Alle tre di quel pomeriggio, la Ministra dei Beni culturali si presenta alle colleghe e alla stampa conciata alla moda delle figlie di carne: per la prima volta in pubblico senza corsetto, né reggiseno, né trucco, il suo corpo fa bozzi da tutte le parti nonostante la generosità della felpa a sacco d’immondizia che ha addosso; la pelle è macchiata, si vedono i pori, le labbra hanno lo stesso colore dei denti; i capelli corvini, pochi, piatti, sono bagnati e pettinati all’indietro come per dare maggiore risalto a quello scempio di faccia. Ma gli occhi brillano come punte di coltello su giornaliste e colleghe riunite per lei nella sala stampa della Questura. Eccola che monta in piedi sul tavolo: nella stanzetta cala un silenzio di morte appena solleva il felpone sulla pancia svuotata: una piega molle di cellulite e di grasso nasconde fino al cavallo dei pantalonacci da tuta.
Ho contratto l’SP-32 più di vent’anni fa e sono stati i vent’anni più belli della mia vita, dichiara col suo tono da comizio sindacalista nei vicoli. Perché li ho passati insieme a una creatura meravigliosa. Mio figliO!
Boato in sala: è la prima volta che una rappresentante del governo pronuncia in pubblico quella O senza senso, avallando l’escamotage linguistico recentemente esploso sul web per ammantare di dignità e di diritti i virus generati da carne.
La vice questora interviene a riportare il silenzio. Beni culturali continua: Avete capito che sto parlando del virus, il giovane virus trasferito alla disinfezione stanotte dopo l’incivile retata alla mia proprietà.
Incivile!, grida la Ministra della Salute, si sbraccia verso la vice questora che fa finta di niente e resta con le mani dietro la schiena.
La civiltà è sana solo se cresce, continua l’altra alzando la voce di un tono. Se si evolve. E per evolvere dobbiamo solo aprirci al cambiamento: quando vent’anni fa sono rimasta infettata non lo avevo certo deciso. Passeggiavo nel bosco, e mi si è parato davanti un animale talmente nobile che non ho potuto averne paura. All’inizio non voleva nemmeno farsi toccare: era più spaventato di me. Sono stata io a inseguirlo, io a toccarlo per prima, io a guidarlo dentro di me…
Che io ricordi non ho mai iniziato a parlare di un libro inserendo direttamente una citazione dello stesso, ma questo estratto del racconto La Ministra del No, uno dei sei che compone la raccolta Cronache dell’età fertile di Barbara Di Gregorio, mi è sembrato perfetto per indicare subito e meglio di mille parole tono e temi del libro. In queste poche righe infatti compaiono tante delle tematiche affrontate nel racconto in particolare e nel libro in generale (maternità, cura del corpo, linguaggio, diritto di scelta), ma si capisce anche chiaramente la fortissima componente ironica con cui è confezionato il tutto, perché Di Gregorio strappa risate mentre ci fa ragionare e riesce a mantenere un equilibrio perfetto fra queste due anime.

Bizzarra la storia editoriale dell’autrice, ma emblematica di ciò che può accadere a qualunque giovane autor*: nel 2007, dopo la pubblicazione di alcuni racconti su rivista, viene selezionata da Mario Desiati per far parte del novero di scrittori e scrittrici dell’antologia Voi siete qui di Minimum Fax, ancora oggi ricordata per il suo valore seminale nel sottolineare l’importanza delle riviste letterarie nello scovare e far crescere nuove voci; nel 2011 esce il suo primo romanzo per Rizzoli, Le giostre sono per gli scemi; poi, il nulla. Arrivat* al 2025 il panorama è completamente cambiato, molte delle riviste che avevano fatto da “sponsor” per la pubblicazione in Voi siete qui non esistono più e si sono perse le tracce di molt* dell* autor* di quell’antologia fra cui la stessa Di Gregorio, che nel frattempo ha fatto scivolare nell’oblio un secondo romanzo che non convinceva né lei né la casa editrice e ha fatto altro per anni, cercando di arrivare a fine mese invece di entrare a far parte dei salotti letterari. Parte di queste informazioni le ho avute capitando per caso alla presentazione di questa raccolta a Book Pride, dove l’autrice è stata intervistata da quel Matteo B. Bianchi che, oltre a curare una delle riviste sopravvissute fino a oggi (‘tina), ha fatto da collettore con la casa editrice Fandango per concretizzare il ritorno sulle scene di Di Gregorio, che arrivata a un’età in cui l’orologio biologico e la pressione della società impongono di farsi certe domande ha iniziato a ragionare sulla maternità e sulla sua scelta pienamente convinta e felice di non avere figli. Avrebbe potuto venirne fuori un saggio, un romanzo drammatico, magari anche un’autofiction: l’autrice invece è tornata alla forma racconto, e ha deciso di raccontare l’attualità perlopiù attraverso lo spostamento in realtà alternative che assomigliano alla nostra se non per qualche scarto più o meno brutale.
Signora, dov’è suo marito? Si è allontanata? E lo ha lasciato solo? Si rende conto che il signore è a rischio moderato già da settimane, perché avete voluto risparmiare e noi lo capiamo, lo sa che a partire da domani le probabilità di distacco dell’utero salgono al 65%?
La donna allontana il telefono per buttarsi in faccia acqua fredda, l’infermiera – o quello che è – continua: Gli uomini nella condizione di suo marito sono fragili! Anche psicologicamente! Il sostegno dei familiari è fondamentale su tutti i fronti! Non sarà una di quelle che cercano di farli esplodere apposta e poi chiedono il risarcimento danni alla clinica! Noi abbiamo somministrato il trattamento nel rispetto di tutte le norme di sicurezza previste! Lei ha firmato una liberatoria, rimandando il ricovero, questo se lo ricorderà, spero!
Veramente l’ha firmata lui, riesce a infilare la donna.
A lei non importa niente!
Sto poco bene.
E invece a noi importa! Perché qui c’è di mezzo una vita umana, primo, e secondo perché la struttura un altro cretino che fa big bang non se lo può proprio permettere!
Scusi?
L’infermiera sembra rientrare in sé: Scusi lei se mi sono lasciata prendere. Vediamo tante brutte cose qui dentro. Ce l’ha almeno un’idea, di dove sia suo marito?
Cattiva madre
Protagonist* dei racconti di De Gregorio non sono sempre donne, a dispetto di quanto il titolo della raccolta lasci supporre, anche se sono sempre le donne al centro di tutto e la maternità l’argomento principe attorno a cui ruotano le vicende. Capita infatti che in Cattiva madre, come avrete probabilmente intuito dall’estratto qui in alto, sia un uomo a rimanere incinto e la donna protagonista la genitrice che non si cura dei suoi sentimenti, delle sue difficoltà e che si sente addirittura in qualche modo incastrata dalla scelta di avere un figlio, conseguenza del trattamento richiesto dal marito che fino all’ultimo lei spera non funzioni: il racconto, oltre allo spostamento di realtà minimo ma cruciale per immaginare una realtà alternativa, permette a Di Gregorio, e a noi lettori con lei, di operare anche uno spostamento del punto di vista, mettendo gli uomini a confronto con le “gioie” della gravidanza (di cui le donne troppo spesso non sono messe a conoscenza, come si evince da questa interessante intervista all’attrice Francesca Inaudi) e ad organizzare marce di protesta per il diritto alla maternità.
È uno dei pregi maggiori del libro quello di veicolare la narrazione attraverso punti di vista scomodi, operando uno spostamento che solitamente si richiede a chi ha un privilegio e che invece in questo caso ci fa ridere a denti stretti: possiamo sì ritenere ridicolo l’uomo col pancione che fa acquisti dettati dall’umore mettendo a rischio il ménage familiare, o il protagonista (il Marito: Di Gregorio spesso e volentieri fa a meno dei nomi propri) di L’animale maschio, che si reinnamora della moglie dopo aver pensato a una vita futura con l’amante solo quando la prima, a causa di un’anomalia genetica, si è ormai trasformata in una belva ed è stata portata in una riserva apposita, ma ogni sberleffo e ogni ironia devono fare i conti con quella vocina che insistente suggerisce “rideresti lo stesso a parti invertite”? L’apoteosi di questo approccio la si raggiunge con il già citato La Ministra del No, che in poco meno di trenta pagine riesce a suggerire ragionamenti sulle rivendicazioni del proprio corpo da parte delle donne (mai delegittimate: pur partendo da un’intenzione narrativa non femminista l’autrice non dà mai l’impressione di avere posizioni conservatrici, le piace semplicemente metterci in crisi) complesse e tutt’altro che banali, il tutto partendo da una realtà in cui gli uomini sopravvivono in segreto solo allo stato brado, le donne nascono dalle piante e la gravidanza “naturale” (cosa è più naturale nel momento in cui è la natura stessa a darti la vita?) è frutto di un virus che le donne sembrano non voler più contenere.
Nel mondo del fidanzato lei e la madre sono migliori amiche: non sa che l’unico momento in cui sono andate d’accordo è stato il periodo dei primi mesi con lui. È durata finché anche la donna è stata felice di aver acciuffato il tizio coi soldi, cioè finché se n’è andata a vivere da lui su a Milano e ha cominciato a rendersi conto del guaio in cui s’era ficcata. Adesso è solo la madre a sforzarsi di non dirle le sue cattiverie, di fare vedere che si preoccupa, almeno, e lei invece la odia più di quando andava al liceo perché è colpa sua e solo sua, se si è ridotta in questo stato pietoso. Colpa sua della madre: è stata lei fin dall’inizio a montarle la testa con la storia della figlia dell’ottico.
L’oro
Se con Migliori amiche l’autrice sfrutta l’ansia di maternità per sfociare in territori alla Black Mirror, negli ultimi due racconti torna invece gradualmente alla normalità, permettendosi uno sforamento paranormale in Se tutto va bene (il meno convincente del lotto) e aderendo completamente alla nostra realtà di tutti i giorni in L’oro, che senza “effetti speciali” riesce ad avvincere e a metterci negli ennessimi panni scomodi, quelli di una ragazza al settimo mese di gravidanza che cerca un modo per liberarsi sia del figlio che del ricco fidanzato senza perdere i privilegi che la relazione le ha portato. Cronache dell’età fertile è il classico libro per cui si può utilizzare la formula (solitamente usata a sproposito) “fa ridere ma fa anche pensare”, ed è pure scritto bene: auguriamoci di dover aspettare il meno possibile per incontrare di nuovo il frutto della penna di Di Gregorio.
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