Facciamo un gioco: vediamo quanti di voi hanno cercato di comprare (o conoscono qualcun* che ci ha provato) un biglietto per la reunion degli Oasis. Aspettate, tenete ancora le mani su… Ok, ora potete abbassarle, tanto non le vedo comunque. Il ritorno insieme, a meno di sorprese, dei fratelli Gallagher è stato un grosso evento in questi giorni di fine estate nel mondo della musica, ha portato un’ondata di entusiasmo e di gente disposta a fare come il famoso meme con Fry di Futurama che allunga i soldi e urla “Shut up and take my money”. Io invece, immune al fenomeno non per ragioni anagrafiche (ci ero dentro in pieno) ma perché un sacco di canzoni loro non le sopportavo (Don’t look back in anger su tutte), mi sono chiesto “quanto faranno pagare le birre gli strozzini che gestiscono l’organizzazione?”

Non so se il sistema concerti gode di buona salute, ma io sono dell’idea che dovrebbe scoppiare. Almeno in Italia, per piccoli (neanche così piccoli) dettagli che ti fanno capire che per i promoter sei solo una mucca da mungere e all* artist*, probabilmente scornati dal nuovo paradigma “meno dischi più stream”, interessa troppo poco (più probabilmente niente) che un fan con qualche problema economico fatichi a prendersi una birra senza sentire un fastidio nella zona del deretano (senza toccare il tasto “prezzi dei concerti”, che se no ci tocca rimpiangere ancora di più i Fugazi). Sono stato a un concerto dei Dropkick Murphys al Carroponte, e l’inculata di pagare sei euro una Poretti da 40 cl. è stata mitigata solo dal fatto che pagavi oro anche il cibo; certo avrei potuto portarmi un panino da casa, sempre che me lo lasciassero passare ai controlli e non facessero come a un’amica, al Metal Park in provincia di Vicenza, che si è vista buttare via del cibo che le serviva avendo un regime alimentare particolare e, in nome del fatto che la gente deve spendere (vogliamo aprire il discorso token? Se siete stati a un concerto abbastanza grosso sapete di cosa sto parlando), si è sentita chiedere il certificato medico da un addetto alla sicurezza; che poi alcun* di quest* addett* li capisco, a Roma al concerto di Fabi-Silvestri-Gazzè mi davano l’impressione di essere volontar* sfruttat* perché sapete, con il CIRCO MASSIMO pieno e i banchetti che la birra la vendevano a OTTO EURO (ma da 50 cl!) c’era bisogno di recuperare soldi da qualche parte… L* capisco, insomma, se erano un po’ distratt* e non si sono accort* della mia borraccia o di quei contenitori pieni di birre che venivano vendute all’interno di straforo mentre ti eri visto rompere le palle (o le ovaie) per il tappo della tua bottiglietta d’acqua.
Ma perché tutto questo sfogo? Un po’ perché ci volevo fare un articolo su questo sistema di sfruttamento di massa da cui cerco di tenermi il più possibile lontano (viva il Magnolia, che almeno tiene prezzi umani, non dico popolari ma umani, quando già i biglietti costano un occhio della testa), un po’ perché mi è venuto automatico il gancio agli Oasis pensando ai The Black Heart Procession, ovvero la resident band della settimana.
A permettermi di parlare di loro è il gradito ritorno di Alessandro Busi. Ottimo scrittore di racconti e grande appassionato di musica, Alessandro ci aveva donato un suo testo poco più di due anni fa (lo trovate qui, insieme ai link ai suoi numerosi contributi alle altre riviste letterarie): nel frattempo non se n’è stato con le mani in mano, e dopo aver esordito col romanzo Fino all’inizio ha pubblicato con piédimosca anche una microfinzione nell’antologia Multiperso e scritto un testo per L’ora senza ombre, antologia curata dalla rivista In allarmata radura che Pidgin pubblicherà il 3 ottobre. Oltre a segnalarvi il suo blog Come un cane sulla luna ci teniamo a evidenziare anche un progetto che l’ultima volta ci era sfuggito, relativo a un evento storico che in questo periodo torna sempre all’attenzione: Doveromentrecadevano, un blog in cui Alessandro ha raccolto per pochi mesi del 2021 brevi testimonianze sulla domanda che tutti si fanno pensando all’11 settembre 2001.
Ma che c’entrano i The Black Heart Procession con gli Oasis? A livello geografico niente, perché i fratelli Gallagher stanno a Manchester mentre Pall A. Jenkins (voce, chitarra e sega elettrica) e Tobias Nathaniel, il cuore pulsante della band, sono di San Diego, e a livello musicale nemmeno visto che, lungi dal fare brit-pop, i TBHP (va bene se uso l’acronimo?) mischiano cantautorato folk e blues con l’indie lo-fi in una miscela cupa e polverosa. Entrambi i gruppi però sono stati soggetti a reunion, e la band di Jenkins e Nathaniel è un caso piuttosto particolare di band che si riforma senza più pubblicare dischi (cosa che penso li accomunerà ancora di più agli Oasis): funziona così dal 2016, ma la storia parte più da lontano.
Già membri dei Three Mile Pilot, i due membri fondatori dei TBHP se ne allontanano nel 1997 per concentrarsi su un side project che abbia qualcosa di diverso da dire rispetto all’indie rock del gruppo che lo stesso Jenkins ha contribuito a formare (e nel quale entrambi riconfluiranno nel 2010, ad anni dallo scioglimento, per creare il quarto album The inevitable past is the future forgotten). Lo trovano nella tradizione più oscura della musica statunitense, scarnificando e incupendo il loro suono e uscendo, dopo aver assoldato Mario Rubalcaba alla batteria, col primo disco chiamato semplicemente 1 già l’anno successivo alla formazione, pubblicato dalla Headhunter che già era etichetta dei Three Mile Pilot. Da qui inizia un percorso musicale che si estende fino al 2013 (ma l’ultimo parto creativo, l’EP Blood bunny/black rabbit, esce nel 2010 per Temporary Residence Limited) e che sarei ipocrita a narrarvi con dovizia di particolari estrapolati da wikipedia o altrove (ma vi consiglio caldamente, se volete saperne di più, questa intervista pre-scioglimento e successiva reunion firmata da Michele Minnini e Claudio Fabretti di Ondarock, che fa anche un recap quasi completo della loro storia), avendoli conosciuti da poco anche io e solo grazie ad Alessandro. Posso però provare a spiegarvi quello che c’è nella loro musica, il dolore evocato dalla voce di Jenkins in brani spettrali come When we reach the hill (2, considerato il loro capolavoro, edito nel 1999 dalla Touch & Go come i successivi tre dischi), la delicatezza disperata del piano di Nathaniel in I know your ways (Three), il tentativo di allargare gli orizzonti geografico-musicali al mondo latino con il quarto disco Amore del tropico, ben evidenziato dalla semi title track Tropics of love, senza dimenticare per strada la tensione noir del proprio sound (fantastica da questo punto di vista l’incalzante Sympathy crime), gli sprazzi di luce che, complici arrangiamenti più elaborati, si aprono qua e là negli ultimi due dischi (The spell, 2006, e Six, uscito per Temporary Residence nel 2009), tutto unito dal fil rouge di un brano, The waiter, che i TBHP modulano in cinque diverse iterazioni nel corso degli anni urlando “suca” ai Metallica e alle loro varie The unforgiven. Cambia molto e cambia poco nei sedici anni di attività discografica della band di San Diego, forse un po’ lo sguardo che negli ultimi dischi sembra più guardare alle storie narrate con disincanto piuttosto che lacerante partecipazione emotiva, ma le sensazioni che la loro musica sa evocare restano forti in ogni album (non aspettatevi, da queste descrizioni, una musica depressiva, ma se volete buttarvi dal quarto piano non ve li consiglierei come colonna sonora adatta a dissuadervi dal farlo). I fan che dal 2016, anno della reunion, continuano a seguirli in concerto lo sanno bene, e chissà che in futuro non decidano di rientrare anche in studio: intanto gli si vuole bene anche solo perché si sono esibiti di recente in Italia in contesti come Libera la festa, un piccolo festival dove hanno suonato un sacco di amici di Tremila Battute, il cibo aveva prezzi onesti e la birra, venduta a cinque euro, era buona e artigianale e non la cazzo di Tuborg per cui dovevo svenarmi al Circo Massimo accompagnandola se volevo con patatine confezionate o hot dog e basta (ok, scusate, la smetto di lamentarmi).
Per il suo racconto Alessandro ha preso spunto da A cry for love, undicesima traccia di Amore del tropico. Fra piano, chitarra, archi e batteria minimale la voce di Jenkins parla di ciò che dovrebbe essere l’amore e che, per lui e la persona a cui si rivolge, non è: le complicazioni di questo sentimento emergono anche nel rapporto fra Annarosa e Lucia, madre e figlia unite dal legame di sangue e da una tragedia che cambia forse definitivamente le loro vite. Potete addentrarvi in questa vicenda, ben delineata da Alessandro nel pur breve spazio concesso dal limite di battute, subito dopo il brano che l’ha ispirata: a me non resta che tornare ad augurarvi buon ascolto e buona lettura.
Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero l* artist* accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).
Scarica il numero Zero e il numero Uno della fanzine di Tremila Battute!
La figlia, di Alessandro Busi
«Paura più che altro.»
«Cosa?»
«Prima, a cena. Mi avevi chiesto perché ti voglio qui.»
«Sei in vena di complimenti.»
Annarosa era il nome di sua madre e di sua figlia. Lucia era stata messa al mondo dalla prima e aveva messo al mondo la seconda.
Un ritmo sicuro nel tempo della vita, ma quel tempo ha talmente tanto da fare. Facile che si confonda. Così era successo che andasse fuori fase e facesse morire la Annarosa bambina di due mesi, invece della donna di cinquantadue anni.
Lucia non sarebbe più riuscita a chiamare la madre con il suo nome.
«Ti sei offesa?»
«Figurati.»
«Allora dormiamo insieme anche domani?»
«A dio piacendo.»
Lucia era stata un’adolescente e poi una donna in carne, secondo i parametri della sua epoca – Jennifer Aniston e Courtney Cox, per dirne due.
La madre incolpava le ore buttate a guardare i telefilm scemi. «Mia figlia – commentava fra sé mentre puliva in bagno – non ne vuole sapere di crescere.»
Eppure Lucia rimase incinta, a ventiquattro anni, come succede alle donne che cresciute lo sono. Annarosa si trasferì da lei per aiutarla con le faccende di casa. Le raccomandava di riposarsi e le chiedeva: «Vuoi che metta il dvd di quel telefilm che ti piaceva? Quello dei ragazzi al bar.»
A Lucia i mesi della gravidanza sembrarono un regalo che non meritava.
Sei la benvenuta nel vero mondo! – diceva la televisione – Fa schifo e te ne innamorerai.
«Mamma.»
«Sono qui.»
«Ti dà fastidio se piango?»
«Basta che non singhiozzi.»
«E se mi scappa?»
«Se controlli gli sfinteri per non fartela nei pantaloni, potrai ben controllare le lacrime.»
«Ma…»
«Non ne posso più dei tuoi ma. Annarosa è morta diciassette anni fa; un mondo. Non c’era la guerra, non c’erano le mascherine, i cuochi erano degli sfigati.»
L’anziana alzò le coperte e, in barba ai suoi sessantanove anni e alla sua corporatura mingherlina, rotolò sul corpo della figlia. Le appiccicò le mani in faccia. Premeva con i palmi quelle guance gonfie di inedia.
«Dillo.»
Lucia borbottava, la lingua con la punta di fuori, spremuta fra i denti e le labbra.
«Dai.»
Era ancora la sua bambina da educare, quella che si era fatta ingravidare dal primo che passava, appena lei si era fidata che fosse grande abbastanza da non doverla controllare.
«Da brava.»
Non aveva neanche saputo darle una nipotina sana, né era stata capace di guarirla.
«An.»
«Mmmm.»
Al telegiornale corsie d’ospedale, auto fumanti, animali mutilati, uomini in doppiopetto, padelle.
«Ripeti: An.»
«On.»
«Na.»
«No.»
«Ro.»
Schiacciò più forte.
Lucia non ripeté, ma disse «Sa» e spinse via la madre.
Annarosa si ritrovò sbalzata su bordo del letto, seduta. Si alzò e spense la televisione. Rimboccò le coperte per entrambe. Spense la luce.
Lucia soffiava il naso, ma si capiva che era ancora pieno.
«Mamma.»
«Dimmi.»
«Sono anche contenta che sei qui.»
La madre le mise sotto le narici un fazzoletto dal profumo balsamico. «Dai, su», disse, prima di sentire le dita che si scaldavano del muco di sua figlia.
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