Alla scoperta di Na Hong-jin, un nuovo regista sudcoreano da tenere d’occhio

La mia scoperta del cinema coreano, come per molt* altr*, è passata attraverso Old boy, il film del 2003 di Park Chan-wook che Quentin Tarantino, presidente di giuria al Festival di Cannes dell’anno successivo, definì “il film che avrei voluto fare”, dando a chi si doveva occupare della promozione e della copertina del dvd una grossa mano riguardo alle citazioni entusiastiche da utilizzare. Non che Tarantino non avesse ragione da vendere, anzi: Old boy mi piacque così tanto che recuperai il fumetto (giapponese) che lo aveva ispirato, e con ritardo e afflizione pure il poco sensato remake di Spike Lee del 2013 (curiosità: man mano che le trasposizioni aumentano crescono anche gli anni di detenzione del protagonista: dieci nel fumetto, quindici nel film sudcoreano, venti in quello statunitense), oltre ovviamente a seguire (e recuperare parzialmente) la filmografia di Park con una certa attenzione, tipo il recente e bellissimo Decision to leave. Poi è arrivato Snowpiercer nel 2007 a farmi conoscere Bong Joon-ho, e da lì la curiosità per il cinema sudcoreano si è ampliata e mi ha dimostrato che non c’era una sola perla rara in quello stato, ma potenzialmente una nidiata di cineasti che facevano film che potevano incontrare i miei gusti (e non solo, visto che proprio Bong ha fatto l’asso pigliatutto agli Oscar con Parasite). Però al mondo ci sono tante cose da fare, tanta musica da sentire, tanti libri da leggere e tanti film e serie televisive da vedere, ed è andata a finire che il mio interesse per il cinema della regione è rimasto circoscritto lì per una buona decina d’anni, a meno di incontri fortuiti di cui non è rimasta traccia. Poi, complice una retrospettiva alla Corte dei miracoli di Milano tenuta da Alessandro Lonardo nell’autunno del 2020, dove ai due registi già citati venivano affiancati il successivamente scomparso Kim Ki-duk (il cui film più noto è probabilmente Ferro 3 – La casa vuota, che già conoscevo tramite una mia amica senza sapere fosse suo e che ancora devo recuperare mannaggiamme) e Lee Chang-dong (di cui invece posso consigliare il lento ma avvolgente Burning), la mia curiosità è tornata alta e soprattutto nell’ultimo periodo, visto il  viaggio organizzato con la mia compagna in Corea del Sud per agosto, il recuperone si sta concretizzando, coi limiti di disponibilità delle piattaforme. So però che ciò che sto recuperando è solo la punta dell’iceberg, perché nella lista dei cento film nazionali più visti (fonte Wikipedia, se vi va di ravanare come me nelle statistiche) Bong appare per la prima volta al settimo posto (ma ci appare quattro volte), Park una sola (con uno dei suoi primi film, Joint security area), mentre Kim e Lee mai: in pratica sto esplorando probabilmente la fetta più vicina al gusto occidentale della filmografia sudcoreana (forse dovrei avvicinarmi ai k-drama?), e può essere che questo valga anche per la mia recente scoperta Na Hong-jin, che pure in quel listone ci appare con entrambi i film di cui vi parleremo oggi.

Serial killer, protettori e burocrazia: la polizia non può sparare. The chaser (2008)

Se siete appassionat* del cinema sudcoreano probabilmente avrete recuperato Memories of murder, la pellicola che Bong Joon-ho ha girato anni fa sulla storia del primo serial killer della penisola: mi stupii, guardandolo, di come la polizia fosse stupida e facilona, roba da barzellette come da noi sui carabinieri, ma era ambientato nel 1986 in un periodo di difficile transizione dalla dittatura alla democrazia e insomma, che le cose fossero più complicate e corrotte di oggi ci poteva stare. Qualche giorno fa invece ho visto il primo film di Na, The chaser, liberamente ispirato alla storia di un altro serial killer (Yoo Young-chul, arrestato e tuttora in carcere in attesa di condanna a morte visto che in Corea del Sud, nonostante non venga applicata da anni, la pena capitale non è mai stata abrogata), dove la polizia sembra incapace, violenta e (parzialmente) corrotta alla stessa maniera. Però sono passati vent’anni abbondanti. Sperate che non mi fermino alla guida mentre giro fra Seoul e Busan.

“Spostatevi che ci penso io”

I protagonisti della storia non sono però l* poliziott* coinvolt* (o per meglio dire “che si trovano coinvolt*”) nella caccia al serial killer, bensì un protettore di prostitute. Ex detective, licenziato per motivi che vengono solo accennati in seguito, Eom Joong-ho (interpretato da Kim Yoon-seok) non fa un bel lavoro per vivere e non è neanche la figura stereotipica del pappone dal cuore d’oro: alcune ragazze del suo giro sono scomparse, e quando scopre che alcune si sono recate nella stessa casa in una zona di Seoul lui è convinto che si siano vendute a un concorrente, mettendosi in azione per ragioni di business piuttosto che di empatia. Solo che Young Min-jee (Ha Jung-woo) non è un avversario nel ramo della prostituzione, bensì un sociopatico assassino che, quando Joong-ho lo incontra dopo un fortuito tamponamento seguito da un surreale inseguimento con tanto di macchine lasciate in mezzo alla strada, ha appena ucciso tre persone fra cui Kim Mi-jin (Seo Young-hee), una delle “protette” di Joong-ho, cosa che confessa candidamente in commissariato dopo che entrambi sono stati arrestati in seguito all’incidente. Ignar*, noi e lui, della reale sorte di Mi-jin, l’improbabile protagonista inizia una corsa contro il tempo per trovare la casa dove il killer ha compiuto i suoi delitti, con solo una chiave, uno sgherro poco sveglio e la piccola figlia di Mi-jin ad aiutarlo, il tutto mentre la polizia cerca di convalidare l’arresto di Min-jee prima che venga rimesso in libertà PER MANCANZA DI PROVE. Non smettete di lamentarvi della giustizia italiana quando ce n’è (troppo spesso) bisogno, ma rileggetevi queste righe quando vi viene la tentazione di dire che dalle altre parti va sicuramente meglio.

“Sembrava un così bravo ragazzo, salutava sempre…”

Del già citato Memories of murder il film di Na riprende parzialmente il tono: The chaser spezza spesso e volentieri la tensione attraverso momenti di idiozia umana che lo rendono tragicomico, col caso emblematico del momento in cui due diversi uffici delle forze dell’ordine finiscono a mani alzate una diatriba sulle rispettive competenze nella custodia del potenziale assassino. Allo stesso modo del film di Bong però più si va avanti e più il tempo inizia a stringere per davvero, si fa pace col concetto che qui la polizia è più un ostacolo che un aiuto e si inizia a parteggiare sempre più forte per Joon-ho, un eroe per caso che in maniera sguaiata e fallace prende sempre più a cuore la sua missione e ci coinvolge emotivamente nella stessa, facendoci sprofondare insieme a lui nel disgregarsi degli eventi.

Rispondi a quel cazzo di cellulare Joon-ho!

The chaser è un film che cresce d’intensità man mano che si prosegue nella visione, permettendosi dello humor nero quando già il sangue è iniziato a scorrere e diventando sempre più cupo più ci si avvicina alla risoluzione finale, dove ci si dovrebbe aspettare che gli eroi vincano e i cattivi perdano. Ma qui siamo in Corea del Sud, baby, e le cose possono andare bene o male come nella realtà: Na (che del film è anche autore del soggetto e della sceneggiatura, quest’ultima insieme a Hong Won-chan e Lee Sin-ho) ha in serbo molte sorprese, e non tutte saranno piacevoli.

Demoni giapponesi, spiriti coreani, sciamani e tanto sangue: Goksung (2016)

Ammetto di non aver ancora trovato traccia in giro di The yellow sea (2010), il secondo film di Na Hong-jin, che mantiene nel cast i due attori principali di The chaser salvo ribaltare i loro ruoli (Kim diventa il cattivo e Ha il buono), ma Goksung – La presenza del diavolo è stato il motore trainante di questa lacunosa retrospettiva. Pellicola horror che volevo già recuperare da parecchio, si svolge tutta nella contea che dà il nome al titolo, fra piccoli paesi fatiscenti e una natura incontaminata in cui la fantasia, e non solo quella, può vedere aggirarsi presenze malefiche: quando queste iniziano a contagiare gli abitanti con un morbo che lascia purulenti segni fisici e ancora più deleterie derive omicide, tocca al poliziotto Jong-goo (Kwak Do-won) e ai suoi colleghi mettersi a indagare, e siccome siamo in un film sudcoreano la professionalità sta tutta da un’altra parte.

“Circolare, circolare! Non c’è niente da vedere!”

Goksung procede per una piccola parte della sua durata con la stessa irriverenza che mischia il basso (sangue a profusione e morti tutt’altro che delicate) con l’altrettanto basso (la miseria umana di Jong-goo e colleghi, le ultime persone che vorresti avere attorno se sei in pericolo, a maggior ragione se il pericolo è pure soprannaturale), lasciando che in sottofondo comincino a incistarsi i dubbi sul colpevole del contagio, reale o presunto che sia. In fondo non potrà mica essere davvero colpa dello straniero giapponese che abita sui monti (Jun Kunimura), bersagliato per la sua provenienza (i giapponesi hanno compiuto svariati crimini di guerra ai danni dei coreani, durante la Seconda guerra mondiale e se non ricordo male non solo) e incapace di difendersi adeguatamente perché non capisce il coreano? E chi è Moo-myung (Chun Woo-hee), la ragazza in bianco che sembra sapere qualcosa in più degli altri? Lentamente la componente farsesca lascia spazio alla più classica delle discese agli inferi, e mentre anche la figlia di Jong-goo inizia a sviluppare i primi segni della maledizione non resta che affidarsi alla fede, quella del giovane prete I-sam (Kim Do-yoon), coinvolto suo malgrado solo perché conosce il giapponese, e quella dello sciamano Il-gwang (Hwang Jung-min), a metà strada tra lo stregone e l’uomo d’affari, in una commistione di sacro e profano che in Corea del Sud sembra molto più normale di quanto non appaia a noi (o almeno così sembra cinematograficamente, si veda anche il recente e discreto Exhuma).

Voi fareste esorcizzare vostra figlia da uno vestito così?

Cercando informazioni su Internet prima della visione mi sono scontrato con due mondi distinti: quelli del “dovete guardarlo due volte per capirlo” e quelli del “ma cosa c’è da capire?”. Propendo per quest’ultima fazione, ma mi sentirei più comodo nel mezzo: Goksung non è un film con un intreccio eccessivamente complicato se non in alcuni passaggi, ciò che lo rende difficile da comprendere appieno è che non dà punti di riferimento. Non ci sono momenti in cui qualcuno spiega cosa sta succedendo, e se capita spesso sbaglia. Noi come spettator* veniamo gettati in pasto alla vicenda con la stessa ansia di chi la sta vivendo/recitando, guardandoci continuamente attorno nella speranza di trovare qualcuno che ci dica a cosa credere, e quando ho visto Jong-goo sbagliare è vero che sono esploso nel classico “ma no daiiiiiiiii” che ti viene da pronunciare quando vedi un personaggio prendere chiaramente una cantonata, ma allo stesso tempo me ne sono vergognato perché forse nei suoi panni avrei fatto la stessa cosa. La bellezza di Goksung sta proprio nell’immergerti con parsimonia in un’atmosfera densa e malata, affascinante per l’intreccio e condita di tutte quelle cose che rendono un horror disturbante al punto giusto: morti violente, bambine terribili, sensazione di pericolo costante, mancanza di punti di riferimento e, giusto per essere originale, fulmini e piogge di rane che arrivano al momento giusto. Se arrivat* alla fine vi viene da dire “non ho capito” fermatevi, fate un respiro e cercate spiegazioni nella rete se volete, ma non prendetevela con Na: lui ha solo fatto in modo che vi godeste il viaggio nel miglior modo possibile, ma non ha mai assicurato che vi sarebbe piaciuta la meta.

Io questa strada però adesso la voglio fare

Wikipedia afferma che Ridley Scott abbia acquisito già da qualche anno i diritti per girare (o produrre) un remake di Goksung, che vista la media dei remake statunitensi spero non veda mai la luce, ma non è il solo ad essersi accorto di Na a Hollywood. Il suo prossimo film Hope (il primo in otto anni, anche se nel frattempo ha tenuto la penna allenata scrivendo e producendo il mockumentary horror thailandese The medium), che pare spingerlo in territori fantascientifici, sarà sempre una produzione sudcoreana ma con un cast misto che, per il fronte occidentale, vede nomi come Alicia Vikander e Michael Fassbender a bordo: se ne varrà la pena più di Mickey 17 (scusami Bong, dovevo dirlo a qualcuno che non mi è piaciuto) torneremo a parlarne da queste parti, voi nel frattempo ripassate.

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Pubblicato da Ficky

Nel (poco) tempo libero scrivo racconti, guardo film e serie tv, leggo libri, recito in una compagnia teatrale, partecipo a eventi culturali e vado a vedere un sacco di concerti. Ho scritto per anni di musica (Indie-zone, Stordisco, Asapfanzine) e spero di trovare il tempo di farlo ancora per molti anni a venire.

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