Giuro che non lo faccio apposta. Certo, creare un blog/aspirante rivista letteraria che fa della musica indipendente il suo motore trainante è voler fare consapevolmente parte della nicchia della nicchia, ma questa volta volevo davvero parlare di qualcosa che fosse un minimo d’attualità. Dell’Ep che riunisce I Cani e Baustelle, ad esempio, avevo già una mezza bozza d’articolo in mente, ma poi mi è sembrata debole e parlare di soli due brani (per quanto belli) era un po’ uno spreco. Avevo pensato di parlare di El Conde, il film di Pablo Larrain che immagina un Augusto Pinochet redimorto e succhiasangue che decide di farla finita una volta per tutte, ma non mi ha convinto granché e mentre pensavo a come argomentare con cognizione di causa le mie impressioni è andata a finire che ho visto un altro film su cui invece di cose da dire ne ho trovate un sacco. Così, a una decina di giorni da Natale, vi beccate un articolo che parla di un film horror e manco recente, bensì del 2020.
Relic mi ha fatto pensare al perché si ha paura e, soprattutto, di cosa si ha paura. Lo stratagemma della casa isolata in mezzo alla natura, nella quale un gruppo di personaggi si ritrova a tu per tu con un male misterioso, non riesce ormai più a colpirmi dopo averla vista utilizzare in troppe maniere, raramente con maestria e con le idee migliori sfruttate di chi ci ha fatto sopra del metacinema (grazie di esistere Quella casa nel bosco); se però mi metti in un posto che non conosco e di cui non riesco a capire le regole allora sì che, se non mi hai spaventato, perlomeno hai calamitato la mia attenzione. Il film di Natalie Erika James (regista nippo-australiana qui all’esordio “sul lungo”, dopo una gavetta fatta di svariati corti, video musicali e spot televisivi) è un po’ entrambe le cose di cui sopra: c’è la casa isolata, quella di nonna Edna (Robyn Nevin), raggiunta a causa della scomparsa della donna dalla figlia Kay (Emily Mortimer) e dalla nipote Sam (Bella Heathcote); ci sono però anche i segni di un male i cui modi e scopi non sono così decifrabili e la cui genesi non viene mai spiegata chiaramente, solo degli accenni a una baita dismessa i cui vetri sono stati installati in casa e ad un bisnonno folle che la abitava, il che butta dentro di nascosto anche un tema portante del film, quello dell’ereditarietà.

La nonna scomparsa non rimarrà tale per molto tempo, ma il suo ritorno più che risolvere i problemi li aumenta. Edna alterna momenti di lucidità ad altri in cui è affetta da amnesie, scatti d’ira e intrattiene inquietanti conversazioni con qualcuno o qualcosa, e capire se dietro i suoi deliri c’è solo il progredire della malattia che la affligge o qualcosa di ancora più preoccupante è il compito in cui vengono lentamente coinvolte Kay e Sam. Il rapporto fra le tre donne è una delle cose migliori del film, tre generazioni con problemi latenti che non ci vengono mai esplicitati direttamente, solo suggeriti da gesti, atteggiamenti e mezze frasi: figlie contro madri e madri contro figlie ma tutto senza esagerare perché ci sono anche i sensi di colpa che agiscono, quelli di Kay principalmente che sta pensando di mettere sua madre in un ospizio, scontrandosi con una figlia desiderosa invece di aiutare la nonna trasferendosi da lei (“non è così che funziona?” dice Sam durante una discussione, “tua madre ti cambia i pannolini e tu cambi i suoi”) . Fra il dire e il fare c’è però di mezzo l’abitazione, una casa infettata le cui pareti sembrano ammuffire in alcuni punti e in cui succedono cose strane che si scoprono ben presto non essere solo frutto dei deliri di Edna, la quale è convinta che la casa sia più grande di quanto appaia.

Relic è, soprattutto nella prima parte, un film di spaventi inespressi, attimi in cui la tensione monta fino ad arrivare ad un climax che non la risolve. Figure sfumate che ti seguono alle spalle, rumori nella notte che sente solo una delle protagoniste, tutto un campionario di possibili jump scare che invece James utilizza per creare un clima opprimente che corre sul filo fra il probabile e l’improbabile: vince quasi sempre il primo, ma ormai la regista è riuscita a insinuarti nel cervello il germe del dubbio. C’è una sequenza del videogioco Dead Space (l’originale, nel recente remake non ho idea se sia stata inserita) che spiega bene questo tipo d’inquietudine: intrappolato in una astronave piena di ogni sorta di aberrazione, il protagonista si ritrova a percorrere un corridoio buio in cui improvvisamente si sentono urla e rumori inquietanti in avvicinamento… Che poi vanno oltre, senza colpo ferire. Il sollievo per il pericolo scampato lascia presto spazio ad altro, perché sia quella sequenza che le scene preparatorie di Relic mettono in crisi il tuo concetto di allarme, ti dimostrano che non puoi mai essere al sicuro: siamo abituat* a non aspettarci l’improbabile, meno che mai l’impossibile, ma quell’impossibilità resta sempre a macinare in un angolo della tua mente nonostante, quando mai dovesse palesarsi, saremmo probabilmente comunque inadatti a farvi fronte. È anche un film in cui il saldo fra le decisioni buone e quelle stupide pende a favore delle prime, perché può sembrarti una pessima idea andare a indagare in un corridoio buio su un rumore strano, ma sinceramente pure io farei la stessa cosa per evitare di svegliare la mia compagna se sento un rumore in un’altra stanza, contando che quasi sicuramente sarà il gatto che ha fatto cascare qualcosa (salutate Miao Tse Tung, il nuovo felino di casa Tremila Battute!): solo se c’è un vero allarme accenderò la luce, e lo stesso ragionamento Kay e Sam lo fanno molto spesso, anche se poi incappano in istinti indagatori che finiscono male prima che possano prendere la saggia decisione di tornare sui propri passi.

La pellicola è anche, inutile negarlo, una metafora della malattia. Il bisnonno folle morto nella baita, che ogni tanto appare confusamente in sogno a Kay, ha trasmesso qualcosa di maligno alla casa di Edna ma allo stesso tempo le ha trasmesso qualcosa di più devastante e che ha a che fare col dna, non certo col paranormale. È un’ereditarietà della malattia più che del male, perché di fronte al mistero insolubile dell’entità marcescente che aleggia sulla vicenda non vengono meno temi come la perdita della memoria, la pietà filiale, le decisioni dolorose che sembrano inevitabili e i sacrifici che si pensa di poter fare e che invece sono un peso troppo grande da portare. Questo non impedisce alla regista di spaventare, perché soprattutto da metà film in avanti la vicenda si sposta sensibilmente verso quel posto sconosciuto e senza regole di cui accennavo verso l’inizio dell’articolo e seguire Kay e Sam in quel percorso (soprattutto Heathcote sfodera un’ansia e un terrore credibilissimi) è un’esperienza angosciante. Il punto forte di Relic, oltre a un cast azzeccato e ad una buona scrittura, è proprio la capacità di non reggersi solo sulla comoda metafora ma creare le basi di una mitologia oscura dietro al male che aleggia sulla casa, lasciando intatta la potenza delle riflessioni sull’umana decadenza e accompagnandole con qualcosa di inquietante che non ti verrà mai spiegato chiaramente, e va benissimo così.

Il finale, forse debitore di un altro horror australiano seminale come Babadook, risolve in maniera fin troppo educata l’intera vicenda, risultando coerente coi temi affrontati nell’arco della pellicola ma stridente per le reazioni dei personaggi alla situazione. Piacerà a qualcun* e non piacerà ad altr* (è anche uno dei pochi momenti in cui il tema dell’ereditarietà viene sottolineato col pennarellone delle grandi occasioni), ma non intacca la qualità di un film con cui vi consiglio vivamente di riprendervi dopo il pranzo di Natale, che un’abbuffata di buoni sentimenti non è che faccia per forza male ma mischiarla con del male marcescente è pur sempre interessante. Da notare, come ultima cosa che non sarà sfuggita a voi lettor* attent*, che il film parla di cura ed è totalmente (e, si intuisce, volutamente) al femminile: i maschi nella famiglia di Edna, Kay e Sam sono morti o assenti, gli unici uomini che si vedono sono lo sceriffo che dirige inizialmente le (infruttuose) ricerche e due vicini, padre e figlio, che per motivi condivisibili si guardano bene dall’avvicinarsi ad Edna. Cambiano i tempi e cambiano le mode ma persino il cinema fatica a raccontarci storie del genere con protagonisti maschili (anche nel recente The father, di cui avevo parlato qui, è una figlia a farsi carico dell’anziano genitore), specchio di una società in cui noi uomini deleghiamo spesso e volentieri il lavoro di cura: speriamo che in futuro non ci sembri così strano vedere un simil Relic che non preveda donne nel cast.
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Un film meraviglioso che riesce ad affrontare il tema della malattia e della demenza in maniera veramente intelligente e approfondisce questo male in maniera stupenda e profonda. L’ho apprezzato tantissimo.
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