Racconto in musica 148: Schiantarsi (Downtown Boys – Wave of history)

Normalmente la stesura di questi articoli avviene di sabato o domenica mattina, ma in questo caso sto scrivendo di giovedì sera. Perché? Perché mentre leggerete queste righe io sarò al banchetto di pièdimosca Edizioni a Firenze RiVista, dove Tremila Battute si paleserà in carne, ossa e rivista cartacea. Eh sì, abbiamo un numero uno dopo il numero zero! Però ve lo allego digitalmente da settimana prossima, mentre se siete di Firenze e volete passare dalla Piazza delle Murate (potete passare anche se non siete di Firenze, ma potrebbe essere un po’ tardi per organizzarvi se venite, che so, da Palermo) potreste avere anche una copia fisica, sempre che ne siano avanzate visto che le regaliamo e di solito le cose gratis attirano l’attenzione. Essere a Firenze RiVista è una cosa bellissima (lo dico ancora prima di esserci fisicamente, perché me la sono già goduta da osservatore), ma avere molte passioni porta a recriminare anche quando succede una cosa bella: la recriminazione, nel caso specifico, è che mentre sarò sul treno del ritorno staranno suonando al Circolo Gagarin di Busto Arsizio i Downtown Boys, e non potendo essere fisicamente lì ho perlomeno deciso di dedicare loro questo articolo.

Ve la farò breve per una volta, perché è tardi e devo ancora preparare lo zaino: i Downtown Boys vengono da Providence nel Rhode Island, si sono formati nel 2012 e fanno punk. Troppo breve? Ok sì, posso dire effettivamente di più, tipo che la band si forma grazie al fortuito incontro fra Joey La Neve DeFrancesco, che suona la tuba (quindi non proprio il primo strumento a cui pensi quando pensi al punk), e la cantante Victoria Ruiz, entramb* impiegat* al Renaissance Hotel di Providence prima che DeFrancesco si porti dietro l’altro suo gruppo, la brass band What Cheer? Brigade, per licenziarsi nella maniera più spettacolare che possa venirvi in mente. Davvero, guardate il video: non avete mai sognato di licenziarvi così? Ok, probabilmente comincerete a sognarlo ora. L’uomo che suona uno degli strumenti meno punk del mondo (anche se nei Downtown Boys si butta sul sax) si licenzia quindi nella maniera più punk che possa venirvi in mente, e la sua musica non può che seguire quella linea: il primo disco arriva già nel 2012 ed è una grezzata di un’energia infinita in cui Ruiz urla come una dannata e tutti vanno a mille all’ora. Attirano con quel disco l’attenzione della Sister Polygon Records, che nel 2014 pubblica un Ep che, giusto per incasinare le idee, è pure quello omonimo (e contiene una seconda versione, lievemente ripulita, della canzone Slumlord Sal), mentre l’anno dopo pubblicano per la Don Giovanni Records il disco Full communism, dove la band si ripulisce il minimo indispensabile senza pensarci minimamente a rallentare. Il titolo del disco è anche una dichiarazione d’intenti, perché i Downtown Boys sono ultrapoliticizzati e si schierano senza troppi giri di parole (in spagnolo e inglese) al fianco di tutte le minoranze e contro ogni oppressione.

Il casino che fanno live fa rumore, ma davvero tanto, perché si accorgono di loro Rolling Stone e il New Yorker, mica due giornaletti del cazzo, e il loro nome comincia a girare pure per i festival che contano, tipo il Coachella e il SXSW. E qui dimostrano ancora di più il loro impegno politico, perché sputtanano il modello di business del Coachella con una lettera aperta in cui si impegnano a donare parte del loro cachet alle organizzazioni LGBTQIA+ Prysm e FIERCE, mentre sono fra i più attivi per far togliere una clausola di collaborazione con l’agenzia di immigrazione nel contratto dell’SXSW (riuscendoci). Vendersi mai insomma, neanche alle major, ma per la maggiore delle minor si può fare un’eccezione: ad agosto 2017 esce per Sub Pop il terzo disco, Cost of living, e il passaggio a una realtà più importante non lede minimamente all’energia della loro musica o all’impegno politico nei testi. A tutt’oggi questo resta il loro ultimo disco, ma c’è anche un po’ d’Italia nel proseguio della loro carriera: nel 2020 la regista italiana Susanna Nicchiarelli (di cui vidi anni fa il meritevole Nico, 1988) fa uscire il suo quarto film Miss Marx, basato sulla storia della figlia più giovane di Karl Marx, Eleanor, e a firmare la colonna sonora ci sono proprio i Downtown Boys, che per l’occasione scrivono il brano L’internationale. Ci sono abbastanza motivi perché andiate al posto mio a pogare in quel di Busto?

Wave of history, brano di apertura di Full communism, è una delle loro migliori rasoiate belle dritte e senza fronzoli. Mentre la ascoltavo pensavo al disilluso Hunter S. Thompson, che in un passaggio amaro del suo Paura e disgusto a Las Vegas ricorda la fine dell’illusione di pace e amore degli anni sessanta: all* protagonist* del racconto di questa settimana faccio immaginare un’onda diversa, destinata non a schiantarsi ma a trascinare con sé altre persone disposte a lottare per i loro ideali. Potete beccarvi sta infusione di positività subito dopo il link al brano, a me non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

Scarica il numero Zero della fanzine di Tremila Battute a questo link!

Schiantarsi

Slalomiamo fra i vicoli ancora cupi e io mi cago sotto a ogni angolo da cui potrebbero schizzar fuori gli sbirri che ci fanno ancora la posta. Mi fa male respirare per le tranvate al costato ma devo stare muto, ci mordiamo la lingua e camminiamo, e se non la maledico cento volte mentre mi tocca sucarmi una salita assassina che in cima ci sta pure l’obitorio (e giù a toccarsi le palle) allora saran centouno.

C’ho qualcosa da farti vedere, mi ha detto la sera prima mentre fasciava la testa di uno dei nostri che piagnucolava che la benda è troppo stretta e oh, stai attenta. Lei gli ha tirato uno schiaffetto sul braccio e mi ha detto sveglia presto, non dirmi di no.

E non puoi farmela vedere adesso sta cosa? le ho chiesto, ma lei mi fa che no, sarà tutto pronto domani mattina. Pronto che, le ho chiesto, ma lei m’ha detto solo di non rompere i coglioni e di dormire, che per domani dobbiamo tenere le energie.

Le energie le sto spalmando tutte qua, vorrei dirle mentre sudo anche se è ancora buio per il caldo velenoso che fa in sti giorni, ma lei mi sta sempre avanti un passo e se sussurro mi sentono solo le mie scarpe. A un certo punto scompare dietro un angolo e io penso ecco, l’hanno acchiappata, ma quando svolto con gli avambracci a protezione lei sta seduta su un muretto e guarda in basso. Non fosse che me ne frega zero della figa la troverei anche carina, con la luce del sole che le sale sulla fronte.

Sai che diceva quello? mi fa.

Quello chi? chiedo.

Uno che scriveva, dice lei. Un giornalista sballone. Un giorno va su una collina nel deserto e guarda in basso e dice che da lì, se l’aria è pulita, si riesce a vedere dove s’è schiantata l’onda di tutti gli ideali che c’avevano lui e la sua generazione.

E te m’hai portato qua per una lezione di lettere, le dico con la voce un po’ troppo forte che poi mi vien da azzannarmi la lingua. Però siam lontani, sbirri manco l’ombra, così mi fermo prima di fare la fine dei ninja catturati dal nemico.

No, mi dice, volevo risollevarti un po’ il morale. Vieni qua che ora si vede.

Mi avvicino a lei e sotto di noi abbiamo tutta la città, si vede bene pure il capannone che occupiamo e tutti gli striscioni sui palazzi intorno, sbirri infami e non ci avrete mai come volete voi e supporto alla lotta e forse potevamo trovarci slogan migliori, alleati più furbi, ma un po’ scalda il cuore vedere che non siamo proprio soli come degli stronzi.

Che dici? mi chiede lei.

Che gli sbirri oggi ci meneranno più forte, le dico.

Sì, mi fa lei, ma quando gli si stancheranno le braccia noi saremo ancora lì.

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Pubblicato da Ficky

Nel (poco) tempo libero scrivo racconti, guardo film e serie tv, leggo libri, recito in una compagnia teatrale, partecipo a eventi culturali e vado a vedere un sacco di concerti. Ho scritto per anni di musica (Indie-zone, Stordisco, Asapfanzine) e spero di trovare il tempo di farlo ancora per molti anni a venire.

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