Una delle prime cose a cui ho pensato quando ho deciso di organizzare le vacanze estive in Corea Del Sud è stata “devo trovare qualche locale in cui suonano”. La scena musicale di paesi così lontani ci arriva piena di approssimazione, così come presumo faccia la nostra esportando Laura Pausini in Sudamerica invece di, che so, gli OvO (che comunque un loro successo all’estero ce l’hanno comunque), e volevo scoprire in loco cosa c’è oltre il k-pop e le sigle dei k-drama. Ci avevo già provato in Giappone, e il risultato era stato un concerto pomeridiano in una sala prove con tre band locali e un trio strumentale thailandese (i Faustus): quest’estate ci ho riprovato, informandomi preventivamente sui locali in cui potevo trovare concerti ma, pensa un po’, ad agosto pure lì la maggior parte chiude per ferie. Ma non il Jebi Dabang, nel quartiere universitario Hongdae di Seoul (consigliatissimo come zona dove soggiornare). Non l’Ovantgarde, vicino alla spiaggia di Gwangalli a Busan. All’Ovantgarde ho scoperto addirittura un concerto dei Say Sue Me, fra le prime band protagoniste di questo blog… ma era il giorno prima che arrivassimo lì. Invece il Jebi Dabang organizzava concerti tutte le sere, ma non tutte le sere potevano andarci: quando l’abbiamo fatto siamo scesi al piano di sotto, in una minuscola sala dove, seduto su uno sgabello grosso come una mia chiappa, ho visto… una band che faceva cover di Jimi Hendrix. Bravi eh, ma comunque una cover band. È stato l’unico concerto che ho visto. Insomma, io mi ero fatto certe aspettative, e non sono state esaudite: comunque la prossima volta, se ci sarà una prossima volta, ci riprovo, e stavolta magari mi capita di finire a vedere una band come i Soumbalgwang.
C’è da dire che, oltre che sui locali (qui ne trovate un lungo elenco su Reddit, nel caso capitiate da quelle parti e vi vada della musica dal vivo), mi ero preventivamente informato anche su alcune band, scandagliando le date dei vari posti e andandomi poi ad ascoltare chi ci suonava (un livello di ricerca che fa molto serial killer). I Soumbalgwang, originari di Busan, sono saltati nelle mie orecchie così, e tutto ciò che posso dire su Kang Dong-soo, Kim Seong-been, Ma Jae-hyun e Park Seong-gyu (che è la formazione attuale, vi risparmio i nomi degli ex componenti dato che non vi so dire nemmeno chi suona cosa) è basato sulla loro musica, ché trovare informazioni in coreano non è così semplice. Attivi dal 2016, fanno uscire il primo Ep Huh nel 2019 con l’etichetta Osoriworks (che pubblicherà tutti i loro dischi) e, sarò onesto, non è granché: indie piuttosto blando, un accenno di garage rock nella conclusiva Dance dance e una personalità ancora in formazione. Il primo album arriva l’anno dopo, nel settembre 2020 post-intra-pandemico, e basta arrivare alla seconda traccia Sunshine per capire che Fuze ha una marcia decisamente diversa: il cantato diventa quasi screamo, l’atmosfera è solare ma molto più energica, qualche brano si butta sull’indie-folk ma la maggior parte sembra più prendere ispirazione dal punk hardcore, pur ammorbidendolo molto. Altro anno, altro giro di giostra e altro album: Happyness, flower esce nel 2021 e porta nuovi cambiamenti, mostrando una band pienamente consapevole dei propri mezzi e ancora più fantasiosa. Il quartetto vira sul post-hardcore e si candida ad alternativa coreana agli At The Drive-In che nessuno aveva chiesto ma di cui c’era bisogno, perché la voce è espressiva tanto nei sussurri quanto nelle (abbondanti) grida, le chitarre sono efficaci sia negli incroci melodici che nei momenti noise e basso e batteria fanno un amalgama denso e roccioso che dona energia anche a brani più morbidi come Eve. A questo punto la maturazione sembra raggiunta, il cammino sembra coerente anche nelle sue svolte più rumorose, ma nel 2024 i Soumbalgwang decidono che la luminosità non gli piace più.
Fire & light è l’ultimo disco della band coreana ed è un tuffo in un’oscurità densa, pur ammantata dell’energia affinata con le prove precedenti: l’andamento cadenzato di Black, la drammaticità delle chitarre in Hammer, lo spoken word alternato e/o sovrapposto alle urla di Room sono alcuni esempi del nuovo corso intrapreso, tutt’altro che indigesto e capace di mantenere alta la curiosità per il futuro. E vorrei tanto dirvi anche di cosa parlano i loro testi, qual è la loro visione del mondo e cosa li ha portati all’ultima svolta della carriera ma ehi, in diciassette giorni di Corea ho imparato che per ringraziare l* altr* automoblist* bisogna fare le quattro frecce e poco altro, di sicuro non la lingua e sì, i Soumbalgwang hanno i titoli in inglese ma cantano in coreano: fidatevi e ascoltateli comunque che sembrano dei bravi ragazzi oltre che degli ottimi musicisti.
Sun è la settima traccia di Happyness, flower, forse il brano in cui la carica punk-hardcore dei Soumbalgwang si esprime più chiaramente, due minuti e venti di furia gioiosa che, prendendo spunto dalla traduzione approssimativa del testo, ho provato a trasformare in racconto. L’ambientazione è ispirata al Gamcheon Village, una delle mete più visitate di Busan, quartiere popolare rivalutato attraverso murales e installazioni artistiche che in alcuni punti sembra il classico paese dei balocchi studiato per i turisti e in altri mantiene il suo carattere di luogo che non si sarebbe mai aspettato di entrare nei radar del turismo di massa: pare sia uno dei rari (se non l’unico) esempio di gentrificazione che non ha portato a un’espulsione economica degli abitanti, ma i protagonisti della storia sono comunque giustamente diffidenti verso questo tipo di operazioni e potete leggere le loro azioni e reazioni più in basso, subito dopo il brano e il mio augurio di buon ascolto e buona lettura.
Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero l* artist* accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).
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Sparare al sole
Dicono tutti che è matto e lo dico anch’io, lo dico da una vita anche se non è che sia al mondo da così tanto, ma abbastanza da capire che se passi le giornate a guardare il sole o a indicarlo col dito o a urlargli contro allora con la testa tanto non ci stai. Lo dicono gli anziani, lo dicono i giovani, lo dicono quelli che si mangiano i soldi con le scommesse e poi si lamentano che a lui lo mantiene lo stato, che pure è vero e magari mantenessero me così, lo dice anche mio papà che è uno rispettoso e gentile ma quando si tratta di lui il massimo che riesce a dire è che be’, ci tiene lontano i turisti almeno da qua, che se no questa scalinata ce la troveremmo intasata di gente sudata col telefonino in mano.
(Ricordo che ci passavo le serate con mio nonno su quei gradini. Guardavamo le stelle tutti insieme, io, lui e i vicini, il matto no perché lui ce l’aveva solo col sole. Nonno aveva fatto la guerra, mentre guardavamo le stelle tirava fuori sempre gli stessi aneddoti, sempre e solo di notte e sempre e solo su quella gradinata. Quando gli chiedevo qualcosa durante il giorno si limitava a dire che per un po’ sembrava che avrebbero vinto gli altri, poi sembrava che avremmo vinto noi e poi si era finito così come s’era iniziato. Se non era notte e gli chiedevo se ne era valsa la pena mi diceva oooh, certo che sì!, poi indicava le case attorno e non aggiungeva altro).
Dicono che è matto e se ne sono accorti tutti, è finito anche su Internet e adesso da fuori dicono che ci fa fare brutta figura, che dovrebbe stare in una struttura, che il quartiere non è adatto per la sua situazione, ma è il nostro matto e a noi di fare brutta figura non ci interessa perché mio nonno faceva fare brutta figura, mio padre fa fare brutta figura e anche io faccio fare brutta figura se sto fuori da qua, dove invece sono una figurina da attaccare sull’album del cazzo di qualcuno che ha deciso che le nostre case sono caratteristiche e che siamo l’anima di un paese a cui non gliene è fregato mai niente di noi. E allora il nostro matto ce lo teniamo e ce lo coccoliamo, gli facciamo scudo attorno e siamo disposti anche noi a sparare al sole quando verranno a prenderlo, se ci verranno, se avranno il coraggio di presentarsi a dirci cosa dobbiamo fare ancora una volta. Che poi mica ce l’hanno il coraggio, no, va a finire che spaventano i turisti e poi quelli mica tornano più, e forse forse potremmo darglielo il nostro matto se servisse a mandarli via perché almeno non mi alzerebbero ancora l’affitto di sta bettola dove abito. Ma vuoi mettere la soddisfazione di non dargliela vinta?
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