“È necessario che tutti gli schizzi si evolvano in un quadro? Si deve comporre una sinfonia per ogni tema?” Queste domande vengono poste nel libro Cristalli sognanti di Theodore Sturgeon (consigliatissimo), e nel corso degli anni mi hanno portato a fare varie riflessioni. Ho la tendenza a essere piuttosto puntiglioso e completista, a seguire regole autofissate anche se poi, avendole fissate io e non avendo questo terribile impatto sul mondo (per dirla in maniera più terra terra: non gliene frega niente a nessuno) potrei tranquillamente trasgredire. Contando che questo blog si basa però su un delicato equilibrio fra voglia di parlarvi di cose che ritengo interessanti, condivisione di bella musica, interesse ad ospitare autor* emergenti (e non) e la sacrosanta voglia di stendermi sul divano a leggere, guardare un film o dormire dopo uno spritz assassino (il ghiaccio per me annacqua e basta, uccidetemi pure barman di tutto il mondo), so che se trasgredisco troppo quell’equilibrio potrebbe spezzarsi. Questa settimana invece lo schizzo non si evolve in un quadro, il tema non andrà a comporre una sinfonia, non farò il mio lunghissimo sproloquio sulla carriera dell’artista in questione (forse avrei potuto evitare anche questo preambolo? Scusate, sono logorroico su carta/schermata) perché l’artista in questione, ovvero Daniela Pes, l’abbiamo già ampiamente introdotta pochi mesi fa (precisamente qui): non amo ripetermi ma vuoi dire di no a Franco Santucci, che Spira l’ha consumato di ascolti, nel momento in cui mi ha proposto un racconto ispirato a una sua canzone?
Franco ho avuto la fortuna di conoscerlo di persona, essendo come me milanese d’adozione, ed è un piacere doppio poterlo ospitare su queste pagine. Per lui l’unica biografia possibile risiede in una poesia di Pessoa (“Ci sono solo due date – quella della mia nascita e quella della mia morte. Tutti i giorni fra l’una e l’altra sono miei.”), quindi qualsiasi informazione sulla sua vita potrebbe non essere corretta. Qualcuno col suo stesso nome (un omonimo eteronimo?) ha pubblicato con Wojtek Edizioni una raccolta di racconti dal titolo Bestiario del sogno e altri racconti sparsi su CrapulaClub e Fillide. Si deducono probabili sue incursioni nella poesia e nella drammaturgia teatrale, mentre sembra appurata la sua passione per la musica e soprattutto per il Progressive. Apprezza la brevità e la sintesi, quindi difficilmente sapremo altro.
Che dire d’altro invece di Pes, che già non sia stato detto altrove e meglio? Concentriamoci allora sulla musica, e sul brano specifico scelto da Franco per il suo racconto: Carme, terza traccia del suo disco d’esordio, è caratterizzata da un lento perpetuarsi di ipnotica liquidità elettronica su cui poggia la voce piena di enfasi drammatica di Pes, un intrico di idiomi che nel finale lasciano spazio all’ascendere esoterico dei synth. Franco, abile tessitore di suggestioni oniriche e di correlazioni sinestetiche, è riuscito a condensare in una storia dai contorni sfumati ciò che le note e la voce suggeriscono, ambientandola su una spiaggia deserta prima della tempesta mentre una donna si appresta a compiere un rituale dagli scopi sconosciuti, osservata da una figura misteriosa a lei correlata da un reciproco bisogno di salvezza: potete lasciarvi trascinare in questa ambientazione dai tratti esoterici scendendo un poco più in basso, subito dopo il brano da cui si è originata, a me non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.
Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).
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Il rito, di Franco Santucci
Solo se hai paura i fulmini ti colpiranno: lo sussurravo, bisbigliavo, cantilenavo, fino a proferirlo con voce sostenuta. Lei non sentiva, avanzava sulla riva, vestiti neri come lo struggimento delle nuvole, piedi nudi e scarpe abbandonate tra l’asfalto sollevato e la sabbia.
Il vento, carico di pioggia, era tutto nei suoi capelli lunghi, segnali elettrici in movimento. Li inseguivo in una forma che lei non avrebbe potuto scorgere, così come io ignoravo se la sua natura fosse reale o, come la mia, di inseguitrice che sa per certo di essere seguita. Tra le molte donne non potevo vedere che lei: quando si è nello stesso stato si può camminare in un tempo che è spazio, e che era la spiaggia, coi suoi metri di sabbia e tuoni distanziati dal vento umido. Quell’indistinta malinconia che avanza a linee oblique era il segnale reciproco, lo stesso che mi aveva portata fino a questo luogo, mio unico ricordo o atto stesso della mia creazione.
«Solo se hai paura i fulmini ti colpiranno».
Lo ripetevo per farci forza. Ogni presenza umana si era ormai dispersa, e la costa si stava avvolgendo di scuro e presagi e voli di uccelli alla ricerca di un riparo.
Non so se lei sapesse quale fosse il rito, le miriadi di voci che mi parlano in testa sostenevano che, una volta raggiunto il punto, tutte avremmo saputo cosa fare. Ci speravo, mentre una goccia di pioggia si arrotolava morbida nella rena: non ero io. Un’altra si stava affusolando alla mia destra, raccogliendo sale e quarzo in una perlina sghemba: ero ancora salva, ancora in quella speranza indagatoria che tiene sospesa, mentre il temporale, polverizzato nelle sue innumerevoli parti, emanava tanta forza da non permettermi più di pensare.
Finché la vedevo potevo essere liberata, mi ripetevo, anche se fosse stata lei a inseguire un’altra donna e con lei la sua salvezza: si parte da un sentimento comune per forgiare un’àncora. Nel frattempo, non distante dalla battigia, venne forte il boato di un fulmine che unì cielo e spiaggia. La vidi tremare, pensare di tornare indietro, perdere quello stato di estasi. Ne ero anch’io molto scossa e temevo per la sua vita, ma raccolsi le voci:
«Solo se hai paura i fulmini ti colpiranno».
Si girò dalla mia parte, come mi avesse sentita, e pensai che se non era lei a essere viva allora era più difficile poter essere liberata. Non so bene come funzionasse il rituale, ma sentivo di doverle trasmettere quella mia specie di iridescenza: può darsi fossi io a doverla salvare e non viceversa.
Con mia gioia, lei riprese a respirare e ad avanzare nella pioggia, conscia della mia compagnia: io e lei e un’altra donna e l’altra che ci seguiva e un’altra ancora e i fulmini come colori a intermittenza, rossi, verdi, gialli, blu e suoni (mio dio i suoni!), e gocce d’acqua, in una tavolozza di nuvole e onde, quella che ci saremmo portate dentro ogni volta in cui il tempo si fosse fatto spazio e materia, prima di divenire un’unica forma, un unico rito, un unico, breve, stato d’essere.
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3 pensieri riguardo “Racconto in musica 177: Il rito (Daniela Pes – Carme)”