Sto leggendo in questi giorni, in contemporanea con una raccolta di racconti di cui è probabile che vi parlerò, il saggio Confini di Lea Ypi, filosofa, professora di Teoria Politica e scrittrice albanese di cui ho scoperto l’esistenza grazie a questa puntata del sempre prezioso podcast Globo (la puntata è sicuramente ascoltabile per l* abbonat* a Il Post, ma essendo un link regalo il primo o i primi dieci che lo apriranno dovrebbero avere accesso libero: scusate l’imperizia ma è la prima volta che lo faccio). Il saggio, almeno fino al punto cui sono arrivato ora, si interroga in maniera critica sul senso di dover legare il diritto alla cittadinanza a conoscenze linguistiche e sociali della cultura predominante, soffermandosi anche sulla stortura delle agevolazioni (quando non automatismi) che permettono a chi ha un capitale da investire di ottenerla solo in base alla propria ricchezza. Questo è il punto base per alimentare il troppo sopito conflitto di classe, auspicando che la lotta fra pover* alimentata dalle destre nazionaliste su base etnica ridiventi una lotta al capitalismo, il motore escludente per eccellenza. L’ho fatta molto breve per incuriosirvi ed evitare castronerie, ma se ve ne ho parlato in questa introduzione, oltre a ritenere il saggio una lettura costruttiva che mi sta aiutando ad ampliare lo sguardo, è perché penso che le Fucksia, pur non conoscendole di persona, sarebbero d’accordo con molti dei ragionamenti di Ypi.
Ho già aperto varie volte il tema “musica vecchia al corteo del 25 aprile”, e quest’anno non ho sentito grossi cambiamenti: grazie al suggerimento di una ex collega della mia compagna però ho partecipato alla festa milanese di Partigiani in ogni quartiere, subito dopo il corteo, e al fianco di un immarcescibile ‘O Zulù c’erano anche leve abbastanza recenti della musica impegnata, come i Rootical Foundation, pur sempre prossimi al traguardo dei vent’anni dalla prima pubblicazione, e le già nominate Fucksia, la cui formazione è invece molto più recente. Band italo brasiliana composta da Mariana Mona Oliboni, Marzia Stano e Poppy Pellegrini, il trio si forma a gennaio 2021 “tra le dune digitali del deserto post pandemico”, come recitano le note biografiche sul sito della loro etichetta Elastico Records, un deserto che decidono di animare con un connubio musicale che leghi tutto il punk del mondo, la musica da rave e una fortissima impronta politica, transfemminista e queer: prendendo dei riferimenti un po’ datati, perché io sono pur sempre prossimo ai cinquanta e non sempre aggiornato su ogni corrente della musica bella che soffre (spesso) la fame, un po’ Atari Teenage Riot e molto Le Tigre, uno dei tanti progetti della multiforme carriera di Kathleen “Bikini Kill” Hanna. Tutta questa carica caotica, danzereccia e militante il trio la porta in pieno sul palco, e di palchi ne girano parecchi già dopo la pubblicazione di Twelve, uscito ad ottobre nello stesso anno della formazione della band e suonato in svariati festival e centri culturali sia in Italia che in Europa. Raggiunto dopo pochi mesi da una versione remix curata da artist* della scena elettronica queer italiana, Twelve è un’introduzione più electro che punk al mondo delle Fucksia, suadente, ritmato ma non ancora scatenato come accadrà in molti dei brani di Exagerat3, il disco che esce a maggio 2024.
Condito da featuring nazionali (So Beast, Andy, MC Nill) e internazionali (la rapper argentina Chocolate Remix), il disco è un inno di vitalità lungo tutti i suoi nove brani, cantati e urlati in inglese e italiano. Dall’esortazione ad usare il proprio corpo come arma di protesta dell’iniziale Body fino alla filastrocca disco-rap Occhio perdente (“remake” musicale del brano Ciurma anemica dei Killanation) con cui si conclude il disco, passando per l’omonima F.U.C.K.S.I.A. (vero e proprio codice identificativo della band che sta per freak, united, candies, k-hole, sisters, insane,amazing), le rime anticapitaliste serrate di MC Nill alternate a ritornelli techno-punk di Nobody needs e la glorificazione della parola come elemento di cambiamento della realtà nel synth pop sensuale di Give a damn, le Fucksia ricodificano e sonorizzano un mondo in cui il piacere femminile non è un tabù (Tem quem toca), la notte è fatta per divertirsi e ballare (Deeper) e la libertà di essere chi si vuole essere senza recare danno all* altr* regna sovrana. Un mondo ideale che beat dopo beat appare sempre più auspicabile.
In un mondo ideale non staremmo vedendo da più di un anno e mezzo scene come quelle che succedono a Gaza e in Cisgiordania (perché non dimentichiamo che, con una diversa e subdola intensità, l’esercito israeliano sta espropriando illegalmente molti territori palestinesi anche lì), e non servirebbero canzoni come Muro di casse (che ha lo stesso titolo di un fantastico romanzo-saggio di Vanni Santoni) per ribadire qual è la parte giusta da cui schierarsi. Singolo uscito ad ottobre 2024, affiancato da un remix realizzato pochi mesi dopo da Play Go (il cui ricavato verrà devoluto totalmente al progetto Women With Gaza), la canzone ha una forza trascinante sia su disco che dal vivo: per la storia che ho deciso di associare alla canzone sono debitore della lettura di Confini e di quella che è stata probabilmente l’ultima bella puntata di The walking dead, spunti che hanno creato il controverso humus per il racconto. Lo trovate come al solito subito dopo la canzone che lo ha ispirato, a me non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.
Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero l* artist* accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).
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La marea
Non è stato semplice per un cazzo. Mia madre ha smesso di parlarmi, mio padre ci ha messo di più prima di dirmi che era troppo difficile. Ho bruciato i ponti con tutta la famiglia, a parte un cugino che mi diceva che anche a lui gli immigrati stavano sul cazzo.
La militanza politica ti dà il potere di cambiare le cose, e io sono l’unico che ha capito che certe cose andavano fatte. Che bisognava lasciarsi trascinare dalla corrente, invece di combatterla. Gliel’ho detto, ai miei compagni di partito, dovevo dirglielo in faccia che me ne andavo, che le loro strategie per me non funzionavano più. Meglio i blocchi, meglio i trasferimenti forzati. Meglio il muro.
L’idea del muro non è stata mia, ma io ho sposato la causa fin dall’inizio. Ero a ogni comizio, presente ogni volta che se ne discuteva in aula, quando ho fatto casino abbastanza da arrivarci, nell’aula. Dall’altra parte il dissenso veniva spento con sempre maggiore veemenza, in aula e fuori, ma dentro era più facile perché gli stava venendo il dubbio che avessimo ragione. Quando me n’ero andato dalla sede provinciale del partito ci è mancato poco che mi sputassero in faccia; qui mi davano la mano prima di salire sul taxi.
Quando siamo riusciti a far passare il progetto però si sono risvegliati. Prima pensavano che fosse una fantasia, che non potesse mica essere reale, che non saremmo andati fino in fondo alla maniera che promettevamo. E invece l’abbiamo fatto. L’idea non piaceva pure ad alcuni dei nostri, così gli abbiamo detto guardate l’elettorato e dopo un po’ che glielo ripetevamo si sono convinti. Pian piano la furia è passata, se si può chiamare furia quella manciata di manifestazioni pacifiche. E abbiamo iniziato a costruirlo.
Ero nello staff del vice ministro alle infrastrutture, così mi è stato più facile ottenere un alto livello di controllo sulla costruzione. Ho suggerito chi lo poteva fare bene, velocemente e senza sfruttare i lavoratori, e loro non hanno avuto niente da ridire ma, mi hanno detto, tu non firmare un cazzo, se no poi ci stanno addosso con l’amichettismo. Avessero saputo che erano tutti rinnegati come me, gli unici altri che avevano capito da che parte bisognava stare, non so se me li avrebbero fatti assumere lo stesso, ma ce ne fregava del muro, mica delle leggi. Ci abbiamo dato dentro tutti, passandoci notte e giorno, e in un paio d’anni abbiamo finito di costruirlo.
Ora non possono più entrare. Si accalcano in tanti, sono sempre di più. Come avevo previsto, questa marea avrebbe continuato ad alzarsi. Così ho votato a favore quando hanno deciso di mandare l’esercito. Mi dispiaceva per quei giovani valorosi durante gli scontri, ma mi serviva che ci fosse distanza prima di farlo esplodere.
Ci mancava un’immagine dietro cui schierarsi. Il dissenso continua a bruciare se sai come alimentarlo. E un muro di casse che dall’interno distrugge ogni barriera è l’immagine più potente che siamo riusciti a costruire.
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