Racconto in musica 219: Trema (Maruja – The invisible man)

Chissà dove andremo a finire. Quante volte avete sentito questa frase, sentendo i commenti a un qualsiasi fatto di cronaca? Ora potrei tirare fuori la solita storia del papiro egizio in cui l’autore si lamentava della deriva morale e individualista dei suoi tempi (2000 a.C., all’incirca), rimarcare che si stava meglio quando si stava peggio solo perché noi non c’eravamo o ci siamo dimenticat* delle difficoltà che abbiamo affrontato, ma al di là dell’ipotetica (e sicuramente fallace) classifica dei momenti storici migliori in cui vivere devo ammettere che questo non sembra uno di quelli. La guerra in Ucraina, il massacro perpetuo a Gaza, le manovre indecifrabili di Trump, il regime liberticida in Iran, e se vogliamo scavare ancora un po’ e farci venire più angoscia ci sono le guerre civili in Sudan e Myanmar, il primato per condanne a morte dell’Arabia Saudita…

Ma siamo qui a parlare di musica, e magari anche a cercare di gettare un po’ di ottimismo a manciate che chissà, magari cresce, uuuuuh guarda come viene su bene! E così l’interrogativo “chissà dove andremo a finire” io me lo gioco pensando ai Maruja e alla loro musica in continua mutazione.

Storia strana quella della band di Manchester, nata nel 2014 ma arrivata solo nel 2025 al suo primo album ufficiale. Il nucleo iniziale ruota intorno a Harry Wilkinson (voce e chitarra) e Matt Buonaccorsi (basso), amici d’infanzia e compagni al College della città britannica, cui si uniscono il chitarrista Liam Laurence e “un batterista”, che se contiamo che ci suona insieme quattro anni fa veramente tristezza che non si sappia nemmeno il suo nome. Ciò che combinano fino al 2019 sono svariati Ep che disconoscono al momento dell’uscita di Laurence dalla band, causa divergenze creative, forse create anche dall’arrivo di un nuovo batterista (che stavolta un nome ce l’ha, Jacob Hayes) e dall’innesto del sax di Joe Carroll, un elemento che caratterizzerà pesantemente il corso musicale del quartetto.

Perché già, che fanno i Maruja? Se valutiamo Connla’s well, il secondo dei due Ep che sfornano fra il 2023 e il 2024 (il primo si intitola Knockarea, ma ammetto di dover ancora recuperarlo), la definizione è più o meno una cosa del tipo “jazznoisehiphoppostpunk”. Chiaro? Sono sicuro di no, ma le cinque tracce dell’Ep mostrano una band che al di là delle categorie sa benissimo cosa fare e come farlo: il drumming nervoso di Hayes, il basso cavernoso di Buonaccorsi, il sax infernale di Carroll creano un terreno melmoso su cui le liriche serrate di Wilkinson e le sue schitarrate noise si appoggiano con naturalezza, creando uno scenario da quadro di Bosch che si tramuta nella pastorale Arcadia quando si arriva all’ultimo brano del lotto, Resisting resistance, che mostra un lato della band che il seguente disco espanderà all’inverosimile.

The vault esce pochi mesi dopo Connla’s well, il 30 agosto 2024, e fa capire cosa significava quel brano di chiusura così differente dal resto. Basta già l’iniziale Breaking inertia a far capire che siamo su un altro pianeta, perché dura venticinque minuti in cui i Maruja giocano a fare, alla loro maniera, i Godspeed You! Black Emperor e cazzo, gli riesce bene. Sei brani per un’ora abbondante di musica, la messa in “bella” del massiccio lavoro passato in sala prove a jammare, qualcosa di completamente diverso e spiazzante eppure altrettanto piacevole che la band decide di regalare, mettendolo in ascolto gratuito sulla loro pagina Bandcamp e su YouTube, chiedendo un contributo volontario solo a chi se lo può permettere. Io sono già innamorato con questa dichiarazione d’intenti, per fortuna se ne innamora anche l’etichetta Music For Nations e arriva il momento del primo album “vero” dopo un decennio di attività. E che album.

Se avete come me la fissa delle classifiche di fine anno e siete appasionat* di rock, metal e affini è altamente improbabile che non vi sia capitato di vedere Pain to power dei Maruja nelle prime posizioni della classifica. Chissà dove andremo a finire, si diceva, e la band di Manchester ha finito per fare una sintesi del loro approccio roboante e di quello atmosferico, creando un’opera incredibile che muta continuamente atmosfera, un mondo sonoro dove si incontrano paradiso e inferno. Look down on us ha delle parti di sax che farebbero invidia agli Zu più maligni e Wilkinson ci rappa sopra con la foga di uno la cui vita dipende da quelle parole, Break the tension fa esattamente quello che propone il titolo, ma nella furia primigenia si aprono improvvisi squarci di poesia come Saoirse e la quasi esclusivamente strumentale Zaytoun. È un esempio rarissimo di equilibrio degli opposti, ben esemplificato dal modo in cui inizia (Bloodsport, serrata e con uno dei bassi più sporchi della storia) e finisce (Reconcile, nove minuti di malinconia jazzata), che trova la sintesi nella già citata Look down on us, che fa tutto e di più e se non la si inserisce almeno nella top ten delle migliori canzoni uscite nel 2025 io non so cosa ci debba stare dentro. Me li sarei potuti vedere anche dal vivo, passati in Santeria a Milano se non erro a novembre 2024, ma ho passato la mano perché era di sabato e non volevo gravare la mia compagna dell’ennesimo ascolto estremo dopo un periodo in cui l’avevo già messa a dura prova (grazie amore per sopportare i miei gusti strambi): tornano sul luogo del delitto il 13 aprile e porco cazzo, i biglietti sono già sold out, ma mi sono messo in lista d’attesa e incrocio le dita.

The invisible man è la seconda traccia di Connla’s well, un viaggio musicale mutevole in cui le immagini evocate dal testo di Wilkinson cercano di evocare lo stress mentale provato durante la pandemia da lui quanto dalle persone amate che gli stavano intorno. Non mi sono ispirato direttamente alle parole o alla musica per questo racconto, quanto alla frase “andrà tutto bene” che ci ripetevamo in quel periodo storico e che forse dovremmo ricordare più spesso: nella storia di un lui e una lei che si conoscono durante un evento inspiegabile ho messo la speranza di un segno, di una risposta netta a ogni dubbio, che è un po’ quel che spesso ci manda avanti e a cui forse dovremmo imparare a non aggrapparci. Trovate il racconto più in basso, dopo il brano e i miei auguri di buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero l* artist* accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

Scarica la fanzine di Tremila Battute: numero Zero, numero Uno, numero Due e numero Tre.

Trema


Il primo a tremare è una nuova edizione dell’Ulisse di Joyce. Lui sta leggendo da un libro la frase Quasi tutti i messicani hanno paura delle donne, lei sta curiosando nello scaffale della saggistica, gli altri sono sparpagliati per la libreria. Dopo Joyce cadono in ordine sparso volumi celebri e meno celebri, qualcuno colpisce le persone e tutti urlano o pensano È il terremoto, è il terremoto. Lei si protegge la testa con le mani, accucciata, lui è vicino e si appoggia allo scaffale per farle scudo col corpo. Dura tutto neanche un minuto, fuori da lì non è successo nulla. Sono tutti scossi a parte la ragazza che sta dietro la cassa, pensa ai libri da mettere in ordine e poi, con un fugace sorriso, ai giornalisti che la intervisteranno.

Lui e lei vanno a bere qualcosa insieme. Lui propone un tè, lei preferisce un cocktail anche se sono solo le tre del pomeriggio. Parlano di quello che è successo, di cosa potrebbe averlo causato, lei parla di magia e lui di un film degli anni 80, o forse fine 70, non ricorda bene. Passano la serata insieme, bevono ancora, decidono di rivedersi e forse è l’amore a convincerli, forse è il trauma condiviso, forse l’alcool. Un mese dopo lui dorme da lei per la prima volta, e c’è già stata una notte in motel.

Iniziano a conoscersi, a capirsi meglio, poi a non capirsi. Lui è riservato, sul divano nelle serate passate insieme regnano presto i silenzi: teme sempre di risultare goffo e dire la cosa sbagliata, e lei è stanca di sacrificare argomenti all’altare della conversazione. Hanno gusti simili ma non così sovrapponibili in termini di divertimento, di vacanze, di piani per il futuro: il sesso è ok, ma ok può bastare e non può bastare. Tornano ogni tanto alla libreria dove si sono incontrati la prima volta, aspettandosi che succeda ancora qualcosa, ma non succede niente. Una domenica pomeriggio parlano a lungo, senza recriminazioni reciproche. Si lasciano ripromettendosi di rimanere amici, senza crederci e sperando di risultare credibili.

Si incontrano di nuovo qualche mese dopo, fuori il clima è glaciale. Non hanno smesso di frequentare la libreria, così come gli altri avventori di quella giornata: è la prima volta che si ritrovano tutti, anche la commessa che sfodera la stessa smorfia annoiata. Ognuno vede negli occhi degli altri una sorta di attesa, qualcuno si avvicina alla porta e resta lì con la mano a mezz’aria, lui e lei si guardano intorno e poi si fissano, a lungo. Restano tutti col fiato sospeso per qualche minuto, anche la commessa si accorge che c’è qualcosa di strano. I libri restano al loro posto.

Lei esce senza che lui se ne accorga, mentre compra il libro che sfogliava quel giorno. Cerca un senso a quanto successo fra quelle parole, ma non lo trova. Si vedono ancora, sempre alla libreria, tenendo in qualche modo fede a una promessa a cui non credevano. Un giorno un libro cade di schianto mentre parlano, ma era solo in equilibrio precario. Ridono, anche se qualcosa gli fa venire voglia di piangere.

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Pubblicato da Ficky

Nel (poco) tempo libero scrivo racconti, guardo film e serie tv, leggo libri, recito in una compagnia teatrale, partecipo a eventi culturali e vado a vedere un sacco di concerti. Ho scritto per anni di musica (Indie-zone, Stordisco, Asapfanzine) e spero di trovare il tempo di farlo ancora per molti anni a venire.

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