Il dolore nella gioia, la gioia nel dolore: No title as of 13 february 2024 28,340 dead dei Godspeed You! Black Emperor

Questa non sarà esattamente una recensione (e probabilmente sarà anche uno degli articoli più brevi del blog): un po’ perché non saprei cosa dire di originale sulla musica dei Godspeed You! Black Emperor che non sia già stata detta da qualcuno che ne ha una conoscenza approfondita mentre io, mestamente, ho avuto con loro solo saltuarie frequentazioni (potete recuperare questa recensione su Ondarock se ne volete leggere almeno una); un po’ perché, all’ottavo disco in trent’anni di carriera, chi li ama ascolterà di sicuro No title as of 13 february 2024 28,340 dead e chi li odia difficilmente cambierà idea. Restano gli indecisi, quelli che non li hanno ancora ascoltati ma vorrebbero, e per convincerli a dare una chance a questo disco voglio metterne in luce alcuni aspetti che, in maniera onestamente partigiana (ma che proverò ad argomentare), ritengo lo rendano rilevante sia a livello concettuale che musicale.

L’ultimo album dei GY!BE è ovviamente un album politico. L’asse canadese del triangolo del post rock, che tocca anche Islanda e Scozia, è sempre stato quello più incline a spendersi per cause e battaglie (tipo l’anticapitalismo), un tratto distintivo tutt’altro che scontato per una band che non usa altre parole che quelle di inserti audio nei propri brani. Bastano però già il titolo e una breve introduzione sulla propria pagina bandcamp per evidenziare  l’argomento che vogliono porre all’attenzione dell* propri* ascoltator*: la strage che si sta svolgendo a Gaza.

THE PLAIN TRUTH==
we drifted through it, arguing.
every day a new war crime, every day a flower bloom.
we sat down together and wrote it in one room,
and then sat down in a different room, recording.
NO TITLE= what gestures make sense while tiny bodies fall? what context? what broken melody?
and then a tally and a date to mark a point on the line, the negative process, the growing pile.
the sun setting above beds of ash
while we sat together, arguing.
the old world order barely pretended to care.
this new century will be crueler still.
war is coming.
don’t give up.
pick a side.
hang on.
love.
GY!BE

I GY!BE indicano un dato incontrovertibile, qualunque sia la propria idea sulla guerra fra il governo di Netanyahu e Hamas, dell’insensatezza di questo conflitto. Si capisce chiaramente da quale parte stanno, ma impongono di pensare e non di pensarla come loro. Vuoi non farlo davanti a quella cifra, che nel frattempo ha superato 40,000? È un discorso breve e conciso, ma risuona in ogni brano.

No title as of 13 february 2024 28,340 dead è giocoforza anche un disco intenso, nella grandiosità di momenti lirici o tragici (la partenza a vele spiegate sul finale di Babys in thunderclouds ad esempio) così come nell’introspezione minimalista (un tratto dei GY!BE che ho sempre apprezzato meno, ma che nella prima metà della tetra Pale spectators takes photographs funziona come non mai). Quell’intensità, marchio di fabbrica della band, qui più che mai si nutre di distanze, dalla gioia più luminosa alla disperazione più nera (mai nera però quanto il finale di Mladic nel disco Allelujah! Don’t bend! Ascend!, che mi strappa sempre una lacrima), ma quelle distanze riesce a colmarle e mischiarle in due momenti che secondo me, più di qualunque altra parola, evidenziano come l’urgenza creativa che li ha riuniti per comporre e registrare questo disco abbia portato le loro singole emotività musicali a un livello altissimo.

Sei minuti e quaranta secondi di Raindrops cast in lead, ascoltate il modo in cui il violino entra sulla seconda nota del giro armonico. L’atmosfera è serena, ci si può immaginare mentre si osserva il sole tramontare su un panorama meraviglioso, ma quelle note emesse dalle corde del violino sporcano la pace dello sguardo ed eccolo, “the sun sets above beds of ashes”: il brano finirà poi col trionfo della luce, ma quel momento porta la consapevolezza che l’esistenza è gioia e dolore, dolore nella gioia e gioia nel dolore. “Every day a new war crime, every day a flower bloom”.

Tre minuti di Grey rubble – green shots, ascoltate come il drammatico giro armonico che ci accompagna dall’inizio del brano muta improvvisamente, naturalmente, il germe di rinascita insito nella canzone che fiorisce. Siamo infinitesimali nell’universo, eppure una sofferenza come quella di Gaza ci sembra insostenibile, ed è dalla verità che sta fra queste due immagini opposte (e che le comprende entrambe) che i GY!BE hanno tratto le note di questo disco: “pick a side”, mentre costruisci un mondo in cui non ci siano più schieramenti.

Ora vi fidate di me e lo ascoltate per intero?

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Pubblicato da Ficky

Nel (poco) tempo libero scrivo racconti, guardo film e serie tv, leggo libri, recito in una compagnia teatrale, partecipo a eventi culturali e vado a vedere un sacco di concerti. Ho scritto per anni di musica (Indie-zone, Stordisco, Asapfanzine) e spero di trovare il tempo di farlo ancora per molti anni a venire.

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