Racconto in musica 216: La casa la pulirà Rosa (I Camillas – La canzone del pane)

Spesso (forse non così spesso) mi chiedo se queste lunghe premesse e gli articoli introduttivi non siano controproducenti. Essendo una (aspirante) rivista letteraria dovremmo occuparci solo dei racconti, lasciare spazio solo a loro e sradicare l’approfondimento musicale? Le persone che frequentano questo luogo virtuale sono interessat* alle mie chiacchiere, passano oltre o vengono respinte da esse? Si può veicolare la musica senza parlarne per così tanto spazio (in fondo agli inizi lo facevo, poi la mania del completismo…)? Quale che sia la risposta giusta, oggi è uno di quei giorni in cui il problema si risolve da sé perché lasciamo quasi tutto in mano a Matteo Aschedamini nel tornare a parlare de I Camillas.

Matteo è entrato da poco nella famiglia di Tremila Battute, ma ha già deciso di ritornare sul luogo del delitto. Classe 2004, laureando e appassionato tanto di narrativa quanto di poesia, lo abbiamo accolto con questo suo racconto ispirato dai Vintage Violence e siamo sicuri che lo rivedremo ancora da queste parti. Per l’occasione gli abbiamo chiesto anche di occuparsi di presentare l’ahinoi ormai disciolta band (noi lo avevamo già fatto), e lui è riuscito a trasmettere la passione per la musica de I Camillas senza sbrodolare alla nostra maniera.

“C’è qualcosa nella musica de I Camillas (Zagor/Mirko Bertuccioli, Ruben/Vittorio Ondedei, Michael/Enrico Liverani, Theodore/Daniel Gasperini) che sembra aprirsi e chiudersi intorno a noi come una porta girevole. Ti avvicini e swoosh, sei chiuso dentro, e intorno tutto prende a girare, un tizio ti prende per le spalle e ti fa la linguaccia. Il loro stile, giocoso e dal doppio modulo dolce-amaro, buffo-serio, crea mondi paralleli per chi li ascolta. La musica è canzonatoria, la voce narra, gli strumenti si riscoprono materiale da disegno, matite che tracciano le forme dei micro-spazi delle loro canzoni. Ogni brano è una stanza minuscola con una finestra aperta sul giardino. Un esempio lampante di questo modo di fare musica è La macchina motivazionale. Una sola parola ricorre e ricorre: “Dai!”.

E con il solo “Dai!” dicono tutto quello che devono dire: salgono, scendono, cadono, si rialzano. Non è raro sentirli fare versi (vedi Bisonte), spernacchiare, fare smorfie, ululare. Perché I Camillas con la musica ci giocano sempre, anche — e soprattutto — quando sono seri. Il gioco è parte della loro etica e della loro grammatica. Dal 2004, quando Zagor e Ruben hanno fondato il gruppo a Pesaro, I Camillas sono passati per Colorado e Italia’s Got Talent, hanno scritto libri e, soprattutto, hanno prodotto rituali poetici solo lontanamente etichettabili come concerti. Purtroppo, nel 2020 il gruppo ha perso la voce di Zagor, venuto a mancare durante la crisi del Covid-19. Ma non rattristiamoci troppo: come dicono I Camillas: Sanguinare non è una cosa proibita (Sbranato).

Un gruppo sciolto non è un gruppo finito, è un gruppo in uno stato fisico diverso. Il loro album di maggior successo, Le politiche del prato, evoca un ambiente quasi fiabesco, con uno stile che sembra sbucare da un’Alice nel Paese delle Meraviglie indie e sghemba. C’è quel senso di erba altissima, di oggetti parlanti, di lucciole intelligenti. È un mondo prativo, come se nei fili d’erba nascessero antenne. Questo racconto cerca di simulare La canzone del pane, e aprire sulla pagina anche solo un piccolo scorcio, per dare un’occhiata alla vita del prato, in mezzo all’erba alta.”

Da quel piccolo scorcio che Matteo apre si vede molta vita, perché il racconto che ha tratto dal testo evocativo ma stringato de La canzone del pane allarga molto l’obiettivo, tanto da lasciare incuriositi riguardo alle dinamiche del piccolo paesino in cui all’improvviso, una mattina, succede il finimondo. A voi il piacere di scoprire l’elemento scatenante del pandemonio, a me quello di augurarvi buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero l* artist* accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

Scarica la fanzine di Tremila Battute: numero Zero, numero Uno, numero Due e numero Tre.

La casa la pulirà Rosa, di Matteo Aschedamini


Tre ore sul tetto volarono via insieme alle reggicalze che erano finite su di un tiglio e pendevano bianche ed inequivocabili.

Il Commissario L’Innamorata considerò tre volte l’ipotesi del suicidio. La prima come tesi, la seconda come antitesi, la terza come sintesi.

Marinello lo chiamò da sotto. “Commissario! È ancora là sopra?”

L’Innamorata rabbrividì. Dove si trovava?

Scese al piano di sotto. Marinello chiuse la porta della casa e chiese: “Signor Commissario, manderemo qualcuno a fare le pulizie non appena avrà confermato che non si sono portati via altro.”

“Altro! E che cazzo si dovevano portare via di altro?”

Marinello strinse come un asparago le braccia lungo i fianchi, e chiese ancora a bassissima voce, quasi impercettibilmente: “Le pulizie della casa?”

“La casa non la pulisce nessuno. La pulirà Rosa. Punto.”

“Ma…”

Il Commissario, boccheggiando, scese per strada. Tutto il paese si era attorcigliato come un pezzo di intestino intorno al cortile. I villani spiavano senza senso del pudore verso l’interno della casa. Le donne bisbigliavano in cerchio, facendosi con le mani portatrici di una verità e poi di un’altra ancora.

Il Commissario prese la parola. “Ora, chi ha rapito mia moglie”, disse tremando, “io per adesso non lo posso sapere…ma giuro su Dio, Dio che mi è testimone, che costui…”

Marinello, intuendo che il suo superiore stava per minacciare i civili, si scaraventò davanti alla platea e concluse: “…Ha le ore contate!”

L’Innamorata fece per riconquistare la parola, quando davanti ai suoi occhi vide un secondo presagio di morte: Camillo, il pazzo del paese, che camminava lungo la via con al guinzaglio una volpe.

“Camillo!”, berciò il Commissario, “Camillo lei deve lasciare andare quella povera bestia!”

Camillo non intendeva, e continuava a passeggiare, sorridendo.

“Camillo, non è autorizzato a portare in paese un animale selvatico! Mi ha capito?”

Camillo ancora non capiva; fermatosi per schivare una cacca depositata sul selciato, si chinò e diede una carezza alla volpe.

L’Innamorata divenne rosso. Gocce scendevano dalla sua fronte disegnando lunghe linee verticali. Marinello, per innocenza, non si avvide di ritirare al Commissario l’arma da fuoco. La folla reagì solo alla canna, nera e dura, che scivolava davanti ai loro occhi. Indietreggiarono tutti di un metro.

Dopo un gran botto, la volpe cominciò a guaire. Camillo afferrò l’animale e si mise a correre. Un altro colpo echeggiò nel vuoto. Il Commissario volò al suolo insieme a Marinello. La folla li assorbì.

Nessuno si curò di vedere come stava Camillo, tanto che quello era già sparito. Quando arrivò alla sua tana, lasciò libera la volpe. A passi ingarbugliati raggiunse il gabbione ed estrasse dal giubbotto un sacchetto di carta con un filone di pane bianco.

“Rosa?”, disse sollevando il tendone, “hai fame?”

Rosa non rispondeva.

“Starai certamente meglio, per adesso pensa a mangiare qualcosa. Ti ho portato del pane…”

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Pubblicato da Ficky

Nel (poco) tempo libero scrivo racconti, guardo film e serie tv, leggo libri, recito in una compagnia teatrale, partecipo a eventi culturali e vado a vedere un sacco di concerti. Ho scritto per anni di musica (Indie-zone, Stordisco, Asapfanzine) e spero di trovare il tempo di farlo ancora per molti anni a venire.

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