Racconto in musica 163: La Via Romana (Remo Remotti – Roma addio)

Ma lo sapete che sono passati quattro anni da quando è stato pubblicato il primo racconto su questo blog? Quattro anni tondi tondi! Come dite? Quattro non è un numero tondo? Ma qui a Tremila Battute siamo per dare dignità a ogni numero, e sorvoliamo anche sul fatto che oggi è l’11 di febbraio, mentre il racconto dedicato agli Unoauno (che stanno per tornare, vi invitiamo a tenerli d’occhio e a recuperare la loro discografia) era uscito il 9 febbraio. Quanto erano corte le introduzioni che facevamo allora? Ci sono parse presto incomplete, ma quante ore di sonno perse il sabato o la domenica mattina a sbrodolare come sto facendo ora… Che poi basterebbe almeno limitare la supercazzola ma vabbè, ormai va così. Per festeggiare questo traguardo di cui ci saremo già dimenticati domani è tornato a trovarci un graditissimo ospite, Marco Volpe, e la sua suggestione musicale è di quelle molto particolari e apparentemente lontane dal nostro canone di artist* brav* che fanno la fame: parleremo infatti di Remo Remotti, cantautore e attore romano scomparso nel giugno del 2015.

Veder tornare l* collaborator* è sempre un piacere, ancora di più se te l* sei andat* a cercare. Di Marco avevo letto racconti qua e là e il suo modo di narrare mi aveva colpito molto, lo avevo contattato e il suo primo contributo alla causa (che trovate qui) aveva confermato tutte le mie impressioni positive. Nato a Roma nel 1980 ma residente in Inghilterra, dove lavora come ricercatore informatico (note biografiche che rientrano parzialmente nella storia che leggerete più in basso), i suoi racconti potete trovarli principalmente su Narrandom, bellissima rivista a cui collabora come editor e chi vi invitiamo a seguire e supportare.

Il mio primo ricordo di Remo Remotti non ha a che fare con la pittura, suo primo amore nel mondo dell’arte fin dagli anni cinquanta/sessanta. Non ha nemmeno a che fare col cinema, nonostante la lunghissima carriera che l’ha portato a essere volto noto in pellicole di, fra l* altr*, Nanni Moretti, Marco Bellocchio, Cinzia TH Torrini e Nanni Loy (di cui è stato cognato), oltre a commettere peccati per cui possiamo perdonarlo come comparsate ne I Cesaroni e Un medico in famiglia (ma pure ne L’ispettore Derrick). Ha a che fare invece con la musica, ma non la sua bensì quella degli Elettrofandango, band trevigiana che nell’album del 2009 In quanto già peccato lo coinvolge e rende possibile un momento artisticamente altissimo come questa Confessioni di un vecchio sporcaccione, che ad una musica dinoccolata e malata unisce la sua voce roca che, citando la recensione del disco pubblicata da RockIt, “sputa carnalità”.

La carriera musicale di Remotti era allora attiva e già variegata, aperta alle collaborazioni come dev’essere quella di un’artista che non si fa problemi a provare qualcosa di nuovo e legata a doppio filo alla sua produzione poetica, piena di alto e soprattutto di basso come si addice a uno che, citando la citazione (giusto per essere ancora più contorti) in calce a questa recensione del suo primo disco Canottiere (come tutti pubblicato dall’etichetta ConcertOne), si definiva “di professione pittore e scultore, per me lo scrivere è un modo di concentrarmi. Nel tempo libero vado a puttane”. Non si trova molto linguaggio inclusivo ascoltando la sua discografia (sono ironico, non posso aspettarmelo dalla Presidente del Consiglio, figuriamoci se faccio una crociata contro Remotti che ai tempi era già intorno agli ottant’anni), composta da quattro album usciti fra il 2005 e il 2010 più un disco con il jazzista Antonello Salis, ma già nel 1998 aveva inciso il brano Me ne vado da Roma con la band elettronica Recycle, ha ospitato nella compilation Remo! i producer Hardage e Ominostanco, i Perturbazione l’hanno omaggiato di una cover e insomma, il suo mondo popolare e intrinsecamente romano è riuscito a contaminarlo di suoni e suggestioni molto più ampie di quanto si potrebbe prevedere dall’autore di Te puzza la F. Pezzo importante del teatro canzone romano, divisivo e fiero di esserlo, Remotti è morto nel 2015 a solo un anno di distanza dai festeggiamenti per i suoi novant’anni, celebrati con la mostra delle sue opere intitolata “Ho rubato la marmellata”, titolo calzante per un’artista che nella sua carriera certamente non si è mai preso troppo sul serio e a cui Davide Toffolo nel 2021 ha dedicato il suo volume a fumetti L’ultimo vecchio sulla terra.

Roma addio è il racconto di una città e delle sue storture, intriso di rabbia e allo stesso tempo di malinconia perché si ama un luogo anche per i suoi difetti nonostante sia difficile ammetterlo (e non per niente Remotti a Roma, dopo aver viaggiato a lungo fra Perù e Germania, ci è ritornato definitivamente nel 1971). Marco a questa base sovrappone i suoi ricordi e parla anche lui di un’emigrazione, per motivi diversi da quelli che hanno spinto Remotti ad andar via o spingevano, citando la canzone, i giovani verso oriente negli anni 70, ma mantenendo inalterati la malinconia e l’affetto per il luogo in cui si è lasciato un pezzo di cuore: potete leggere il suo racconto subito dopo il brano che l’ha ispirato, più in basso, mentre a me non resta che augurarvi buon ascolto e buon lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

Scarica il numero Zero e il numero Uno della fanzine di Tremila Battute!

La Via Romana, di Marco Volpe

Io sono stato bambino negli anni ’80 in un paese dalle parti di Roma. Se eri bambino, a quei tempi e in quei luoghi, quello che facevi era giocare a pallone per strada. Non c’era molto di più, ma almeno un’altra cosa sì: c’erano le nonne. E quelle nonne, il pallone e la strada li accettavano pure, a patto che stessimo attenti, non facessimo danni, non andassimo lontano. Il limite, almeno per nonna mia, era la Via Romana. Non vi fate male, non rompete niente, non andate sulla Via Romana.

Nel mio immaginario di bambino degli anni ’80, la Via Romana era una specie di Far West in cui giravano mostri con le ruote che mettevano sotto i bambini. Io potevo avventurarmi fino a lì solo se c’era mio fratello più grande, e comunque senza pallone, e comunque dovevamo guardare a destra e sinistra quando attraversavamo. La Via Romana. Il fatto è che in paese arrivava la Tiburtina, che era una strada consolare costruita dagli antichi romani. Ma per nonna, in base a non so bene quale figura retorica, via romana aveva finito per significare ogni strada buona, asfaltata, di quelle dove trafficavano le macchine.

Poi il tempo è passato, in qualche maniera siamo usciti vivi dall’infanzia e le nonne, una dopo l’altra, se ne sono andate. Anche io e i miei coetanei, a modo nostro, abbiamo fatto la stessa cosa: a un certo punto il paese non ci è bastato più, abbiamo imboccato la prima via romana che abbiamo trovato e siamo partiti. Forse ci sentivamo pure coraggiosi mentre lo facevamo, perché doveva esserci rimasto ficcato in testa che quello che attraversavamo era il Far West. Da allora, è stato tutto un gironzolare strano, che è somigliato a un guardarsi intorno più che a un arrivare da qualche parte. Abbiamo continuato a dirci che un giorno saremmo tornati indietro, a casa – non abbiamo mai smesso di chiamarla casa –, appena possibile, alla tappa successiva, non c’era dubbio, e invece abbiamo finito per allontanarci ancora, a ogni tappa di più, come appresso a un navigatore rotto.

Ormai vivo in Inghilterra da sei anni. Ho trovato un lavoro, mi sono sposato, ho un figlio che gioca a pallone sui campi d’erba sintetica. Una cosa che mi piace di qui è che, quando attraversi la strada, una scritta sull’asfalto ti dice se devi guardare a destra o a sinistra. Nei casi più complicati, ti dice addirittura di guardare both ways. Per me, che devo ancora abituarmi al fatto che si guida contromano, la cosa è utilissima. E però, allo stesso tempo, mi fa sorridere questa viabilità inglese che si comporta tale e quale a nonna mia quarant’anni fa. Così ogni volta che attraverso, e guardo a destra o a sinistra o both ways, m’arriva dentro un pezzetto di nostalgia. Se è vero che ogni strada porta a Roma, allora ogni strada è via romana e aveva ragione nonna. Non serve mica il navigatore. Si tratta solo di salutare tutti, fare i bagagli, fare attenzione, e convincersi che il coraggio sta dalla parte opposta di dove pensavamo noi.

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Pubblicato da Ficky

Nel (poco) tempo libero scrivo racconti, guardo film e serie tv, leggo libri, recito in una compagnia teatrale, partecipo a eventi culturali e vado a vedere un sacco di concerti. Ho scritto per anni di musica (Indie-zone, Stordisco, Asapfanzine) e spero di trovare il tempo di farlo ancora per molti anni a venire.

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