Sto seguendo un corso online tenuto dallo scrittore Vanni Santoni, il che spiega per quale motivo gli articoli su questo sito stiano latitando un po’ (e sappiate che domenica festeggio il primo maggio in anticipo, quindi niente racconti per una volta). Durante una delle lezioni, parlando di originalità, Santoni ha raccontato un gustoso aneddoto riguardante Juan Rulfo, scrittore messicano che col suo Pedro Páramo ha fatto da spartiacque nella lettura ispanoamericana: interrogato sul come fosse riuscito a dare al suo romanzo una struttura così fuori dai canoni, pare che Rulfo abbia risposto candidamente “ho copiato da Faulkner“. Non so se sia esattamente andata così, dato che Wikipedia complica la questione attribuendo l’influenza principale di Rulfo all’autore islandese Halldór Laxness (in particolare al racconto Gente indipendente), ma il succo della questione è che ciò che ci sembra originale raramente lo è, ed è in realtà frutto di molto mestiere.
Ma perché vi racconto tutto questo? Perché, facendo ammenda, io il termine “originale” per descrivere la musica di artist* var* l’ho utilizzato parecchie volte (e sono sicuro che ancora lo farò), anche se magari quelle canzoni seguivano stilemi che io semplicemente non conoscevo. È anche la prima parola che mi è venuta in mente per definire le sonorità dei Fiesta Alba, bizzarro quartetto di musicisti-luchadores romani che nei cinque brani dell’omonimo Ep d’esordio (pubblicato dall’etichetta neontoaster multimedia dept.) spazia dal math rock all’afro beat, dall’elettronica al rap, dimostrando un’ampiezza di vedute e una capacità di tenere insieme il tutto che magari originale non sarà, ma di certo è estremamente personale.
Octagon (composizioni e chitarre), Dos Caras (suoni sintetici e digitali), Fishman (basso) e Pyerroth (batterie acustiche) si definiscono in lotta da una vita “contro la banalità del conformismo musicale, dello strapotere dei signori della discografia, del declino del rock, della dittatura dell’heavy rotation, della mistica dell’auto-tune”, e di certo è difficile trovare qualcosa nel panorama musicale odierno che gli somigli: certi suoni di chitarra rimandano alle suggestioni africane degli I Hate My Village, il rap (senza auto-tune, sia chiaro) fa capolino in Juicy lips, loro stessi esternano le loro influenze (fra le tante i Battles e Steve Reich, di cui vi abbiamo già parlato) ma il cocktail sonoro è fresco e sa di abilità individuali e capacità di metterle assieme. Non cantano, i quattro luchadores, lasciandoci il dubbio sull’idioma che avrebbero utilizzato (Messicano? Dialetto romano? Un bel mix?), ma si avvalgono di tre voci provenienti da varie parti del globo, più un feat decisamente particolare che avvalora ancora di più la loro politica antisistema.

L’apertura con Laundry mette già in gioco molte delle caratteristiche distintive del suono dei Fiesta Alba: chitarre che si incrociano dal sapore fra il post-punk e il math, distorsioni che duettano con suggestioni africane, sezione ritmica quadrata ma capace di prendersi delle libertà, il tutto unito nel caso specifico alla voce alternativamente suadente e nervosa di Nicholas “Welle” Angeletti. Quindi è questa la formula dei Fiesta Alba, giusto? L’abbiamo sintetizzata? No, perché è pur vero che Dem say frulla alcune di queste caratteristiche per ficcarvi nelle orecchie un miscuglio in cui i ritornelli hanno un retrogusto crossover anni ’90 (forse li cito troppo spesso, ma qualcuno ha detto Mr. Bungle?), ma la libertà con cui la voce del rapper nigeriano Kylo Osprey e gli strumenti tutti si concatenano seguendo ognuno il proprio ritmo porta già in un altro mondo sonoro, e stiamo parlando comunque dei due brani che si assomigliano di più.
Ciò che la band romana fa con la seconda traccia, Juicy lips, è invece sterzare nel reame dell’elettronica, stendendo suoni improvvisamente freddi su ritmiche nervose e bizzarre, affidandosi al rap sghembo di Tha Brooklyn Guy per condurci lungo quattro minuti abbondanti di glitch e riff ossessivi. Consiglierei ai Fiesta Alba di fare un disco intero così? No, probabilmente non lo reggerei, ma nell’economia di un Ep che sorprende da ogni lato una pausa d’inquietudine ci sta benissimo, così come ci sta Octagon, una sorta di breve outro in cui su concatenazioni ritmiche che rimandano ancora al continente africano si stende una chitarra in reverse fantasiosa ed efficace.
Il meglio di sé però la band lo dà in Burkina Phase, incrocio afro-math in cui chitarre, basso e batteria si intersecano a suoni che sembrano uscire da un handpan, ai fiati e alla voce di Thomas Sankara, Presidente del Burkina Faso dal 1983 al 1987 (fu durante il suo governo che lo stato prese questo nome, in luogo del precedente e coloniale Alto Volta), uomo definito “il Che Guevara dell’Africa” e sulla cui figura vi straconsiglio un’approfondimento. Mentre i Fiesta Alba sciorinano il loro meltin’ pot di influenze il Presidente, assassinato da un complotto dai risvolti ancora oscuri, tuona due mesi prima della sua morte contro i propri omologhi al Summit Panafricano, esortandoli ad assumere una posizione unitaria sull’impossibilità di ripagare il debito pubblico contratto per promuovere uno sviluppo che non si è mai concretizzato: anche questo è indice del loro posizionamento antisistema, riuscire a far conoscere una Storia importante mentre si intrattiene l’ascoltatore con musica di qualità sopraffina. Chapeau ai Fiesta Alba insomma, una band sregolata nella forma e nell’immagine che riesce a far passare anche i pochi difetti come aspetti inscindibili della propria personalità.
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