Racconto in musica 202: Noi ricostruiamo (Dalila Kayros – Susneula)

Settimana scorsa al Salone del Libro di Torino (in occasione del quale mi sono preso la licenza di saltare il racconto settimanale, pratica di cui sto abusando da un po’ troppo tempo) con var* conoscenti è partita una conversazione che riguardava vacanze e musica. Magari qualcuno la fa già questa cosa, ma ipotizzavamo la possibilità (totalmente ipotetica) di organizzare viaggi a tema musicale, portando l* turist* nei luoghi migliori per ascoltare musica o per fare un’esperienza musicale particolare, tipo andare in una sala prove di Tokyo alle tre del pomeriggio ad ascoltare una serie di band fra cui una thailandese (true story). Sarebbe una bella attività, probabilmente poco remunerativa e destinata al fallimento come tante cose belle, ma ragionandoci sopra mi è venuto da espandere il concetto e pensare a quali posti del mondo potrebbero invece farsi forza della loro scena musicale per attirare turist* (per quanto l’overtourism spinga ormai tanto luoghi a tenere lontano l* turist*): in fondo tanto del fascino di Berlino non deriva anche dai suoi club? Il primo posto che mi è venuto in mente, semplicemente perché non ci sono mai stato ed è la musica che mi sta attraendo come ulteriore leva per farmelo visitare, è la Sardegna, perché non trovo una scena musicale che si fonda più di quella sarda su un connubio di profonde radici tradizionali e innovazione stilistica: da lì arriva anche Dalila Kayros, ovvero la nostra resident woman della settimana.

La virtù originale è stata Iacopo “Iosonouncane” Incani, recuperato con colpevole ritardo e poi visceralmente amato, poi è arrivato il successo dirompente di Daniela Pes a rimettere in breve tempo la Sardegna sulla mappa musicale nazionale e nella playlist di Tremila Battute: nel 2013 però, anno in cui il primo sviluppava in gran segreto la prima svolta della sua carriera e la seconda doveva ancora laurearsi in canto jazz, l’isola vedeva uscire il primo disco di Dalila Usai, il nome che si nasconde dietro il moniker Dalila Kayros, e senza che ne avessi contezza c’erano già in Nuhk (Den Records) molti degli elementi che faranno la fortuna dell* su* contarrane*: la musica elettronica, le atmosfere cupe e oniriche e l’utilizzo del sardo come lingua d’elezione. Ciò che contraddistingue già le prime canzoni di Dalila Kayros, oltre all’interessante connubio fra il tribalismo percussionistico di Antonio Zitarelli (già attivo nei Mombu con Luca Mai, vecchia conoscenza di Tremila Battute coi suoi Zu) e la componente elettronica che si districa fra ambient e industrial, è l’utilizzo variegato della voce (Usai nelle brevi bio trovate online non per niente si definisce ricercatrice vocale), un vero e proprio strumento aggiunto che nella lingua sarda trova un suono forte e ruvido che ben si associa alle atmosfere che intende creare.

È difficile ricostruire una carriera quando si è scoperta un’artista da un paio di mesi scarsi, per cui spero mi perdonerà Usai se salto in avanti citando solo velocemente l’autoprodotto Transmutations [I] yin side (2018) e Animami (2022, disco con cui si apre il sodalizio con la sempre attenta Subsound Records), album che vedono l’ingresso di Danilo Casti come “partner in crime” nella composizione e registrazione delle musiche e che espandono ulteriormente il mondo sonoro, vocale, linguistico (oltre al sardo anche l’inglese fa capolino) e finanche spirituale del progetto Dalila Kayros, essendo ognuno dei due album anche un modo di esplorare la propria interiorità (in questa intervista apparsa su The New Noise l’artista ne parla approfonditamente), perché la mia esplorazione del suo mondo sonoro è stata retroattiva e partita dal felice invio da parte di un ufficio stampa del suo ultimo disco, Khthonie. Idealmente sospeso fra forze creatrici e distruttrici, intriso di tradizione così come di suoni moderni e innovativi, l’ultimo disco di Dalila Kayros è uscito a inizio aprile sempre per Subsound ed è un viaggio unico nel suo genere seppur collegabile alle sperimentazioni vocali e sonore di Incani e Pes: l’atmosfera a tratti angelica e più spesso sulfurea, i synth cupi e debordanti e quella voce che va dove vuole, fra grida raggelanti e vocalizzi, contribuiscono a creare nove brani magici e inquieti più che inquietanti. Mitza si apre come una filastrocca nera che non può che finire in un caos viscerale di cupezza elettronica, Leviatan unisce in un unico ibrido cibernetica e folklore, Terranera alterna momenti di calma in cui la voce si espande ad abbracciare il cielo a corse forsennate in cui il battito della terra ci inchioda al suolo e Corpus sonorum, mioddio, è una di quelle canzoni che si prendono tutto il tempo necessario a crescere d’intensità per arrivare a strapparti il cuore e farti venire voglia di piangere di fronte alla potenza della voce di Usai che si eleva, raggela e poi urla in italiano con tutta l’emotività possibile la sua lezione per l’elevazione (quanto è banale e limitata la parola elevazione, ma è l’unica che riesco a trovare senza fare un discorso che renderebbe questa parentesi lunga otto pagine e non arriverebbe comunque a niente), citandovi all’interno anche Judith Butler. Ci sarebbe da parlare degli altri brani, dei video delle sue canzoni, dei make up creati da Sofia Usai che attraverso l’immagine espandono il mondo sonoro di Dalila Kayros e della collaborazione pluriennale con la band metal Syk, ma spero di avervi incuriosito abbastanza da andare a esplorare in prima persona.

Susneula è la settima traccia di Khthonie, nonché la più lunga del lotto: otto minuti in cui Usai armonizza e terrorizza mentre i synth operano oppressivi in sottofondo, prendendosi rare pause in cui il lato più industriale e sferragliante della sua musica trova libero sfogo. Ascoltandola mi si è fissata in testa l’immagine di un ciclone che arriva inesorabile non a distruggere ma a rivoluzionare, e saltando di pensiero in pensiero ecco formarsi la storia di una comunità in cui il Ciclone è parte integrante della vita, una sorta di divinità da temere, accettare e adorare in egual misura. Trovate la storia di chi ci deve avere a che fare più in basso, subito dopo la canzone che l’ha ispirata: a me non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero l* artist* accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

Scarica il numero Zero, il numero Uno e il numero Due della fanzine di Tremila Battute!

Noi ricostruiamo

Il Ciclone arriva sempre una volta l’anno, mai nello stesso periodo, mai d’inverno, spesso all’inizio dell’estate. È capitato che arrivasse ad autunno inoltrato, quando gli stolti iniziano a pensare che forse il Ciclone risparmierà loro la sofferenza necessaria.

I meteorologi dicono che è colpa del cambiamento climatico: gli si dà retta sì, gli si dà retta no. L’inquinamento è un grosso peccato ma il Ciclone è volubile, si altera più per le piccole cose che per quelle enormi. Da queste parti dicono: il Ciclone cambia idea come una zoccola che non sa stare al suo posto, e a volte basta questo per attirarlo e farlo infuriare.

Il Ciclone lo si sente arrivare: la temperatura scende, le foglie cominciano a cadere. Ai primi segnali si inizia il digiuno: niente carne di maiale per una settimana. Poi si passa a sacrifici maggiori, giorno per giorno. Ci si astiene dalle droghe, ci si astiene dall’alcol, si sgozzano venti galline, cose di questo tipo. Più il Ciclone si fa aspettare, meno costanza si mette nei sacrifici: gli impuri capiscono di aver compiuto atti troppo terribili e che la punizione sarà comunque adeguata, per quanto possano chiedere scusa, e il non ricordarsi cosa si è fatto rende solo maggiore la vergogna.

Quando il Ciclone arriva non si sente altro che il Ciclone per ore. Quando la sua forza è al massimo, però, quando il suo centro è vicino e aguzzi l’orecchio, che tu sia fra i puri o gli stolti sentirai una voce senza parole illustrare la bellezza di un mondo senza peccati, senza Ciclone, e quella voce è così bella che puoi riuscire ad immaginarlo, quel mondo, e immaginandolo riprometterti di iniziare a costruirlo.

Dopo il Ciclone arrivano gli architetti, coi loro assurdi piani di edilizia consapevole, edilizia compatibile. Solo i deboli si armano per resistere al Ciclone, solo coloro che non sanno più ascoltare la sua voce, che scappano lontani per non sentirla risuonare nelle proprie orecchie. Da queste parti dicono: quando tutte le case saranno considerate sicure, allora quello sarà il giorno in cui il Grande Ciclone spazzerà via la nostra superbia per sempre. Da queste parti dicono: noi ricostruiamo, ogni volta, e così sia.

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Pubblicato da Ficky

Nel (poco) tempo libero scrivo racconti, guardo film e serie tv, leggo libri, recito in una compagnia teatrale, partecipo a eventi culturali e vado a vedere un sacco di concerti. Ho scritto per anni di musica (Indie-zone, Stordisco, Asapfanzine) e spero di trovare il tempo di farlo ancora per molti anni a venire.

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