Il giusto, bizzarro equilibrio: Sono un vecchio de Il Re Tarantola

È arrivata quella settimana dell’anno in cui chi si crede un esperto di musica vede tutte le proprie certezze svanire: la settimana dell’Eurovision Song Contest. Al netto di una ragguardevole quota di palle al cazzo incredibili, i paesi partecipanti (quest’anno trentasette, fra cui la nota nazione europea rispondente al nome di AUSTRALIA) riescono sempre a donare grandi soddisfazioni, fra estoni che vengono appesi per un piede in tutina da lotta greco-romana, islandesi tecno-sadomaso e lupi truzzi norvegesi. Certo, anche la tamarraggine esagerata a un certo punto diventa eccessiva, ma questo sta al metro di giudizio personale: dopotutto come si fa a distinguere chi è arrivato lì con un’onesta carriera da performer bizzarr*, come i clamorosi Let 3 croati, da chi magari si è messo una maschera per l’occasione solo perché la bizzarria all’Eurovision funziona sempre (raramente per vincere, a meno che tu non sia i Lordi)?

Davvero vogliamo non far vincere loro quest’anno?

Il gioco, in pratica, riguarda l’annosa domanda “ci sei o ci fai?”, che in musica assume una valenza diversa rispetto alla stessa questione posta in un bar di paese. Ha più a che fare con l’onestà della proposta, con i motivi per cui puoi salvare, sforando nel cinematografico (Tremila Battute per l’arte a tutto tondo! Viva!), uno Sharknado che nasce orgoglioso della sua trashaggine (per quanto il vero trash sia quello inconsapevole) ma setta comunque uno standard, mentre risulta impossibile fare lo stesso con il tentativo di lucrare sopra la stessa formula, portata all’eccesso (squali! Nazisti! Non morti!), operata con quella boiata di Sky sharks (ne avevo parlato qui). Pensate a Bugo: una fantastica prima parte di carriera parlando di Pasta al burro, Piede sulla merda e altri grandi temi d’attualità, coronata dal successo grazie al suo non prendersi sul serio; poi, in maniera esattamente contraria al suo album Dal lofai al cisei, ha cominciato a dare l’impressione di volersi dare un tono, il che non ha a che fare con le partecipazioni a Sanremo ma più con una perdita di spontaneità. Poi sta cosa ha contagiato un bel po’ di indie, con le frasi nonsense buttate in mezzo a testi che vogliono anche essere profondi, e in men che non si dica ti ritrovi i The Giornalisti al Circo Massimo e passi il tempo a chiederti cosa è andato storto.

Ma dove voglio arrivare con tutta sta premessa? Al qui presente Manuel Bonzi, in arte Il Re Tarantola, perché lui ha quel qualcosa che ti fa giustificare tutto il nonsense di questo mondo, un tocco magico che sa di spontaneità e di cazzeggio fatto per divertimento disinteressato: Il Re Tarantola è onesto, e quest’onestà in Sono un vecchio (pubblicato da Il Piccio Records e La Stalla Domestica) è ciò che fa la differenza fra un album riuscito e uno sbagliato.

Non ricordo né come né perché, ma il primo album del Re Tarantola mi capitò fra le mani nel 2011 a scopo recensione, quando ancora si accompagnava con Emma Filtrino e, per citare la title track del disco, faceva “musica sgangherata”. Da allora sono passati più di dieci anni e Bonzi si è messo in tasca un bel po’ di esperienza, accumulata attraverso altri due dischi, un Ep e svariate date con gente del calibro di Tre Allegri Ragazzi Morti (toh, ne abbiamo appena parlato), Marta Sui Tubi, Aucan e chi più ne ha più ne metta: così, quando si è ritrovato chiuso in casa per il lockdown, ha messo a frutto tutto quello che ha imparato e si è registrato un intero disco in totale indipendenza nel suo monolocale. Etica DIY da vero punk, e anche la musica rispecchia la stagione in cui dovunque ti giravi trovavi un concerto dove pogare in allegria (d’altronde in Aiutiamoli a casa loro comprando le loro lauree c’è ospite Spasio, batterista dei Derozer, e nel testo si citano le Pornoriviste), ancorandosi agli anni ’90 e distaccandosene solo per qualche tastiera che sposta il metro di riferimento un poco più indietro, senza che l’operazione sembri ricercare un effetto revival: è solo che Bonzi è un vecchio (che ha cinque o sei anni meno di me), e questa volta è più vecchio delle altre volte.

Sono un vecchio è un album che diverte grazie a un ottimo equilibrio fra musiche ben registrate e testi assurdi e autoironici, in cui fra un discorso sulla precarietà (Aiutiamoli a casa loro comprando le loro lauree, Colesterolo) e un impeto di nostalgia (Ru-Spa) appaiono frasi nonsense e la voce sborda anarchicamente fuori metrica. Il Re Tarantola dall’alto del suo scranno pontifica ironicamente contro i rapper del “guardate dove sono arrivato”, ma si abbassa subito a dire che ha deciso di scrivere anche lui una canzone rap ma “senza rima, così è più brutta” (I bulletti della scuola che mi volevano picchiare li odio ancora tutti), parla di Dio e Gesù Cristo ma se il padre sembra uscito da Dogma e cerca di dimenticarsi della propria onnipotenza (Io sono Dio), nei panni del figlio ci si mette Bonzi stesso, costretto a portarsi una croce sulla schiena per una scommessa da ubriaco (La body art di Gesù Cristo). Il Re Tarantola fa un gioco tutto suo, le regole saltano e una frase come “Invidio la vita sociale che avete nei cellulari/ io potrei morire come Bridget Jones divorato dagli alsaziani” (Ru-Spa) sa di genialità più che di demenzialità, anche perché ci tiene a rimarcare che “tutte le volte che dico una cazzata e qualcuno mi consiglia di farne una canzone, una canzone muore” (I mostri non stanno sotto il letto, ma stanno nella cassetta della posta, un titolo che sembra fare il verso a Giorgio Canali).

Non è certo tutto oro Sono un vecchio, perché qualche brano fuori fuoco qua e là lo si trova, ad esempio una Vacanze rumene che sembra un po’ appiccicata con lo scotch al resto dell’album (e più o meno lo è, visto che risale agli inizi della carriera). Bonzi suona tutto in autonomia, passando dai toni cantautorali di La body art di Gesù Cristo e Il pubblico dei concerti rock è diminuito come i capelli dei musicisti alla carica distorta di pezzi come I bulletti della scuola che mi volevano picchiare li odio ancora tutti o della title track, con varie vie di mezzo che flirtano col pop ad esempio in Colesterolo: l’unico supporto arriva da featuring vocali, rigorosamente registrati ognuno a casa sua, del già citato Spasio e di Dutch Nazari, Mike Orange e Frank dei Lady Ubuntu. Il Re Tarantola arriva al quarto disco in forma smagliante, anche se Sono un vecchio non può e non deve piacere a tutti e in fondo sta anche in questo il suo bello, nel suo essere specchio di una personalità sfuggente il cui senso dell’umorismo è decisamente atipico: dategli una chance, potrebbe essere proprio il vostro livello giusto di bizzarria.

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Pubblicato da Ficky

Nel (poco) tempo libero scrivo racconti, guardo film e serie tv, leggo libri, recito in una compagnia teatrale, partecipo a eventi culturali e vado a vedere un sacco di concerti. Ho scritto per anni di musica (Indie-zone, Stordisco, Asapfanzine) e spero di trovare il tempo di farlo ancora per molti anni a venire.

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