Ogni luogo di lavoro ha le sue problematiche: nel mio, ad esempio, qualche anno fa eravamo piuttosto in crisi e ci siamo ritrovati con tre stipendi arretrati. Col tempo le cose si sono messe a posto, grazie anche all’intervento dei sindacati, ma proprio questo intervento non è andato giù alla dirigenza che ha operato alcune ripicche tipo il vietare la musica all’interno del capannone in cui lavoriamo. Niente radio, niente lettore mp3 (ai tempi del diktat andavano ancora di moda), niente qualunque cosa vi venga in mente per ascoltare musica. Questo divieto è durato anni, ma finalmente da pochi mesi siamo riusciti a ottenere nuovamente la possibilità di ascoltare quel che vogliamo, vietati solo gli auricolari per ragioni di sicurezza: e così, finalmente, posso farmi una bella cultura sui tormentoni estivi.

Possiamo giustificare in mille modi l’improvvisa caduta di neuroni che sembra colpire chiunque cerchi di creare una hit estiva. Possiamo dire che lo scopo di quelle canzoni è intrattenere, non far pensare, perché d’estate bisogna divertirsi; possiamo tirar fuori la regola per cui per fare le cose semplici ci vuole molto più talento che per fare le cose difficili; possiamo dire “prova te a far cantare la tua canzone a milioni di italiani”. Fatte queste premesse, però, ogni stagione estiva porta con sé canzoni che dovrebbero far vergognare le orecchie di chi le ha create, e questo anche ammettendo che il ritmo della canzone di Mark & Kremont (quella in cui cantano Marracash e Tananai, per intenderci) è coinvolgente, che il duetto fra Marco Mengoni ed Elodie è stato arrangiato con una mole di impegno anni luce superiore a qualsiasi altra hit del periodo (e dà la merda alle rispettive canzoni sanremesi), che Max Gazzé non sarà quello di Vento d’estate ma fa la sua porca figura anche in un featuring piuttosto tamarro. Ascolti strofe come “tu sai di ginger beer, non di Ginger Rogers” o “mi parte il basso dei Righeira se vado incontro agli occhi tuoi” e ti accorgi che no, non ce la si può fare neanche quest’anno, che non dovrebbe essere ammissibile passare in continuazione il delitto perfetto rappresentato da Disco paradise di Fedez, Articolo 31 e Annalisa, una canzone che sarà pure un capolavoro di paraculaggine ma rappresenta tutto ciò che la musica non dovrebbe essere: il minimo sforzo possibile per trovare la melodia più orecchiabile, e possibilmente anche un po’ retrò che adesso va (ancora) di moda la nostalgia per gli anni 80.
L’immediatezza è dunque un delitto? Muoiano i tormentoni e facciamo tornare il progressive rock? Non per forza, basterebbe solo fare le cose con un approccio artistico e non solo economico. Si può essere semplici E anche elaborati, basta pensare alla musica come a un mezzo per veicolare un messaggio non per forza immediato in maniera sufficientemente mediata: più facile a dirsi che a farsi ma, guarda un po’, sembra proprio ciò che hanno tentato di fare le Trust The Mask col loro primo disco Idiom, uscito il 16 giugno per Bronson Recordings.

Duo electro-pop formato dalla compositrice Elisa Dal Bianco e dalla vocalist Vittoria Cavedon, le Trust The Mask cercano nei dodici brani del loro disco d’esordio una formula alchemica di difficile realizzazione: non quella per piacere a tutti a scapito della qualità, bensì quella che coniuga sperimentazione e immediatezza. La voce di Cavedon è sicuramente il grimaldello migliore per ottenere facile accesso alle orecchie del maggior numero di ascoltatori possibile, la porta della semplicità: melodiosa e ammaliante, raramente si avventura in terreni divisivi ed è l’elemento pop catalizzatore. Detto così può sembrare sminuente, invece è essenziale per l’architettura musicale impostata dal duo, perché va ad ammorbidire con fantasia e capacità un comparto tecnico meno docile di quanto sembri, indottrinando l’ascoltatore fingendo di distrarlo: una finzione nella finzione, portata avanti senza che lo stratagemma appaia disonesto.
Il tappeto sonoro che Dal Bianco dipana dopotutto è di prim’ordine. Pop senza essere banale, sperimentale senza sforare nel cerebrale, la musica delle Trust The Mask non lesina elementi caratteristici anche in brani ammiccanti come Otaku, ballabile e retrò ma infarcita di un’esotismo sotterraneo (merito di Giuseppe Dal Bianco, che nel disco utilizza strumenti tipici di paesi come Armenia, Indonesia e Paesi Baschi). La mia lacunosa cultura elettronica non mi concede molti punti di riferimento, ma se dovessi azzardare un paragone citerei i Röyksopp come una delle influenze principali: ritmo non eccessivamente sostenuto, atmosfere vagamente malinconiche, suoni che spaziano fra le epoche senza fissarsi su un decennio in particolare. Va ammesso che gli anni 80 hanno la loro influenza anche su Dal Bianco, ma se i The Kolors hanno Moroder nell’anima giusto perché non sapevano cosa dire in quel punto della loro hit estiva i synth di Idiom riescono ad andare oltre, ad esempio in una Loaded gun dove sono filtrati attraverso la tradizione dei figli sporchi di quel decennio come Trent Reznor.
Le Trust The Mask alternano con sapienza le atmosfere, lasciano spazio all’allegria scacciapensieri con Will you come? per poi sprofondare l’ascoltatore nello spigoloso scenario distopico di Frontiers, fra voci modificate elettronicamente e suoni che, come in una megalopoli futuristica, mischiano freddi ritmi sintetici a pulsioni esotiche. Anche il lato più pop della loro musica non è mai ancorato a un solo schema, si permette la libertà di associare lunghe digressioni a ritornelli contagiosi come nell’iniziale Juniper e assume poi la forma di una lenta ascesa scarnamente basata sul duetto synth-voce nell’intensa Unsaid, mentre il fronte sperimentale esce in pieno soprattutto nell’ipnotica It’s a matter of fact e nel liquido affastellarsi di glitch di Murder flashback, forse l’unica vera concessione a un approccio da musica dance “intelligente”, in cui la band esplora nuove forme espressive o chissà, forse solo il modo di rendere quei suoni digeribili ma non comodamente masticabili in un prossimo futuro.
Una ciambella riuscita col buco quindi? Non del tutto, ma per trovare difetti ci si deve concentrare sulle sottigliezze, come le chiusure un po’ frettolose di brani come Frontiers e Our fault (ma quanto è deliziosamente ingannevole l’allarme che suona in sottofondo in quest’ultima, talmente amalgamato nel flusso sonoro da farmi credere che provenisse dall’esterno?): il passo ulteriore forse sarà soddisfare il corpo tanto quanto la mente, aumentando i bpm mantenendo comunque la stessa presa magnetica sull’ascoltatore. E a chi giustifica le hit estive decerebrate con la motivazione che non è mica facile far cantare milioni di italiani chiedo: e se passassimo in radio in heavy rotation Otaku invece dei Pinguini Tattici Nucleari? Perché non facciamo a cambio?
Eh sì, un uomo può almeno sognare.
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Una opinione su "Un altro modello di semplicità: le Trust The Mask Vs. i tormentoni estivi"