Tremila Battute nasce (e tuttora sopravvive) come blog/aspirante rivista letteraria che vuole far dialogare narrazioni brevi e musica indipendente, ma se per le narrazioni c’è un’ovvia selezione la musica non è che mi debba piacere per forza. Amo scoprirne di nuova, ma sono molti i casi in cui ascolto qualcosa che non conoscevo e scopro che potevo anche farne a meno, e pure fra l* artist* che hanno avuto il loro racconto dedicato ce ne sono tant* che non mi hanno colpito, nonostante le parole che ho speso per descriverne il più professionalmente possibile la carriera. Ad esempio c’è un artista di cui anni fa sentii girare un sacco il nome, ma come spesso capita quando qualcosa diventa un fenomeno molto ampio (e sì, questo è snobismo, al di là del fatto che non si riesce ad ascoltare tutto) lo guardai da lontano. Molto da lontano. Se non fosse che poi, anni dopo, mi ritrovai al Woodoo Festival ad un concerto dei Gazebo Penguins e loro facevano da apripista all’artista in questione, che io ancora guardavo da molto lontano ma che presto avrei visto molto da vicino. E io giuro che solo lì, dopo qualche concerto di quella piacevole giornata di musica, scoprii che Calcutta era quello di Oroscopo, una canzone che ancora adesso se la ascolto non riesco a non pensare “ma chemmerda”. A Natale siamo tutti più buoni, ma oggi è la vigilia e spero mi concederete di essere onesto: il concerto comunque fu piacevole, e da allora Calcutta l’ho guardato sempre un po’ da lontano ma con quello sguardo consapevole che sta a dire ok, qualcosa di piacevole ti è uscito fuori, ma SO COSA HAI FATTO L’ESTATE SCORSA (che poi ormai è qualche estate fa).
A farmi parlare di Calcutta è stata Cristina Nori, una collaboratrice della prima ora visto che il suo Mare nero è il ventitreesimo racconto in musica pubblicato su questo blog. Attiva nel mondo letterario fin dalla fine degli anni novanta, durante i quali una sua poesia viene selezionata nell’antologia Genovantasei a seguito della partecipazione all’omonimo premio (la cui giuria era presieduta da un certo Edoardo Sanguineti) e alcuni suoi testi vengono rappresentati durante la Biennale dei giovani artisti di Torino del 1997, Cristina nel 2014 fa parte della giuria del Premio delle lettrici della rivista Elle. Nel 2016 il suo racconto Lettera a Leiji Matsumoto viene rappresentato al Festival delle lettere di Milano e nello stesso anno collabora all’antologia Scriviamo un’altra storia – Perché di silenzi, talvolta, si muore (Albatros Edizioni), mentre nel 2018 si mette in proprio e pubblica con la casa editrice Suigeneris la raccolta di racconti Diario di una molecola psicoattiva. Cristina è anche un’amica, in quanto collaboriamo insieme fin dal 2020 a quella bella realtà che è Read And Play (ma lei è arrivata prima) e nel 2022 ho avuto il piacere di curare insieme a lei l’antologia delle seconda edizione del concorso letterario Note d’inchiostro, edita dalla casa editrice marchigiana le Mezzelane (in cui compare anche un altro nome noto agli habitué del blog, ovvero Andrea Bruccoleri). La sua ultima apparizione editoriale è datata 2023, quando ha partecipato alla raccolta Live! – Racconti di vita e concerti di Arcana Edizioni (curata da Davide Morresi) con il racconto Angel rat: un buon preludio al suo ritorno, essendo un’antologia che ha come tema portante la musica dal vivo.
Arcana Edizioni, guarda un po’ i casi della vita, è anche la casa editrice che ha pubblicato nel 2018 la biografia di Edoardo D’Erme, intitolata Calcutta. Amatevi in disparte, un titolo che è già manifesto programmatico di una poetica sensibile e bislacca al tempo stesso, intrisa di Battisti e dello spirito disilluso e disimpegnato del nostro tempo che a volte è constatazione semplice di come vanno le cose, mentre a volte è una comoda scusa per lamentarsi correndo sul posto. Di certo D’Erme fermo non ci è però rimasto dal 2007 a oggi, passando attraverso la formazione di band fallimentari e rumorosissime (che sarei stato curioso di sentire) nella sua Latina prima di sfociare nell’indiepop con il progetto Calcutta, inizialmente una band vera e propria formata con Marco Crypta. Quest’ultimo nel 2011 decide di andarsene, portandosi dietro anche la sezione ritmica: Calcutta diventa così il moniker di D’Erme, ora un cantautore che attraverso l’etichetta Geograph Records pubblica il suo primo album già l’anno dopo, senza perdere tempo. Di Forse…, così come del successivo Ep The sabaudian tape (2013, uscito per la netlabel Selvaelettrica e prodotto, scritto e registrato con Stefano “Trapcoustic” Di Trapani) io non mi accorgo per niente (e la loro uscita sconfessa la teoria di Matteo Bordone secondo la quale Calcutta butta fuori un disco solo quando il Frosinone è in Serie A, citando una sua successiva hit), ma evidentemente alla Bomba Dischi hanno antenne più lunghe e sensibili delle mie e nel 2015 lo mettono sotto contratto, accompagnandolo all’uscita del secondo disco Mainstream già sul finire di quell’anno.
Mainstream di rumore ne fa molto più delle band fallimentari della prima fase di carriera di D’Erme, sarà per quell’aria un po’ dimessa che tutto evoca tranne una rockstar, sarà per l’intimismo stralunato delle canzoni, sarà anche per la produzione e l’aiuto in fase di arrangiamento di Niccolò Contessa de I Cani: il successo grosso arriva però qualche mese dopo, a maggio 2016, quando il famigerato duo Takagi & Ketra produce l’altrettanto famigerata Oroscopo e Calcutta diventa un nome speso su tutte le radio nazionali e pure in tv, ad esempio a Quelli che il calcio, proiettando D’Erme in un altro campionato dove, va riconosciuto, riesce a giocare senza scomporsi più di tanto. Ci gioca a modo suo, un po’ come l’indimenticato Dario Hübner citato nel titolo di una canzone del suo terzo album Evergreen (2018), ma a giocare assieme a lui sono nomi sempre più importanti (un po’ come il Bisonte quando se ne andò al Milan) visto che D’Erme inizia a scrivere canzoni per e con gente come Elisa, J-Ax e Fedez, Francesca Michielin e anche “mummie di merda” (citando il mitico ex batterista degli One Dimensional Man, Dario Perissutti, durante una premiazione di anni e anni fa) come Loredana Bertè (ma anche con amici meno altolocati come Davide Panizza dei Pop X). Essere famosi, come insegna in questi giorni la mia vicina di casa Chiara Ferragni, significa anche essere soggetti al passaggio di qualche shitstorm, e pure D’Erme la deve attraversare quando vien fuori che per il capodanno 2018 nella sua città d’adozione, Bologna, il Comune lo paga cinquemila euro per… Curare una playlist natalizia da trasmettere attraverso gli altoparlanti del centro, il che non sarà come il milione di euro scucito a Balocco ma oh, sossoldi!
Io l’ho fatta molto breve, ma di Calcutta ne sapete molto probabilmente più di me e una ricerca veloce sarà probabilmente esauriente come non riuscirò ad essere io dilungandomi troppo. D’altronde vi sarete accort* che è da poco uscito il suo quarto disco Relax, proprio quando il Frosinone è tornato in Serie A per l’ennesima volta, e mentre in radio risuona 2minuti e i suoi brani vengono streammati dibbrutto (quante doppie!) sulle piattaforme online lui continua a portare in giro le sue canzoni, come ha fatto nel recentissimo tour che questa settimana, guarda un po’, l’ha portato a Milano: io l’ho saputo solo dopo, ma in questo caso posso soprassedere che tanto ho già dato.
Natalios è un brano che non so esattamente dove collocare nella discografia di Calcutta, visto che mi appare unicamente all’interno di una compilation a tema del 2014 o come bonus track dal vivo in una delle svariate edizioni speciali di Mainstream. La solitaria e ben poco festiva notte di Natale evocata dal cantautore di Latina nel racconto di Cristina si trasforma nel manifesto programmatico di un gruppo di allergici alla festività, fra babbi natale tristemente appesi ai balconi e le solite canzoni trite e ritrite che non riusciamo più ad ascoltare senza che ci venga l’orticaria. Trovate la loro storia subito dopo il brano che l’ha ispirata, a me non resta che darvi appuntamento a gennaio e augurarvi, oltre a un buon riposo dalle fatiche lavorative (ma non lasciate solo alle donne l’incombenza della tavolata natalizia!), buon ascolto e buona lettura.
Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).
Scarica il numero Zero e il numero Uno della fanzine di Tremila Battute!
Gli allergici, di Cristina Nori
Permetteteci di presentarci: siamo gli allergici al Natale.
Iniziamo a sentire acidità di stomaco dopo Halloween, quando nei supermercati compaiono i panettoni farciti di creme fosforescenti a forma di abete, cometa o corna di renna. Qualche anno fa il reflusso ci prendeva dopo l’Immacolata, ma oggi che il commercio ha divorato ogni minimo senso del sacro il bisogno di Maalox si fa vivo a metà autunno.
Per carità, ci piacciono i canditi, però a quarti, nella cassata siciliana.
Siamo colti da orticaria a sentire la playlist delle canzoni natalizie. All I want for Christmas, Jingle bells e Santa Baby alle nostre orecchie hanno tutte lo stesso suono, quello di un punteruolo sulla carrozzeria originale di un Dino Ferrari del 1970.
Certo, amiamo Mariah Carey e Michael Bublé, ma quando cantano altro.
Sbuffiamo con l’aspirapolvere in mano mentre i familiari spargono in salotto gli aghi dell’abete di plastica e i cocci delle palline di vetro bavaresi, ché ogni anno ne cade qualcuna. Sopportiamo i cumuli di polvere sulle statuine del presepe, quelle di terracotta della mamma quando era piccola, l’ovatta delle pecorelle e il muschio puzzolente raccolto nel bosco per rendere il tutto più realistico.
Taglieremmo la fune ai Babbi Natale impiccati ai balconi, perché – credeteci – non danno l’impressione di consegnare doni ai bambini. Noi ne ricaviamo l’immagine di un suicidio, al massimo di un’effrazione di domicilio.
Siamo quelli che odiano la schiuma del Natale, l’insensata finzione della felicità, la compulsione a dimenticare la realtà.
Il nostro momento più nero fu la pandemia. Ci facevano star male quei maledetti arcobaleni con scritto “Andrà tutto bene”. Nessuno poteva prevedere cosa sarebbe stato, neppure ostinati individui adulti che esponevano lenzuola rainbow.
Signori, lasciate che vi diciamo una cosa: andrà tutto bene è una frase che funziona per i bambini dell’asilo, che hanno bisogno di essere sostenuti e rincuorati. A quell’età un piccolo inganno può starci. Dalle elementari in poi, però, si torna alla realtà, ché prima la guardi in faccia e meglio è. Non va sempre tutto bene e se vuoi davvero migliorare le cose, tirati su le maniche e fai ciò che è in tuo potere.
Spostare i re magi giorno per giorno nel presepe è facile quanto fingere che il bambinello di Betlemme non abbia detto “ama il prossimo tuo”. Non vale perché lo disse da grande?
Forse non siamo esenti da ipocrisia, ma scaviamo per recuperare l’essenza delle cose. Alcuni di noi raccolgono cibo, altri donano vestiti, altri ancora il loro lavoro e il loro tempo. I più coraggiosi semplicemente stanno dove non c’è più nulla da fare se non restare, come faceva una piccola donna albanese partita da Skopje con le tasche vuote e un cuore enorme.
Vi sembra strano che gli allergici al Natale conoscano questa storia? Non stupitevi, anche noi sappiamo ascoltare il messaggio del neonato nella mangiatoia insieme al bove e all’asinello: senza arcobaleni, ma borbottando con le maniche rimboccate.
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2 pensieri riguardo “Racconto in musica 159: Gli allergici (Calcutta – Natalios)”