprattutto caratterizzate dalla lentezza. Con questa precisa scelta il regista riesce a creare un tipo diverso di tensione, perché non è tanto la pericolosità della forza sovrannaturale a permeare il film quanto la sua inesorabilità: sfuggire alle sue manifestazioni è relativamente semplice (spesso le apparizioni sono annunciate platealmente), ma doverlo fare per sempre logora mentalmente…e come ulteriore scherzetto la maledizione è anche retroattiva, ovvero torna a chi l’ha passata se la vittima successiva viene uccisa. Un incubo potenzialmente senza fine, come quelli che non svaniscono alla luce del sole.
Soffrire per un male superiore: Martyrs di Pascal Laugier.

Rispetto ai due casi precedenti Martyrs è un elemento anomalo. Uscito nel 2008, nel pieno di una riscoperta del genere horror in Francia iniziata con Alta tensione di Alexandre Aja, l’opera seconda di Pascal Laugier venne associato anche a una corrente cinematografica piuttosto controversa: il torture porn.
Termine coniato principalmente per film come Hostel e Saw – L’enigmista (ma applicato retroattivamente, scopro da una veloce ricerca, anche a film come Salò o le 120 giornate di Sodoma), il torture porn è un sottogenere del cinema horror caratterizzato dalla notevole brutalità e dalla presenza a vario titolo di elementi come mutilazioni, sadismo, nudità e tortura. Ma se Hostel usa un semplice pretesto per giustificare la sua violenza (ricchi che pagano per torturare la gente) e Saw, alzando un poco l’asticella, esplora una motivazione più profonda ma comunque personale per le azioni di Jigsaw, Martyrs fa ancora meglio e porta tutto su un piano ancora più alto.
Il film si apre con una ragazzina, Lucie, che fugge da un magazzino abbandonato, dopo essere stata costretta a subire delle torture. Diventata adulta, ma ancora traumatizzata dall’esperienza, cerca vendetta uccidendo tutti i membri di una famiglia che, stando alle sue ricerche, sono coloro che l’hanno segregata anni prima. La accompagna Anna, un’amica cresciuta con lei in orfanotrofio, che di fronte alle azioni di Lucie viene però attanagliata dai dubbi sulla sanità mentale della ragazza, sulla colpevolezza delle vittime e, soprattutto, sui motivi che hanno portato alle torture subite. Laugier non ha fretta di scoprire le proprie carte, mantenendo a lungo l’interrogativo riguardo a quanto le azioni di Lucie abbiano o meno senso, ma quando lo fa il film prende tutta un’altra piega. Senza fare spoiler, cosa che ho cercato di evitare lungo tutto il corso di questo articolo (ok, tranne che per Il bosco 1), posso solo dire che la posta in gioco si alza notevolmente, e la motivazione di tanta violenza diventa una questione universale: quanto è giustificabile il male se viene perpetrato per un “bene” superiore? La genialità di Martyrs, a mio parere, sta proprio qui, nel rendere l’efferatezza delle sue scelte funzionale al racconto e non usandola come mezzo sensazionalistico. Nota a margine: la Blumhouse, solitamente garanzia di buoni risultati a fronte di bassi budget (un esempio? Scappa – Get out), ha prodotto un remake del film nel 2015 che, come succede quasi sempre, non riesce a essere all’altezza dell’originale.
In maniere completamente diverse Midsommar, It follows e Martyrs rappresentano validi esempi di come elementi scenici (la luce), di ritmo (la lentezza) e di senso (la motivazione) possono essere usati per dire qualcosa di originale all’interno del cinema dell’orrore. E voi quali film pensate debbano assolutamente essere ricordati per carica innovativa negli ultimi anni? Segnalatemeli nei commenti, e ampliamo insieme la filmografia necessaria per un nuovo cinema horror.
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3 pensieri riguardo “Idee per un nuovo cinema horror”