Normalmente i concerti a cui vado costano poco. Sono dell’idea che un concerto a San Siro possa essere sicuramente un’esperienza (o meglio, sarebbe un’esperienza se suonasse qualcuno di decente e non i Pinguini Tattici Nucleari, ma sicuramente qualcuno di decente c’è), ma con ottanta euro (se va bene) posso farmi quattro live di band che si incula meno gente in buone location, otto live di artist* che si incula ancora meno gente o addirittura sedici live gratis in cui devo pagare solo il costo della birra (qui è già più dura coi tempi che corrono). Non si tratta di taccagneria, è che diventa pure difficile trovare chi riempie San Siro senza essersi fatto venire il culo molle con gli anni, aggiungeteci che io ho i miei gusti del cazzo (per la massa) e fortunatamente (o sfortunatamente) chi adoro musicalmente al massimo può suonare nel parcheggio dello stadio. Però.
Però negli ultimi dieci giorni sono andato a ben DUE concerti che costavano mediamente più di quanto penso sia legittimo spendere, che certo c’è da pagare la coreografia ma a me basta la gente che suda con un telo nero dietro e vaffanculo. Ieri, ad esempio, ho visto Tenacious D in un Carroponte di Sesto San Giovanni mai così stracolmo di gente, e devo ammettere che la coreografia aveva il suo perché, così come le invenzioni di Jack Black e Kyle Gass (quando è entrato IL METAL sono morto); venerdì scorso invece, ero a Bellaria allo Slam Dunk Festival a godermi un sacco di gruppi come Rancid, Anti-Flag, Less Than Jake etc. etc., e tutto quel punk mi ha fatto venire voglia di parlare, come non faccio troppo spesso, appunto di punk. La mia compagna mi ha fatto notare come il festival fosse in maniera preponderante una sagra della salsiccia, problema annoso in generi considerati “estremi” (la cosa più estrema che ho visto era un padre nel pogo con il bambino sulle spalle: col mio equilibrio, sulle mie spalle quel bambino sarebbe già in ospedale), e conscio che anche qui su Tremila Battute c’è una netta disparità di genere riguardo ai sessi dell* artist* di cui parlo vado a presentarvi una band che, pur non essendo totalmente al femminile (allo Slam Dunk ne ho vista esibirsi una che probabilmente apparirà su queste pagine fra non molto), è perlomeno paritaria nella sua composizione: The Bobby Lees.
Le The Bobby Lees non le ho conosciute da molto (forse devo pure ringraziare Spotify per questo), ma ci hanno messo poco a tirarmi dentro nel loro mondo fatto di distorsioni, alcool e sudiciume. D’altronde non è da molto che sono attiv*, dal 2017 per la precisione, quando in quel di Woodstock (che non ho idea se sia QUELLA Woodstock, ma la contea è la stessa, quella di New York, per cui probabile sia la stessa anche la città) Sam Quartin (voce e chitarra), Kendall Wind (basso), Macky Bowman (batteria) e Nick Casa (chitarra e cori) uniscono le forze per tirare fuori qualcosa che unisca il blues del lontano sud degli States, il punk più cupo e viscerale e pure un po’ di sano garage rock. Il primo parto creativo arriva già a febbraio del 2018, Beauty pageant, in cui è presente anche la canzone che dà il nome alla band e che certifica la principale fonte d’ispirazione per i testi: Bobby Lee parla di un fantasma che va a trovare Quartin durante una notte di bagordi, e proprio gli eccessi e gli episodi di schizofrenia indotta dall’alcool della frontman fanno da sfondo a molte delle storie narrate nelle loro canzoni. Beauty pageant è un’ottima introduzione al sound delle The Bobby Lees, lascia la sensazione di trovarsi in qualche oscuro locale perso fra le paludi col peggior alcool a disposizione, la band che si esibisce con una rete protettiva per non prendersi addosso le bottiglie lanciate dal pubblico e, magari, pure il diavolo che ti aspetta al primo incrocio a disposizione come da tradizione blues da Robert Johnson in avanti.
Sopravvissuta a quella simpatica disavventura che consiste nel vedersi fottere gli strumenti durante il tour (succede a Tulsa, in Oklahoma, ma loro riescono a suonare grazie al prestito degli strumenti da parte delle band locali: quanto è bello il mondo del punk?), evento che presumo gli abbia portato non pochi scazzi, la band a furia di live adrenalinici attrae l’attenzione di un certo Jon Spencer e della Alive Naturalsound Records: il primo produce il nuovo disco, la seconda lo distribuisce, ed ecco che nel luglio 2020 è già pronto Skin Suit. Il punk prende più spazio, virato in una sorta di punkabilly che mantiene ancora molto di quell’aria sudicia da periferia disagiata, e non periferia intesa come quartieri alle porte delle metropoli ma periferia intesa come buco del culo del mondo, posti dove bere per dimenticare di vivere lì è quasi l’unica possibilità che hai: The Bobby Lees quel disagio lo veicolano con ogni nota, nella storia di abbandoni trainata da un basso distortissimo di Guttermilk, nella descrizione di figure tanto affascinanti quanto inquietanti come la Mary Jo dell’omonima canzone, persino nell’allegria sempre e comunque veicolata dall’alcool di Drive. L’evoluzione del loro sound non si ferma qui, e serve un cambio di etichetta a portarlo a ulteriore maturazione: dopo un tour di supporto agli Helmet la Ipecac Recordings di sua maestà Mike Patton li mette sotto contratto, fa uscire a giugno 2022 l’Ep Hollywood junkyard e a ottobre dello stesso anno il terzo disco in meno di un quinquennio, Bellevue.
Bellevue è la concretizzazione della frase “più veloce più violento” che sentivo ai concerti degli Skruigners, accelera ancora rispetto ai dischi precedenti e riesce a essere dirompente anche quando si prende qualche pausa, come nell’ipnotica Strange days. L’album è la fotografia di una band coesa, energica, in forma smagliante e decisa a non farsi prendere da quella sindrome del culo molle che ti porta a suonare a San Siro: infatti lì non li vedrete, almeno per ora, e nemmeno in Italia in generale, ma se volete fare una capatina in Francia fra giugno e luglio ci sono due o tre posti che vi consiglierei di visitare, che potete trovare elencati direttamente sul loro profilo Bandcamp.
Hollywood junkyard è la canzone che dà il titolo all’omonimo Ep, nonché la seconda traccia di Bellevue, ed è una di quelle canzoni che non ha bisogno di accelerare per far arrivare tutta la sua potenza. Nelle sue strofe si specchia il classico sogno americano all’incontrario, la gloria e la fama che sfuggono di mano e lasciano spazio solo alla miseria, un tema che probabilmente Quartin (che, come Wind, è anche attrice, e di suo posso consigliarvi per passare una serata strana da cui uscirete dicendo “ma questo film mi è piaciuto?” Let me make you a martyr, in cui c’è pure Marylin Manson che fa il killer) sente particolarmente vicino. Detto fatto ecco che il racconto di questa settimana vi porta direttamente a Los Angeles, fra le sue strade che ospitano corpi scolpiti e tende di senzatetto e le sue colline su cui ogni attore sogna di andare ad abitare, magari all’ombra della scritta Hollywood (od Hollywoo, se BoJack Horseman è passato da quelle parti): fatevi un viaggio senza pagare il biglietto andando più in basso, subito dopo il brano che ispirato la storia, io intanto vi auguro buon ascolto e buona lettura.
Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).
Scarica il numero Zero della fanzine di Tremila Battute a questo link!
Cimeli
Ha scoperto della sua morte solo perché ha avuto l’accortezza di morire in mezzo a una strada, piuttosto che in un vicolo isolato o in una tenda piantata sul marciapiede come qualunque barbone in città. Alla gente è venuta per questo la curiosità di frugargli nelle tasche, alla ricerca dei documenti, trovando invece la falange del pondulo quasi mummificata, ma con ancora lo smalto rosso splendente sull’unghia. Ci è finito così sul giornale.
Lei ripensa al giorno in cui l’ha incontrato, all’Einstürzende, col faccione pallido per il cerone. Era stato lui a proporre lo scambio, qualche settimana dopo, al termine di un giro di cocktail pagati con lo stipendio di uno dei pochi lavori decenti trovati da uno di loro, chissà chi. Era una sorta di assicurazione, disse: se qualcuno ce la fa, gli altri hanno in mano qualcosa con cui riempirsi le tasche.
Pensa a quello che le ha lasciato mentre attraversa il corridoio, dirigendosi alla stanza dei cimeli. Osserva distrattamente la città al di là della vetrata, i grattacieli del centro e l’idea della spiaggia, là in fondo, nascosta dalla nebbia di smog. Da qui non si vede la scritta che ha alimentato per anni prima i sogni di tutti e poi gli incubi di chi non ce l’ha fatta. Tutti, a parte lei.
Apre lo sgabuzzino, accende la lampadina che penzola dall’alto. Apre la cassettiera mangiata dai tarli e dall’umidità ed eccoli lì, i suoi cimeli. Un anello in ferro con la R stampata sopra; un portafoglio da uomo con le iniziali ricamate nella fodera interna; la foto di una ragazzina col broncio, racchiusa in una cornice di legno da quattro soldi; un guanto lungo di seta, con una macchia di rossetto che una volta era una dedica. Prende in mano il portafoglio e pensa a quello che ha lasciato, le parti di sé donate al branco di disperati che pensava bastasse quello a renderli ricchi, la gloria riflessa in un orecchino da quattro soldi o in una foto con autografo da rivendere ai collezionisti. Se ci fosse rimasta lei, in mezzo a una strada, da quel mucchio di cianfrusaglie non ci avrebbe tirato fuori un pasto.
Richiude la cassettiera, attraversa il corridoio e ritorna nel salotto del pianterreno. Si versa una dose generosa di rum che vale più delle loro bevute di un mese, poi alza il bicchiere a mo’ di saluto e lo butta giù in un sorso. Tu sì che avevi capito tutto, dice a sé stessa, poi si versa un altro bicchiere. Ricorda il suo sorriso enigmatico dopo la proposta, il modo febbrile in cui le aveva chiesto una parte di lei unica, autentica, lontano dagli altri che altrimenti avrebbero capito l’inganno sotteso a quel gioco.
Guarda la sua faccia sul giornale, invecchiata dagli anni, dalle notti al freddo anche qui dove splende sempre il sole, dall’alcool scadente. Beve, raggomitola le gambe sul divano, accarezza distrattamente la cicatrice sul piede sinistro.
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