Racconto in musica 198: Forte (Fine Before You Came – Distanze)

Di cosa parliamo quando parliamo d’amore, si chiedeva il buon vecchio Raymond Carver (se lo chiede anche Gabriele Palumbo, autore già passato da queste parti, nel podcast nato come estensione della sua interessantissima newsletter Capibara), e me lo chiedo anche io ogni volta che ascolto una canzone d’amore. O meglio, quello che mi chiedo è: se la fa questa domanda chi le scrive? Perché sarò magari più cinico di quel che credo, ma io a un Nek, forse per quella faccia da belloccio che sembra volersele scopare tutte, proprio non riesco a credere; o dovrei credere a Olly, fresco vincitore a Sanremo, quando canta che gli bastava “ridere, piangere, fare l’amore e poi stare in silenzio per ore fino ad addormentarsi sul divano con il telecomando in mano” (Olly, mi sa che ti accontenti di troppo poco, anche se c’è da dire che pure io alla tua età mi sarei probabilmente accontentato di stare in silenzio con qualcuna: va a tuo onore che almeno lasci andare senza ansie di possesso patriarcale)? L’unico a cui riesco a credere, in questa selva di amatori seriali (non faccio altri esempi solo perché questa è l’introduzione e le regole della buona scrittura, che troppo spesso ignoro, indicano che dovrebbe essere breve) che scrivono con in mente una donna che o non esiste o è un patchwork di esperienze utili alla bisogna, è Jovanotti, perché le sue canzoni d’amore sono talmente ingenue e strambe che mi paiono oneste, e perché non si fa problemi ad ammettere quando una canzone la scrive solo per far cantare la gente allo stadio (Gli immortali): caro Lorenzo Cherubini, un po’ ti voglio bene, anche se le tue canzoni mi fanno comunque perlopiù l’effetto di una grattugia sul timpano.

Ma perché iniziare così se poi in alto (spoiler) avete già visto che oggi si parla dei Fine Before You Came? Perché al fondo di tutto questo discorso c’è la parola onestà, e io potrei sentire mille canzoni della band milanese in cui Jacopo Lietti urla del dolore suo o altrui senza mai mettere in discussione quel sentimento.

A farmi parlare di nuovo dei FBYC è Francesca Bertagna, che nel momento in cui pubblichiamo questo racconto ci legge dal Madagascar, alla scoperta di lemuri e tartarughe marine. Classe ’90, educatrice in una comunità genitoriale in provincia di Lodi, Francesca ama molto la pizza e, da brava ligure, crede nell’unica e vera focaccia unta genovese (diffidate dalle pallide imitazioni). Una volta tornata in Italia ha già in animo di affrontare i sentieri dei boschi bergamaschi, mentre fra le note stonate della sua vita inserisce, ahilei, l’aver avuto un fidanzato livornese.

Dei FBYC che dire invece, dopo che abbiamo scandagliato cronologicamente la loro carriera (e, per quanto riguarda Lietti, anche quella dei Verme)? Forse possiamo addentrarci un po’ di più nei testi, spiegare come quel dolore veicolato da chitarre, basso e batteria sempre in maniera partecipe ma non arresa riesca a sembrare autentico ad ogni iterazione, mai la semplice copia di un qualcosa già sondato in precedenza. In Fede (s f o r t u n a, 2009) risalta ciò che viene detto, la cancellazione di ogni dettaglio di una storia finita male (“ho regalato il tuo vecchio spazzolino a un povero senza una mano/ mi ha chiesto ‘capo è sicuro?’/ gli ho detto ‘io non la amo’”), quanto ciò che non viene detto, ovvero quanto quell’amore ripudiato faccia ancora soffrire; l’incomunicabilità in Alcune certezze (Come fare a non tornare, 2013) si fa forza della ripetizione, perché bastano poche righe per creare un quadro e la reiterazione di quel “ci sono un paio di cose che non tornano/ nonostante questo/ non cambieremo mai” certifica una sconfitta meglio di ogni lungo approfondimento; il dittico Come pecore Come alberi (Il numero sette, 2017), si allarga a un sentimento collettivo, un’analisi filosofica sui casini che stiamo combinando su questo pianeta e la ricerca di una realtà unica che ci doni la pace dei sassi, degli alberi, che ci doni dopo aver “studiato infiniti modi” quello giusto “per addormentarci e svegliarci ancora accanto”; c’è poi la fatica nel trovare una direzione di Piano impreciso (Forme complesse, 2021), nel battersi per una giusta causa chiedendosi “dove eravamo quando il superfluo era all’ordine del giorno”, per poi arrendersi (ma non ancora, solo per un momento) riflettendo “che era tanto ormai che mi chiedevo ma tutto questo agitarsi alla fine a che pro”. Perché mi sembra onesto tutto questo, al contrario che so, di Ridere dei Pinguini Tattici Nucleari, coi suoi esempi che sembrano ipergenerici e quel messaggio di fondo (che magari colgo solo io) che sembra uno “spero che mi rimpiangerai quando le cose andranno male”? Perché a differenza di questa canzone Lietti non cerca di fare bella figura, tira fuori tutto sé stesso con una musica ad accompagnarlo che non cerca di essere consolatoria e proprio per questo ci riesce: è la musica che ascoltiamo non per trovare qualcuno che ci dia una via d’uscita, ma quella che ascoltiamo per capire che non siamo gli unici a soffrire al mondo e, tramite quell’energia che ogni disco dei FBYC ha al suo interno, trovare il modo per andare avanti ancora un po’.

Distanze è la seconda e ultima traccia dell’Ep Quassù c’è quasi tutto, uscito nel 2014: un testo breve, caratterizzato nella sua prima parte dalla ripetizione continua del mantra “questa cosa qui o la buttiamo via o la teniamo rotta” e nella conclusione, musicalmente più energica e meno atmosferica, dalla frase “quassù c’è quasi tutto”, che nella sua cripticità sembra esortarci all’abbandono, una fuga non dalla realtà ma verso un’altra realtà, quella stessa evocata più in alto che possa tenere tutto insieme. La protagonista del racconto di Francesca riflette, nella sua sofferenza, sugli stessi concetti che animano la canzone, cercando nella natura che la circonda una risposta ai suoi dubbi su cosa voglia dire forza e se sia davvero necessario essere forti: se troverà una risposta sta a voi scoprirlo, andando più in basso a leggere il racconto mentre ascoltate la canzone che lo ha ispirato, a me non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero l* artist* accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

Scarica il numero Zero, il numero Uno e il numero Due della fanzine di Tremila Battute!

Forte, di Francesca Bertagna

Devi essere forte mi hanno detto, mentre gridavo a pieni polmoni tutto il mio dolore.
Forte come? Come questa quercia davanti a me, così alta e maestosa? Eppure anche lei si piega al vento gelido d’inizio inverno. Quante volte i suoi rami hanno tremato per la paura di staccarsi dalla madre terra?
Oppure forte come i cipressi, dritti come soldatini? Eppure basta una nevicata per mandarli giù e rovinarli per sempre.
O forte come i fari in mezzo al mare, che con la loro luce salvano vite nelle notti di burrasca? O come le montagne, ferme e indomite, che sopportano per anni l’aggressività della natura?

Io non voglio essere forte. Non sono un albero, né una montagna, né un faro. Sono stanca di esserlo, di essere il faro degli altri. Sono il ramo che si spezza al primo colpo di vento, il cipresso che si china sotto la neve. Sono quell’albero che ha retto per tanto, ma che alla fine si arrende nel bel mezzo di un temporale.
Non posso più essere forte. Tu non sei più qui, sei lontano anni luce, e io mi sento persa.
Ho combattuto, ho corso, ho gridato. Niente è servito. E qui, nella nebbia mattutina, capisco di volermi perdere come mai prima d’ora.
Tu parli di guarigione, di tempo, di pazienza, mentre io mi sento come una soldata distesa su un lettino di guerra, con gli occhi rivolti al soffitto e una domanda che non trova risposta: domani vedrò il sole?

A casa ho un olivo. È vecchio. Ha subito violenza da noi bambini, dal caldo, dal freddo, dal tempo. Ma è ancora vivo. Si è spezzato quasi a metà, ma resiste.
Allora mi chiedo: è questa la risposta al dolore? Resistere? O forse spezzarsi?
Come essere umano, continuo a interrogarmi, e forse non troverò mai una vera risposta. Ma continuerò a voltare lo sguardo verso la natura, che da sola può darmi una lezione e insegnarmi a stare al mondo. Forse, un giorno, uscirò da questo buio che ogni notte mi abbraccia.
La natura è la risposta. Ora lo so.
Sii forte come la natura, mutevole in ogni tempo e in ogni luogo.

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Pubblicato da Ficky

Nel (poco) tempo libero scrivo racconti, guardo film e serie tv, leggo libri, recito in una compagnia teatrale, partecipo a eventi culturali e vado a vedere un sacco di concerti. Ho scritto per anni di musica (Indie-zone, Stordisco, Asapfanzine) e spero di trovare il tempo di farlo ancora per molti anni a venire.

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