Racconto in musica 135: La via di mezzo (Petrol Girls – Clowns)

Chi ha visto BoJack Horseman sicuramente ricorderà il personaggio di Sextina Aquafina. A dir poco provocatoria, Sextina appare in pochissime puntate ma le sarebbe bastato anche solo il minuto e mezzo della sua canzone Get dat fetus, kill dat fetus per rimanere stampata nella memoria: involontariamente ispirata da Diane Nguyen, la delfina popstar si lancia in una filippica pro-aborto che prevede mirini puntati alla testa del feto, paragoni con Alien e tutto un campionario di rime che definire controverse sarebbe quasi sminuente. Qui a Tremila Battute siamo pro-choice e riteniamo non stia a noi giudicare come una donna decide di vivere la propria interruzione di gravidanza (ma vi segnaliamo volentieri chi tratta la questione in maniera normalizzante e non giudicante, tipo IVG, ho abortito e sto benissimo), e su quella determinata scena della serie di Raphael Bob-Waksberg (di cui continuiamo a consigliarvi la prima raccolta di racconti) abbiamo assistito a un interessante dibattito durante l’edizione 2022 del Festival delle serie tv: sicuramente in sala non era presente Ren Aldridge, magari non ha neanche mai visto una puntata di BoJack Horsman, ma quando ho sentito la cantante delle Petrol Girls intonare per la prima volta il ritornello di Baby, I had an abortion mi è tornata in mete Sextina, anche se nel caso della band londinese i fucili sono sostituiti da chitarre electro-punk.

D’altronde per una band nata ed esibitasi per la prima volta l’8 marzo 2012, durante un house party a casa di Aldridge, e il cui nome deriva dalle Pétroleuses, gruppo di donne accusate di aver dato fuoco a molti edifici per protesta durante gli ultimi giorni della Comune di Parigi, essere femminista e non fare sconti sono due caratteristiche imprescindibili. Dopo aver tirato dentro nel progetto la bassista Liepa Kuraité, il chitarrista Joe York e il batterista Zock Astpai la band inizia subito a fare musica, tanto che nel 2014 esce già il loro primo Ep, omonimo e autoprodotto. Passano altri due anni prima che le Petrol Girls escano con nuovi brani, ma quando lo fanno pubblicano a stretto giro di posta un altro Ep (Some thing, coprodotto dall’etichetta austriaca antifascista Laser Life Records e dalla statunitense Panic State Records) e il primo album, Talk of violence (Bomber Music). Musica e attivismo sono parti inscindibili della carriera delle Petrol Girls e il brano che apre il disco, False peace, è una chiara dichiarazione d’intenti: “we will disturb the false peace” canta Aldridge, la pace ipocrita di chi si oppone a qualunque alternativa alla famiglia nucleare, e quella disposizione d’animo a dare battaglia la esplicitano ancora di più in Touch me again, inno contro la violenza di genere che risponde al problema con altrettanta furia. Intanto il punk hardcore della band si fa sempre più personale, attira l’attenzione della Hassle Records e proprio sotto l’etichetta londinese escono a stretto giro di posta l’Ep The future is dark (2018) e il secondo album, Cut & stitch (2019), un disco in cui i testi lasciano emergere una maggiore vulnerabilità (nelle parole con cui loro stess* presentano il disco su Bandcamp “sometimes being vulnerable is just as radical as being angry”) e approfondiscono anche cosa significa il femminismo per gli uomini, mostrando la difficoltà maschile ad esprimere i propri sentimenti in Talk in tongues.

Cut & stitch è l’ultimo disco a cui partecipa Kuraité, che con un post su Facebook annuncia la sua uscita dalla band: verrà sostituita da Robin Gatt, che con le Petrol Girls registra Baby (2022), album in cui i suoni del gruppo fanno un’ulteriore evoluzione. Le chitarre taglienti della già citata Baby, I had an abortion, la schizofrenia di One or the other, tutto suona nuovo, fresco ed abrasivo al tempo stesso, coniugandosi con una rinnovata voglia di lottare per le cause che ritengono importanti come esplicitano, per l’ennesima volta, nel singolo Fight for our lives scritto con la cantante Janey Starling delle Dream Nails: una canzone che, di concerto con la campagna promossa dall’associazione femminista Level Up per cui Starling lavora, punta a promuovere una diversa narrazione sui media dei femminicidi e della violenza domestica, una narrazione che non scarichi la colpa sulle vittime e che mostri quanto è sistemica la violenza di genere invece di trattare ogni caso come una storia a sé. Se per caso siete in Germania durante l’estate potrebbe capitarvi di incrociare Aldridge e soci in qualche festival, io intanto attendo che arrivino in Italia per andare a urlare e pogare sotto al palco.

Clowns è il quinto brano dell’album Baby, una canzone nervosa e tagliente in cui la band ironizza su una certa immobilità di sinistra: partendo da alcune righe di testo ho creato un breve compendio di scuse per non lottare, ambientando il tutto in un contesto operaio in rivolta in cui la collaborazione fra lavoratori non è da dare per scontata. Trovate il racconto subito dopo la canzone che l’ha ispirato, a me non resta che augurarvi buon ascolto e buona lettura.

Se volete ascoltare questo e tutti (o quasi) gli altri brani che hanno ispirato i racconti di Tremila battute ora potete farlo tramite questa comodissima playlist su Spotify: in attesa di trovare un canale che ricompensi davvero gli artisti accontentiamoci di quel che passa il convento e ascoltate, condividete, supportate (e se avete canali alternativi suggeriteli nei commenti).

Scarica il numero Zero della fanzine di Tremila Battute a questo link!

La via di mezzo

Una scusa è ridicola, una motivazione è seria. Chiedere perdono per un rifiuto, pensa, significa già sminuire i propri impegni. Ecco perché al cancello ha sempre tirato dritto, non fermandosi di fronte alle richieste di solidarietà o agli insulti: Io ho una motivazione, pensa, e tanto basta a ritenere gli altri dei pagliacci che non otterranno niente.

Che poi le cose non sono sempre andate così? Anche le battaglie più grandi hanno portato nella tomba chi le ha combattute, chi ha goduto di quelle conquiste e chi se l’è viste sottrarre da sotto il naso. Invece le tasse universitarie di suo figlio sono reali, concrete. La rata della macchina, l’affitto, le vacanze, la cena fuori: questioni di sopravvivenza. Più o meno importanti, ma comunque sempre di sopravvivenza si parla: fisica o mentale poco importa.

Che poi non significa essere degli stronzi: lui è gentile, ma fermo, anche se i manifestanti ironizzano e dicono che fermo ci rimarrà fino alla morte. Si danna, si sbatte, ma per le cose per cui vale la pena farlo. Aiutare un collega a mettere a posto una pressa? Utile. Protestare per ottenere le scarpe antinfortunistiche nuove? Utilissimo, anche se lui le tiene come gioielli e non sa come facciano gli altri a sfasciarle così velocemente. Ma se dai vertici vogliono tagliare qualche testa, e quella testa non è mai la sua, un motivo ci sarà.

Che poi è anche utile, pensa, ti ci fai le ossa con le difficoltà. Se trovi sempre la pappa pronta quando ti serve la rabbia, la garra come gli diceva quello che gli ha mostrato il mestiere, mica riesci a tirarla fuori. Non è che dice che fanno male a protestare, che ci si spacchino la testa coi poliziotti e che gliela spacchino anche a loro possibilmente: non farà mai il tifo per i fasci, ma che non gli rompano le palle se non vuole partecipare alla partita.

Che poi facesse la bella vita, avrebbero ragione a dargli contro: invece la sua è un’esistenza come tante, invisibile, fatta di tanti sacrifici e piccole soddisfazioni. Non farà mai il salto di classe, anche all’aperitivo più fighetto si sente sulle mani l’odore dell’olio, del lubrificante e del ferro, come una seconda pelle che si rinnova ogni quindici ore di apparente libertà. Ci scommette che lo guardano dall’alto in basso, che dietro le spalle gli danno dell’ignorante quando lui ha semplicemente capito l’equilibrio, cosa puoi ottenere e cosa no, e non sta a lui rischiare di ribaltarlo per le cause di qualcun altro.

Che poi gli dicono che la via di mezzo è veleno, come se i compromessi non si sono sempre fatti nella storia, quando la verità è che se fosse per loro, quelli che protestano perché gli stanno sottraendo il futuro, non si potrebbe più dire niente, neanche dire che non si può più dire niente. E allora che si sgolino, loro che hanno sempre la soluzione a ogni problema: lui rimarrà in silenzio, chino sulla sua pressa, a sporcarsi le mani in attesa che la trovino questa benedetta alternativa al capitalismo.

Ma non la trovano mai.

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Pubblicato da Ficky

Nel (poco) tempo libero scrivo racconti, guardo film e serie tv, leggo libri, recito in una compagnia teatrale, partecipo a eventi culturali e vado a vedere un sacco di concerti. Ho scritto per anni di musica (Indie-zone, Stordisco, Asapfanzine) e spero di trovare il tempo di farlo ancora per molti anni a venire.

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